La prossima volta che avremo bisogno di sottoporci a un esame, il medico potrebbe semplicemente premere un piccolo cerotto coperto di microaghi sulla superficie della nostra pelle, anziché fare un prelievo di sangue. Un team di scienziati della Washington University School of Medicine ha infatti progettato un cerotto usa e getta delle dimensioni di una monetina in grado di rilevare biomarcatori e altri composti per cercare segni di malattia o rilevare altre informazioni sullo stato di salute.

I biomarcatori sono registrazioni molecolari degli attacchi a cui è stato sottoposto il nostro sistema immunitario: è come se rappresentassero la memoria immunitaria del nostro corpo. Alcuni di questi risalgono a molto indietro nel tempo, come gli anticorpi della varicella infantile; altri, come le citochine, corrispondono a un attacco ancora in atto. Ad esempio, tramite i prelievi di sangue, i medici hanno considerato il rilevamento di citochine come indicatore sperimentale di una risposta immunitaria grave al Covid-19.

Allora perché non continuare ad affidarsi agli esami del sangue?

Il cerotto in questione, rivestito da aghi lunghi meno di un millimetro, riesce ad attingere al liquido interstiziale, un fluido ricco di proteine ​​che circonda le cellule della pelle e a cui è difficile arrivare con i mezzi tradizionali. Questo liquido può rendere i test medici 800 volte più sensibili dei tradizionali esami con biomarcatori, oltre che accessibili in parti del mondo in cui le forniture e le apparecchiature potrebbero essere limitate. «C’è molto bisogno di biodiagnosi nei paesi a basso e medio reddito e anche nelle zone rurali degli Stati Uniti» sostiene Srikanth Singamaneni, l’autore principale della ricerca, pubblicata il mese scorso sulla rivista Nature Biomedical Engineering.

Singamaneni e altri scienziati immaginano anche che un giorno il processo di analisi potrebbe essere automatizzato per l’uso domestico da chiunque tenga traccia di una condizione cronica. Non ci sarebbe bisogno di essere esperti: basterebbe applicare il cerotto, toglierlo e depositarlo in un dispositivo apposito.

Ad oggi, il liquido interstiziale rimane un qualcosa di abbastanza misterioso e prima che questa nuova tecnologia possa passare dal laboratorio alle case sarà necessario collegare le malattie a biomarcatori specifici e alla loro concentrazione nella pelle. Per esempio, per malattie come la malaria, in cui un parassita rilascia proteine specifiche, i medici hanno soltanto bisogno di prove da un tipo di biomarcatore per fare una diagnosi, ma per diagnosticare in modo definitivo condizioni complesse come il cancro c’è bisogno invece di più biomarcatori.

È ancora presto per parlare di rivoluzione, ma la strada intrapresa va verso un modo di fare diagnosi più agile, preciso e accessibile.

 

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