Beppe Severgnini è editorialista del Corriere della Sera dal 1995 e dal 2013 è contributing opinion writer per The New York Times. È stato corrispondente in Italia per The Economist (1996-2003). È autore di 16 libri, tra cui “La testa degli italiani”, tradotto in quattordici lingue. Nel 2015 ha pubblicato “Signori, si cambia”, che definisce “un racconto ferroviario e filosofico”. Da “La vita è un viaggio” (2014) ha tratto uno spettacolo teatrale (da lui stesso interpretato, con Marta Rizi ed Elisabetta Spada). Nel 2015 e nel 2016 ha ideato, scritto e condotto “L’erba dei vicini” (Rai 3). Per la Rai aveva già condotto “Italians, cioè italiani” (1997) e “Luoghi comuni, un viaggio in Italia” (2001 e 2002).
Ci racconta il suo incontro con Montanelli e l’esperienza a Londra come giovanissimo corrispondente per Il Giornale?
Ho sempre sognato di scrivere, fin da piccolo. Ma con un padre notaio, dopo la laurea in legge, ero incerto se diventare giornalista o seguire le sue orme. Durante l’università scrivevo per un giornale di provincia, dove Indro Montanelli mi ha scovato. Così ho iniziato a lavorare nelle pagine milanesi del Giornale; ma ero pieno di dubbi. Montanelli lo ha capito. Avrebbe potuto mandarmi al diavolo, e invece mi ha aiutato. «Ti mando a Londra a fare il corrispondente. Se non accetti, sei un pazzo». Non aveva ancora finito la frase e avevo già le valigie in mano.
Lei è stato uno dei “Montanelli boys”. Come è stata la sua esperienza a La Voce?
La Voce era una nave corsara. Il Giornale di Montanelli era una fregata, che poi Berlusconi ha trasformato in una fregatura. Il Corriere è una corazzata. The Economist e il New York Times, due portaerei. Questa la flotta dei giornali della mia vita professionale: trentacinque anni, dal 1981.
«La Voce era una nave corsara. Il Giornale di Montanelli era una fregata, Il Corriere è una corazzata. The Economist e il New York Times, due portaerei»
Sono tutti importanti per me. Tornando a La Voce: qualche errore lo abbiamo fatto. Non abbiamo capito che alcuni dei nostri investitori pubblicitari non si sarebbero mai messi contro il nuovo Capo. Abbiamo fatto un quotidiano ambizioso: troppe redazioni, troppe pagine. La grafica della prima pagina era urlata, il tono spesso aggressivo: troppo, per il pubblico moderato di Montanelli. È stato un naufragio? Certo; ma eroico, e ne siamo tutti orgogliosi.
È arrivato al Corriere nel 1995. Si sarebbe aspettato una permanenza così lunga?
Sì. Sono in Rizzoli, con i miei libri, addirittura dal 1990. Tendo a essere fedele.È giusto sperimentare, lo consiglio anche ai miei giovani collaboratori. Però bisogna avere una base e dare un punto di riferimento a chi ti legge.
Nel 1998 nacque il proto-blog Italians. Come si è evoluto nel tempo?
Nel 1994/1995 stavo negli USA ed era chiaro che Internet avrebbe cambiato il nostro mestiere. Un blog/forum era un modo per arrivare a uno scambio tra lettori in giro per il mondo e un giornalista interessato a loro. Poi ho aggiunto le Pizze Italians: dal 1999 al 2010, centoquattro incontri in tutti i continenti, da Nairobi a Kabul, da Auckland a Montevideo, da Seattle a Mosca. Ho intercettato la generazione Erasmus che diventava grande. Sicuramente ho avuto più di quanto io abbia dato.
Lei è stato uno dei primi giornalisti su Twitter, che ha definito “filo intermentale”. Oggi ha 860,000 followers. Quanto può essere efficace per i giornalisti?
Molto, a patto di non abusarne. Twitter serve anche per promuoversi, per far sapere le proprie opinioni, per parlare del proprio lavoro: però ci deve essere un valore aggiunto. È uno strumento formidabile da usare con attenzione. Il filo interdentale, quello con la “d”, è uno strumento di igiene personale: ma non è che uno lo usa dalla mattina alla sera. Vale anche per il “filo intermentale”: utlizzare con parsimonia. Twitter non deve diventare un luogo dove i giornalisti se la cantano e se la suonano fra loro. Ci sono colleghi e colleghe che lo usano per litigare tra loro tutto il giorno: ma per favore.
Ci racconta la sua esperienza teatrale con La vita è un viaggio?
Il teatro è un modo di mettersi alla prova. Arriva un’età in cui si ha ancora energia e si vuole fare qualcosa di diverso. Così scritto un testo teatrale – il primo testo narrativo della mia vita – e ho trovato una cantante e un’attrice, entrambe romane, che vivevano a Bruxelles e a Londra. Elisabetta Spada, in arte Kiss & Drive, e Marta Rizi. Abbiamo fatto molte prove, ho scritto e riscritto. Il risultato: cinquanta tappe in Italia, da settembre 2014 a febbraio 2016, tutto esaurito quasi dovunque. La gente non veniva a teatro perché mi aveva visto in TV o perchè aveva letto un mio libro. Veniva perchè era interessata allo spettacolo teatrale. A quello che avevamo da dire. E a come lo dicevamo.
Di cosa parla?
È il racconto di uno scontro tra generazioni che diventa un’alleanza. Una ragazza di ventotto anni resta bloccata in aeroporto a Lisbona con un signore che ha il doppio dei suoi anni. È sconfortata: dal lavoro che non c’è, da come trattano una ragazza, da tutto. Lui comincia a parlarle in maniera paternalistica, lei reagisce malissimo. Nelle prime scene i due litigano; poi, lentamente, capiscono che possono aiutarsi a vicenda. Sapete cosa ha colpito alcuni colleghi (maschi)? Che restando tutta la notte con una ragazza bella come Marta, lui non ci provasse. «Beppe, che bella storia. Ma non è realistica!». Io rispondevo: «Voi siete strani…».
Come è nata invece l’idea de L’erba dei vicini su Rai 3?
Dal desiderio di raccontare il mondo e di usare la televisione in modo nuovo. Un giornalista deve fare attenzione al “linguaggio unico”. Esiste un’ortodossia giornalistica che spinge a fare sempre le stesse cose; e a considerare il resto come distrazione poco seria. Bisogna saper comunicare usando ogni strumento, a seconda delle occasioni e delle proprie attitudini. Se ho qualcosa da dire lo posso fare in tivù, a teatro, con i libri, sui giornali, sui social, in televisione.
«È importante saper comunicare usando ogni strumento, a seconda delle occasioni e delle proprie attitudini»
L’importante è essere coerenti. Sono tornato in Rai per fare L’erba dei vicini. Non Ballando con le stelle.
Non c’è il rischio di disperdere le energie?
Se hai otto strade, perché devi decidere di percorrerne solo due? Se hai quattro talenti, perché usarne uno solo? Il teatro, per esempio, mi ha dato energia. Incontro coetanei che hanno staccato la spina: sono spenti, non hanno più luce. Non è una questione di età. Ho avuto come maestro Indro Montanelli: a novant’anni era illuminato e illuminava. Ricordo un incontro con gli studenti in Cattolica, alla fine degli anni ’90. E’ stato accolto come una rockstar. Prendeva energia dai ragazzi e ne restituiva. Uscendo era radioso. Aveva capito di aver lasciato qualcosa.