Lo Zimbabwe è al 137° posto nell’Indice mondiale della libertà di stampa mondiale di Reporter senza frontiere (RSF). A causa dell’aumento di reporter arrestati, feriti e derubati della loro attrezzatura, la sezione dello Zimbabwe del Media Institute of Southern Africa (MISA) ha creato un pulsante di allarme per garantire la sicurezza dei giornalisti in difficoltà. Secondo l’Istituto, progettare il pulsante antipanico è stata una scelta necessaria, dettata dall’aumento del numero di attacchi contro i giornalisti nel Paese negli ultimi anni. L’iniziativa si prefigge di salvare vite umane e di offrire assistenza legale immediata: “Si tratta di un’applicazione Android che può aiutare i professionisti dei media che si trovano in situazioni di emergenza durante lo svolgimento delle loro mansioni giornalistiche”, ha dichiarato il MISA.

L’applicazione è progettata per inviare un messaggio di emergenza ai contatti preconfigurati tramite un pulsante di allarme rosso, condividendo con loro la posizione dell’utente, anche se i contatti non hanno scaricato l’app sui propri cellulari.

Il problema delle minacce fisiche non è l’unico rischio per i giornalisti che lavorano in Zimbabwe: qui “il codice penale modificato, la legge sui segreti ufficiali e la nuova legge sulla sicurezza informatica e la protezione dei dati continuano a ostacolare il giornalismo”, si legge nel rapporto di Reporter senza frontiere. E i media hanno sottolineato il pericolo che questa legge venga usata per mettere a tacere gli informatori, o whistleblowers, i giornalisti o altri che usano le piattaforme online per denunciare la corruzione all’interno delle istituzioni statali.

Admin Mare, professore associato presso il Dipartimento di Comunicazione e Media dell’Università di Johannesburg, ha elogiato così l’iniziativa: «Ritengo che sia un passo nella giusta direzione, vista la delicata questione della sicurezza dei giornalisti soprattutto durante le elezioni e le proteste. Abbiamo visto che i giornalisti sono spesso vittime di pestaggi da parte di agenti di sicurezza e attivisti di partito per aver svolto il loro lavoro».

Non basta comunque un’applicazione per migliorare la situazione: a fare di più devono essere anche le forze dell’ordine, la magistratura, gli attivisti politici e gli editori dei media. “Abbiamo bisogno di tolleranza e volontà politica per promuovere la sicurezza dei giornalisti”, ha aggiunto lo studioso.

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