Con l’approssimarsi delle elezioni presidenziali, gli occhi del mondo sono puntati sugli Stati Uniti. I sondaggi si susseguono giorno dopo giorno e tutti i principali temi della campagna elettorale vengono analizzati e commentati. Dopo quattro anni con Donald Trump  inquilino della Casa Bianca, e sei mesi di pandemia ci chiediamo quale sia la situazione dei ricercatori stranieri oltreoceano, che sono tanti e scelgono da sempre gli Stati Uniti come meta privilegiata per il ruolo sociale e i finanziamenti assegnati alla ricerca soprattutto media e scientifica. Ci siamo fatti aiutare dalla dottoressa Sara Gandolfi, oncologa ed ematologa, ricercatrice e post-doctoral fellow al Dana-Faber Cancer Institute di Boston (Massachusetts).

Innanzitutto dobbiamo considerare che avere la possibilità di condurre ricerche negli Stati Uniti è intrinsecamente legato alle procedure per l’immigrazione, necessarie anche per i ricercatori intenzionati a fermarsi oltreoceano solo per un tempo determinato. «La situazione dei ricercatori italiani negli Stati Uniti non è particolarmente complicata – dice la dottoressa Gandolfi -. Il problema più importante quando ci si trasferisce […] è avere qualcuno che ti sponsorizzi un visto». Nel caso specifico di un ricercatore italiano, la dottoressa Gandolfi ci spiega che il visto concesso è il cosiddetto J1, valido fino a 5 anni e conferente lo status di non-resident alien. Dopo due anni si diventa residente, ma qualora si decida di ottenere la Green Card che identifica il portatore come lawful-resident bisogna prima entrare in possesso di un visto H1B (resident-alien).

L’arrivo alla Casa Bianca di Donald Trump ha reso la situazione più complicata: fedele al motto “Make America Great Again”, il tycoon ha introdotto limitazioni alla concessione di visti per tutti gli immigrati la cui attività possa costituire una minaccia per i lavoratori americani. Dalla sua esperienza, la dottoressa Gandolfi ci racconta che alcuni suoi colleghi indiani e cinesi sono stati costretti a non effettuare rientri nei loro paesi per timore di non riuscire ad ottenere un timbro speciale sui loro visti.

Ma possiamo quindi dire che il numero dei ricercatori stranieri è diminuito dal 2016? «Durante la presidenza Trump il flusso è stato regolare» – puntualizza la dottoressa Gandolfi – «Si è invece ridotto in questo periodo a causa del Coronavirus». Per quanto riguarda il periodo pre pandemia, se ne può trovare una conferma statistica. Secondo il Pew Research Center, fin dal 2010 la percentuale di immigrati con più di 25 anni d’età e un alto titolo di studio è sempre stata in costante ascesa: nel 2018 il 18,1% poteva esibire un bachelor’s degree, mentre il 13,9% era in possesso di un postgraduate degree (Fig. 1).

Fig.1 Percentuali di immigrati di età superiore ai 25 anni divisi per titolo di studio più elevato

Fig.1 Percentuali di immigrati di età superiore ai 25 anni divisi per titolo di studio più elevato

Un flusso costante di ricercatori stranieri rappresenta non solo una ricchezza, ma anche la colonna portante di tutto il mondo della ricerca statunitense che conta un numero notevolmente limitato di “cervelli” americani. La ragione è l’estrema difficoltà per molti ad accedere all’istruzione superiore per l’alto costo delle rette universitarie. Ci spiega la dottoressa Gandolfi: «L’alto livello di educazione è un privilegio negli Stati Uniti. Gli studenti per potersi mantenere agli studi, spesso si indebitano a vita con lo stato, motivo per cui l’americano finisce a lavorare non in università ma nelle industrie». Al contrario i dati raccolti nel 2017 dal National Science Board mostrano percentuali rilevanti di ricercatori stranieri già in possesso di titoli accademici conseguiti all’estero (Fig. 2)

Fig. 2

Fig. 2 Titoli di studio tra gli stranieri impiegati nel settore Scienza e Ingegneria (S&E)

Un motivo fondamentale che attira negli Stati Uniti menti brillanti da tutto il mondo è l’ingente disponibilità di fondi per la ricerca. È possibile distinguere i finanziamenti (grant) in 4 tipologie a seconda della loro provenienza: essi possono giungere dal governo federale, da università o college, da organizzazioni non governative e da privati. Quest’ultima categoria si è sempre imposta come il principale partner economico per la ricerca: dall’inizio del millennio, gli investimenti privati non sono mai scesi sotto i 200 miliardi di dollari, raggiungendo nel 2017 la cifra impressionante di 400 miliardi. Ma il dato interessante è il forte divario con le altre fonti di finanziamento che nell’arco di 17 anni (2000-2017) non hanno mai raggiunto i 100 miliardi (Fig. 3).

Fig. 3

Fig. 3 Ammontare dei diversi finanziamenti al settore Ricerca e Sviluppo (R&D)

La massiccia iniezione di capitali privati potrebbe indurre a riflettere se dietro al sostegno per il mondo della ricerca ci siano calcoli politici ed economici. Difficile dare una risposta certa ed esaustiva. «Sicuramente la politica ha un impatto sulla linea di ricerca piuttosto che direttamente sui singoli laboratori» – sottolinea la dottoressa Gandolfi – «Credo che si parli di una policy più generale dell’istituto di ricerca: adesso per esempio c’è stata una forte propulsione verso la ricerca immunologica, le immunoterapie e le terapie antivirali». Tuttavia anche i fondi federali risentono della politica: ci spiega la dottoressa Gandolfi che due anni fa Donald Trump diede un taglio importante ai grant federali garantiti dal NIH (National Institute of Health), ovvero fondi molto consistenti della durata fino a 5 anni consecutivi. Tagli che hanno avuto come conseguenza immediata una forte protesta da parte della comunità scientifica che rischiava di trovarsi con numerosi progetti di ricerca impossibilitati a proseguire.

Quindi per un ricercatore straniero è relativamente semplice ottenere un visto e ricevere finanziamenti per la sua ricerca negli Stati Uniti. È possibile affermare lo stesso sul piano professionale e personale? «Il trattamento dal punto di vista remunerativo è stabilito direttamente dal NIH attraverso delle apposite tabelle che prevedono aumenti salariali proporzionali allo scatto di carriera ogni anno. Non ci sono quindi differenze rispetto ai ricercatori americani», ci spiega la dottoressa Gandolfi. Ma immediatamente puntualizza: «Però l’accesso a posizioni prestigiose nell’ambito dell’industria è difficoltoso per chi arriva come ricercatore dall’estero perché le industrie tendono ad assumere persone con la Green Card o cittadini americani per non preoccuparsi delle scadenze dei visti». Sul piano personale, invece, episodi di discriminazione sul luogo di lavoro sono tendenzialmente sporadici.

«Il trattamento dal punto di vista remunerativo è stabilito direttamente dal NIH attraverso delle apposite tabelle che prevedono aumenti salariali proporzionali allo scatto di carriera ogni anno. Non ci sono quindi differenze rispetto ai ricercatori americani»

Nonostante la presenza di luci e ombre all’interno del mondo della ricerca, gli Stati Uniti restano nel complesso un paese in grado di permettere a giovani ricercatori di proseguire gli studi e realizzare i propri progetti scientifici: non è un caso quindi che secondo il National Science Board tra il 2000 e il 2017 il contributo statunitense alla crescita degli investimenti nella ricerca sia pari al 20% delle spese mondiali, sopra l’Unione Europea (17%), ma dietro alla Cina che registra un notevole 32% (Fig. 4).

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Fig. 4 Contributi alla crescita della spesa mondiale nel settore Ricerca e Sviluppo (R&D)

Una volta noto chi sarà il nuovo inquilino della Casa Bianca, forse si potrà verificare se la fama degli Stati Uniti quale terra di opportunità per i giovani talenti continuerà o se verrà scalfita magari dai nuovi paesi economicamente emergenti.