Niccolò Mencacci è clinical research associate al prestigioso UCL Institute of Neurology di Londra. «Negli ultimi vent’anni la genetica delle malattie neurologiche ha fatto passi enormi. Così cureremo i disturbi del movimento».

Mencacci è uno dei tanti medici italiani che ha trovato lavoro all’estero, trasferitosi a Londra nel 2011 come visitor research fellow, dopo avere lavorato come clinical research associate negli ultimi quattro anni, con dottorato clinico di ricerca. «Avevo già cominciato la mia attività di ricerca a Londra mentre in Italia ero specializzando in neurologia all’Istituto Auxologico di Milano, dove la mia attività consisteva soprattutto nell’assistenza ai pazienti. Londra, per un medico che vuole fare ricerca, è una scelta strategica per diverse ragioni: innanzitutto perché si parla inglese e poi perché in qualità di clinician scientist è più facile mantenere viva l’interazione con i pazienti. Il terzo aspetto molto importante è che a capo dell’Institute of Neurology della UCL, dove lavoro, c’è il professor John Hardy, forse il più importante neurogenetista al mondo».

Come descriverebbe la sua attività di ricerca scientifica ai non addetti ai lavori?

Il mio campo di indagine è la genetica delle malattie neurologiche e mi occupo, in particolare, del ramo della neurologia che studia i disturbi del movimento. Il più famoso è il morbo di Parkinson, ma ci sono anche malattie più rare come le distonie o la corea di Huntington: patologie neurologiche che causano dei movimenti anormali tra cui tremore, eccesso di movimento o scatti, spesso molto invalidanti. Non tutte queste malattie sono genetiche, ma noi studiamo quei casi in cui è fortissimo il sospetto che ci sia una base genetica, come quando la malattia si trasmette di generazione in generazione o quando l’esordio è molto precoce, come nei bambini o negli adolescenti.

Queste forme genetiche sono abbastanza rare: nel caso, ad esempio, del morbo di Parkinson, solo il 5-10% delle malattie ha sicuramente origine genetica, eppure molte delle più grandi scoperte nei campi dell’Alzheimer, del Parkinson e della SLA derivano proprio dall’identificazione di queste forme genetiche. Per quanto molto rare, infatti, esse offrono la capacità di identificare degli attori essenziali nella genesi della malattia: se una mutazione in un gene è capace di scatenare tale patologia, significa che quel gene codifica una proteina che sarà assolutamente cruciale nella comprensione dei meccanismi della malattia stessa e, di conseguenza, diventerà anche un potenziale target per sviluppare trattamenti.

Un altro problema legato allo studio delle malattie neurodegenerative, come il Parkinson, è che spesso si riconoscono troppo tardi, quando ormai il processo è troppo avanzato per essere fermato. Tra gli obiettivi fondamentali della mia ricerca, quindi, c’è anche quello di utilizzare la genetica per un’identificazione precoce di chi è affetto dalla malattia o di chi è a rischio elevato. Uno dei grandi vantaggi di lavorare all’UCL Institute è che dispone della più grande banca, forse a livello mondiale, di tessuto cerebrale donato da pazienti con il Parkinson: un contributo fondamentale per la ricerca, che però permette di studiare cervelli nello stadio finale della malattia, non i suoi primi eventi dannosi.

Quali sono state le principali scoperte in questo ramo della medicina negli ultimi vent’anni?

A metà degli anni Novanta, il professor Hardy ha scoperto che delle mutazioni in un gene che codifica per la proteina precursore dell’amiloide (APP) causano forme genetiche di Alzheimer giovanile e in seguito si è scoperto che la proteina amiloide si accumula nel cervello dei pazienti affetti dalla malattia di Alzheimer. La genetica serve a un’identificazione precoce di chi è affetto dalla malattia o di chi è a rischio elevatoBasandosi su questa scoperta, il professor Hardy ha formulato la teoria dell’amiloide, per cui negli ultimi vent’anni la ricerca di farmaci contro l’Alzheimer ha come obiettivo quello di fermarne l’accumulo.

Al momento, purtroppo, non è neanche possibile rallentare il decorso delle malattie degenerative quali il Parkinson, l’Alzheimer o la SLA, nonostante i molti trial terapeutici in corso. Una delle ragioni di questo ritardo è la mancanza di modelli cellulari che ci permettano di capire in maniera precisa cosa succede ai neuroni di chi è affetto da queste patologie devastanti. A questo proposito, un’altra grande rivoluzione nel mio campo è l’utilizzo delle cellule iPS o Induced Pluripotent Stem cells, un metodo inventato dallo scienziato giapponese Shinya Yamanaka a metà degli anni Duemila per ovviare a un problema tipico della neurologia, ovvero l’impossibilità di disporre dei neuroni dei pazienti. Il professor Yamanaka ha scoperto che le cellule della pelle si possono trasformare in cellule staminali e che queste, a loro volta, possono essere trasformate in neuroni. Nonostante la tecnica sia ormai consolidata, il suo utilizzo nell’ambito dello studio delle malattie neurologiche è ancora agli inizi. Si tratta tuttavia di un metodo rivoluzionario per il nostro modo di fare ricerca.

Chi finanzia la vostra attività di ricerca?

Quando sono arrivato nel mio dipartimento, il professor John Hardy aveva appena vinto il più importante fondo di ricerca nel Regno Unito, il Wellcome Trust-MRC Strategic Award, per la comprensione dei meccanismi della malattia di Parkinson. Sono stato fortunato, anche perché il grant ha finanziato quasi interamente l’attività del laboratorio, dove lavorano quasi un centinaio di persone. Il grant è pagato dai due più importanti finanziatori della ricerca medica nel Regno Unito: la fondazione privata Wellcome Trust e il MRC (Medical Research Council), che riceve fondi governativi.

Esiste una sostanziale differenza di approccio tra il modo di condurre ricerca in Italia e nel Regno Unito?

La grande differenza con l’Italia è che nel Regno Unito il margine di libertà è molto maggiore: il confronto con i superiori non manca, ma se si dimostra di portare avanti la ricerca con regolarità, si ha la possibilità di seguire le proprie idee e di sviluppare i propri progetti in maniera abbastanza libera. Come medico ricercatore, invece, la grande differenza è che qui posso dedicarmi quasi esclusivamente alla ricerca, senza le incombenze che derivano dalla pratica clinica quotidiana, come accade, invece, in Italia.

In termini di finanziamenti, inoltre, il Regno Unito rappresenta un modello virtuoso a livello europeo, mentre in Italia è difficile competere per fondi internazionali, anche dove la qualità della ricerca è ad alti livelli, per la presenza di pregiudizi legati alla credibilità delle istituzioni. Nel Regno Unito, se si dimostra di portare avanti la ricerca con regolarità, si possono sviluppare i propri progetti in maniera abbastanza liberaNei grandi centri americani e inglesi, infatti, è più facile ottenere finanziamenti perché c’è un’egemonia del mondo anglosassone nel mondo della ricerca, per cui, ad esempio, la maggior parte degli enti che elargiscono i fondi sono americani o inglesi.

In Italia, inoltre, i fondi pubblici destinati alla ricerca sono pochi ed è poco diffusa la cultura delle donazioni e delle charities: associazioni di pazienti molto attive nel Regno Unito e negli Stati Uniti che raccolgono grosse somme di denaro tramite diverse iniziative ludiche o sportive, come le recenti Ice Bucket Challenge per la ricerca sulla SLA e Movember per la ricerca sul cancro alla prostata.

In futuro le piacerebbe continuare la sua attività di ricercatore in Italia?

Sto certamente considerando di tornare in Italia per continuare la mia carriera di ricercatore: una volta raggiunto un forte livello di credibilità all’estero, vorrei contribuire alla ricerca nel mio Paese e sfruttare questa autorevolezza per attrarre fondi nei laboratori italiani.