“La verità è una vittima di tutte le guerre”, ha dichiarato in una recente intervista su Magzine Giampiero Gramaglia, Senior Advisor di NewsGuard, invitato a riflettere sulle conseguenze generate dal conflitto in Ucraina sul fronte della libertà di stampa.
Negli scenari di guerra ad essere minato è il terreno dell’informazione. Così la piattaforma YouTube, una delle poche di proprietà statunitense ancora operative in Russia insieme a WhatsApp, nonostante ospiti contenuti di personaggi dell’opposizione come Alexei Navalny, è intervenuta per tentare di difendere il diritto a una corretta informazione. Dallo scoppio del conflitto, lo scorso febbraio 2022, sono stati oltre 70mila i video e 9mila i canali eliminati per violazione delle linee guida sui contenuti. Tra questi, il profilo del giornalista filo-putiniano Vladimir Solovyov, i canali associati ai Ministeri russi della Difesa e degli Affari esteri e quelli rappresentativi dei media statali, come Russia Today e Sputnik. Tutti contenuti in cui il termine “invasione” era diventato sinonimo di “missione di liberazione”, “operazione speciale” o “denazificazione”: espressioni che banalizzano e, in parte, negano i fatti, attutendone la reale portata. Secondo la policy della piattaforma, quello che sta accadendo in Ucraina rientra tra i “grandi eventi violenti” che è necessario tutelare con un’informazione autorevole e garantita.
Il Chief product officer di YouTube, Neal Mohan, ha chiarito con queste parole le motivazioni dietro la decisione: «La prima e, probabilmente, più importante responsabilità è assicurarsi che le persone che cercano informazioni su questo evento possano trovare su YouTube notizie accurate, di alta qualità e credibili. Il consumo di canali autorevoli sulla nostra piattaforma è cresciuto in modo significativo, non solo in Ucraina, ma anche nei Paesi limitrofi come in Polonia e nella stessa Russia». La responsabilità è grande, dato l’elevato numero di visualizzazioni registrate e i circa 90 milioni di utenti russi per i quali YouTube rimane una delle poche fonti di informazione sulla guerra non colpite da censura.
Anche il ministro russo per lo sviluppo digitale e le comunicazioni Maksut Shadaev ha confermato la decisione del Cremlino: il Roskomnadzor, l’agenzia federale russa che si occupa di monitorare e controllare l’accesso ai mass media nel Paese, non bloccherà il sito di video-sharing, data la sua alta popolarità nel Paese. Una sorte diversa è toccata, invece, ai social media Facebook e Instagram, banditi in risposta ai divieti imposti ai media statali russi, e a Twitter, il cui accesso è stato limitato per lo stesso motivo.
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