“Se fossi stato in Myanmar, questa conversazione probabilmente non avremmo potuto farla. Sarei stato clandestino” Esordisce così Emanuele Giordana, giornalista di Lettera22 e Atlanteguerre.it con i suoi occhi vispi e il baffo lungo. Esperto di Asia e Afghanistan chiama da Nairobi per parlare della situazione politica in Myanmar. Una chiacchierata da una parte all’altra del mondo per approfondire il tema più caldo del momento. “Lì non scherzano molto con i giornalisti stranieri e poi le comunicazioni internet vengono bloccate”. 

Viene trattata così la stampa estera, adesso?

Diciamo che una cosa che mi colpisce è la resistenza della stampa locale. Due testate che hanno sede a Yangon, ovvero Irrawaddy e Myanmar Times continuano a pubblicare degli articoli duri nei confronti della giunta militare. Potrebbero aver trasferito la loro redazione telematica all’estero come faceva una volta Irrawaddy. In questo modo non li potevano intercettare ed era complicato oscurarli.Adesso la giunta militare sta cambiando tutte le leggi per permettere accuse di sedizione anche per un semplice post su Facebook.

Riavvolgendo il nastro, il colpo di stato è stato improvviso o qualche campanello d’allarme già stava suonando?

Ho letto un commento in cui si diceva che alcuni campanelli d’allarme c’erano. Però, ad essere onesti, io direi di no.Da quello che ho capito io la Lega (Lega Nazionale per la democrazia, LND, partito di Aung San Suu Kyi) era totalmente impreparata. Anche se è riuscita ad organizzarsi abbastanza velocemente perché le manifestazioni di piazza hanno sempre una regia, non è che sono completamente spontanee. Nessuno se l’aspettava. Tant’è che un paio di giorni prima del golpe c’è stata una trattativa negoziale tra i militari e gli emissari della Lega che verteva sui problemi dei brogli elettorali. In quell’occasione la Lega si sa per certo che ha detto no a diverse richieste dei militari.

Cosa avevano chiesto in questa trattativa negoziale?

I militari avevano chiesto di abolire la commissione elettorale e la LND ha detto di no, hanno chiesto di rinviare l’insediamento del parlamento e anche lì la LND ha detto no. Alla richiesta di fare un nuovo conteggio dei voti c’è stata un’altra risposta negativa. La Lega quindi si sentiva anche sicura e nella trattativa pensando che i militari non avrebbero reagito. Poi ci sono stati un paio di giorni di tensione  con movimenti di blindati e l’uno Febbraio c’è stato il colpo di stato. La cosa non è stata nemmeno così preparata. La sensazione è che i militari abbiano un po’ improvvisato. 

Ci sono state influenze esterne in questo golpe?

Molto probabilmente sia i cinesi sia i russi hanno riconosciuto il diritto ai militari di contestare il voto. Si dice che la Cina abbia avallato il colpo di Stato semplicemente per il fatto che abbia detto che si trattava di un affare interno alla Birmania. Però io vorrei aggiungere questo: la Cina non ha posto il veto alla risoluzione Onu che ha condannato il golpe.Secondo me, per i cinesi, che sono un popolo pragmatico, non fa alcuna differenza trattare con i militari o con Aung San Suu Kyi. Se i militari riescono a calmare la situazione per i cinesi va bene così ma se falliscono e gli occhi del mondo rimangono puntati su Yangon, Napydyaw, se magari ci sono delle vittime, e se  si riaccende la guerra con le autonomie regionali i cinesi mollano i militari. Questo è fuori di ogni dubbio. 

Riemergono in Birmania le contraddizioni tra gli Stati federati che la formano, e il governo civile cade su pressione delle dirigenze militari. Sullo sfondo, gli interessi di Russia e Cina e le responsabilità di Aung San Suu Kyi sulla questione migratoria.

La questione delle autonomie regionali è determinante nel Paese e diversi gruppi militari autonomi potrebbero rivoltarsi contro i militari. Qual è la situazione?

Si sono già rivoltati contro: la vicenda è molto complicata.La Birmania è, in un certo senso, un’unione di Stati nei quali ci sono delle comunità forti numericamente come gli Shan, i Karen che sono diversi dai Bamar, la comunità più importante che ha in mano le redini del potere. Questi Stati, che sono nati dopo l’indipendenza negli anni ’40, hanno cominciato ad avere problemi con il potere centrale e si sono formati eserciti regionali molto armati. C’è stata una vera e propria guerra con gli Shan, Karen, Kachin. È stato avviato un lungo processo di pace che si è arenato fino all’arrivo di Aung San Suu Kyi, e questo è un merito che le deve essere riconosciuto. Lei è riuscita a riavviare il processo di pace anche perché non era una militare e loro, quegli stati regionali, odiavano i militari dell’esercito Bamar, ovvero l’esercito Tatmadaw protagonista del golpe con cui hanno sempre combattuto. La presenza di un governo civile e l’idea di creare una federazione, quindi riconoscere le autonomie e allo stesso tempo un rafforzamento di un governo centrale al quale potevano contribuire tutti ha calmato la situazione. Sette dei principali gruppi armati hanno aderito al processo di pace e hanno approvato un percorso di pacificazione nazionale con la creazione di una federazione, parola che prima era un tabù in Birmania.

Quindi il merito di Aung Saang Suu Kyi è stato quello di calmare i conflitti regionali.

Esatto.Le autonomie regionali che avevano sottoscritto il cessate il fuoco si sono schierate contro il Tatmadaw, l’esercito golpista, riconoscendo il governo di Aun San Su Kyi e il processo di pace. I militari, che sono stati anche loro una parte del processo di pace, hanno immediatamente sciolto il comitato che era stato costituito e hanno cominciato a fare una trattativa di privata con tutti i gruppi che non avevano aderito al cessate il fuoco. Però sono gruppi e partiti più piccoli, meno importanti dei sette, come ad esempio lo stato Wa. Poi c’è l’Arakan Army, una formazione guerrigliera combattente con la quale l’esercito Tatmadaw, a quanto pare, è riuscito ad porre una tregua e questa è una novità importante. Da quello che so avrebbero concordato di formare una sorta di autonomia nello stato dell’Arakan, situato nella Birmania occidentale dove vivevano i Rohingya. Con questo accordo gli sarebbe stato garantito una sorta di regime di autonomia amministrativa senza la possibilità di secessione. Questo gioco però è molto pericoloso perché c’è un esercito nazionale forte, una serie di eserciti regionali armati fino ai denti pronti a prendere le armi contro il golpe, e una serie di gruppi minori che magari accettano il cessate il fuoco però contano poco se i 7 scelgono lo scontro frontale. Se si arriva al confronto sarebbe un problema sia per i golpisti sia per i paesi vicini, sia per la Cina. 

Prima ha detto che se la situazione non si dovesse calmare la Cina potrebbe mollare i militari. Cosa intende?

La Cina ha grandi interessi in Birmania in merito alla nuova via della seta. Stanno progettando la costruzione di nuove infrastrutture in Myanmar come un porto e una ferrovia. Qualora non si dovesse calmare la situazione potrebbero anche ricattare il Myanmar minacciando di rinunciare a questi investimenti. Una settimana fa sembra che siano addirittura arrivati da Pechino dei consiglieri politici e militari per dare suggerimenti su come superare la crisi per creare una sorta di modello Hong Kong anche se è chiaro che i due scenari non siano paragonabili. La notizia dei consiglieri, però, non è confermata e Pechino ha dichiarato che gli aerei cargo erano solo colmi di cibo e aiuti di questo genere. 

Tornando sulla figura di  Aung Sann Su Kyi, che giudizio si può dare di lei?

Innanzitutto la questione dei Rohingya non si può accantonare ed è una macchia grave che non si può perdonare. La situazione dei Rohingya in Myanmar è terribile perché vivono in campi profughi dove non fanno entrare gli stranieri e nemmeno le organizzazioni internazionali. Lei nella gestione della situazione avrà anche avuto anche i suoi motivi per comportarsi in un certo modo perché sono stati i militari a voler espellere questa minoranza. Detto questo è anche giusto riconoscere quello che ha fatto nel suo Paese. Oltre al processo di pace nei famosi sette stati ha fatto il possibile per trasformare la democrazia birmana in qualcosa di stabile cercando di modificare la Costituzione che è ancora molto antidemocratica perché redatta dai militari nel 2008. Lei ha dei meriti che si sono visti alle elezioni con un successo elettorale clamoroso, motivo per il quale è stato fatto il colpo di stato. Il giudizio per il Paese è positivo ma la macchia dei Rohingya rimane, perché a mio avviso si tratta di un genocidio che nulla ha a che fare con la democrazia. Io questo non glielo perdono anche se per i Rohingya ha cercato un compromesso con i militari. Un compromesso inaccettabile perché la parte che doveva difendere ha perso tutto.

Eppure lei in patria è osannata. Adesso è ai domiciliari ma quale sarà il suo destino?

Lei adesso è ai domiciliari ma non si riesce a capire dov’è esattamente. La sua casa è quella di Yangon ma non si sa se è li oppure a Naypyidaw.Domani lei dovrebbe apparire in tribunale ma forse potrebbero rimandare l’udienza e questo secondo me è un altro indizio della prudenza dei e anche dell’improvvisazione dei militari perché sanno che questa donna ha un consenso enorme. Loro forse hanno fatto il colpo di stato pensando che lei godesse basso consenso in occidente per via dei Rohingya. Però è stato un calcolo sbagliato, perché sono scese in piazza 700mila persone. Può essere che rimandino ancora l’udienza. Lei potrebbe prendere sei anni di carcere però sono su una strada molto scivolosa

La sensazione quindi è che i militari non vogliano mettere in carcere Aung Sang su Kyi?

La cosa più logica sarebbe metterla agli arresti domiciliari. Però fra un anno se si va a votare lei otterrà tantissimi voti e i militari dovrebbero truccare le elezioni in maniera talmente palese che tutti se e accorgerebbero. Si trovano in una situazione che gli è sfuggita di mano perché non è più il 1988 dove bastava arrivare con i carri armati fare una carneficina di due giorni e chiudere tutto.Oggi il mondo è cambiato e gli occhi de mondo sono tutti lì. Non solo in Occidente ma anche in Asia, ai Paesi vicini non va bene questa situazione caotica. 

Vede possibile un intervento militare della comunità internazionale o addirittura un intervento militare cinese?

No, credo di no. L’orientamento dei militari ora non è tanto quello di una condotta violenta. Stanno cambiando le leggi in maniera illegale per dare una parvenza di legalità a quello che stanno facendo, come volessero dire “stiamo agendo secondo la legge”. In più si dice che che ci possano essere delle crepe all’interno della stessa giunta militare. Non tutti sono d’accordo con questa azione militare. Oggi il sistema bancario è andato in tilt. Tutte le banche private hanno sostanzialmente chiuso i battenti. Rimane solo la banca centrale del Myanmar e la gente sta correndo là ad incassare e basta. Questo vuol dire che il Paese si ferma e che l’attività economica va in tilt.I militari che controllano gran parte dell’attività economica cominceranno ad avere anche le pressioni dei loro imprenditori in divisa che si lamenteranno. Il Paese sta per collassare e questo è difficile perché ti esponi ad una resistenza della gente che può anche diventare armata e loro hanno ben presente del caos che può venire fuori. Quindi i responsabili della dirigenza militare potrebbero anche essere disposti a trattare.

Al di là della questione dei consiglieri, crede che ci sia comunque una linea diretta Birmania-Cina?

I cinesi rimangono prudenti ma io penso di sì, quindi non è escluso che dicano di provare a negoziare.La geografia è sempre di grande aiuto e per i cinesi la Birmania è strategicamente fondamentale soprattutto se, speriamo di no, la situazione nel Pacifico dovesse scaldarsi. Certo ,è una strada in salita ma se si comincia un negoziato la gente torna a lavorare, il Paese si riprende e tra i militari si potrebbero formare due fazioni. Una favorevole a trattare e una non favorevole e più dura ma così si sarebbe guadagnata la partita. Spero che sia questo l’esito della crisi attuale.