«Non ci faremo trascinare in avventure inutili e persino pericolose per la nostra sicurezza nazionale. Un intervento affrettato rischia di essere controproducente». Le parole pronunciate in Parlamento da Paolo Gentiloni, ministro degli Affari Esteri, si aggiungono a quelle che in queste giorni si stanno sovrapponendo sul possibile intervento di una coalizione internazionale in Libia. Secondo quanto riportato dal New York Times, al Pentagono starebbero predisponendo un piano per attaccare basi dello Stato Islamico in Libia. Tra i Paesi coinvolti ci sarebbe anche l’Italia, sebbene gli esponenti del governo continuino a mostrare una certa ritrosia quando si parla di guerra. «Le voci che si sono rincorse in questi giorni – spiega Arturo Varvelli, Research Fellow e Head of Terrorism Program dell’Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI)- fanno trapelare qualcosa di vero: alcuni interventi sono in preparazione. Ciò non esclude che la Comunità internazionale, e l’Italia in particolare, stiano lavorando diplomaticamente per la chiusura di un governo di unità nazionale in Libia». Un obiettivo che appare tuttora lontano: il governo di Tobruk continua a non avere i numeri per eleggere un esecutivo credibile a livello internazionale. Come avvenuto altrove, in Iraq e in Siria, nell’instabilità si è inserito lo Stato Islamico, che ha rafforzato le sue posizioni sulla costa.«Isis è un sintomo di instabilità ma non la causa. Per colpirlo, bisogna soffocare le cause che lo hanno alimentato» «Isis è un sintomo di instabilità ma non la causa», analizza Varvelli. «Per colpirlo, bisogna soffocare le cause che lo hanno alimentato. È su questo terreno che l’Italia si sta muovendo. L’atteggiamento del governo è teoricamente corretto: stabilizzare il Paese significa garantirsi approvvigionamenti energetici per l’Eni e fermare l’immigrazione clandestina. Questa posizione ha comunque i suoi limiti: se le trattative per la stabilizzazione dell’area continuano a ritardare, si corre il rischio che gli altri players internazionali, Usa e Francia in testa, siano spinti a fare qualcosa di diverso, e inizino a bombardare. Ma, come è stato in Siria e Iraq, bombardare non significa necessariamente fermare lo Stato Islamico che, infatti, se pur indebolito, continua ad esistere».
Intelligence, supporto e addestramento, ma niente boots on the ground: sembrerebbe essere questa la partita che l’Italia si prepara a giocare. «L’intervento sul terreno non deve essere portato dalle truppe occidentali perché l’Isis non aspetta altro – avverte il ricercatore – la guerra devono farla i libici stessi, col sostegno occidentale e americano».
Eppure, a lungo andare le strategie di guerra possono essere stravolte. «Quando in Italia ci si accorge che altri partner agiscono indipendentemente, si viene presi da un’ansia di prestazione e si pensa che, partecipando, si possa garantire meglio i propri interessi. Sarebbe il più classico dei bandwagoning, ossia salire sul carro del vincitore per non allontanare i risultati positivi che un’azione militare può portare. È quello che è successo nel 2011 in Libia quando, pur non essendo nel nostro interesse un intervento contro Gheddafi, abbiamo partecipato militarmente». Un’eventualità che l’opinione pubblica non accoglierebbe di buon grado. Infatti, stando alle rilevazioni Ixè e Demopolis per Agorà e Otto e Mezzo del 4 marzo, 4 italiani su 5 (l’81% degli intervistati) sono contrari ad un intervento in Libia.Ma allora come far “digerire” ai cittadini un intervento, militare o diplomatico che sia? «Tanto dipenderà dall’obiettivo strategico che il Governo si propone», prosegue Varvelli. «Se l’intento è distruggere l’Isis e poi non si consegue questo risultato, si va incontro a una debàcle politica. Se invece, si è coerenti con la linea finora adottata e si punta a ricostruire il Paese e non a bombardare lo Stato Islamico, le ripercussioni negative sull’opinione pubblica saranno marginali».
Ma si può davvero immaginare che la diplomazia basti in uno scenario così complicato come quello libico?
«La Libia è geopoliticamente un paese fallito. Eppure, non ci sono le condizioni per poter rinunciare ad un lavoro politico e diplomatico»«La Libia è geopoliticamente un paese fallito: ci sono due governi, più un terzo che cerca legittimazione; c’è l’Isis; ci sono le milizie, i tuareg e le minoranze etniche nel Sud del Paese. Non c’è il monopolio della forza, un concetto fondamentale per poter parlare di “Stato”. Bisogna essere sinceri, non si possono risolvere dall’oggi al domani situazioni così complesse, ma non ci sono le condizioni per poter rinunciare ad un lavoro politico e diplomatico. L’eventuale nuovo governo avrà bisogno di un supporto esterno per prendere delle decisioni determinanti per la sua stabilità. È lì che la Comunità internazionale sarà chiamata a giocare un ruolo fondamentale».