Tra i palazzi e la calma apparente di piazza Otto Novembre, Uddin Jashim sistema con cura il suo chiosco, incorniciato da un ordinatissimo arcobaleno di fiori. La sua è una storia di alti e bassi: in Bangladesh era impiegato per un grossista di fiori che, fallito nel 2010, lo lascia senza lavoro e lo spinge a spostarsi in Italia, costringendolo a rimettersi completamente in discussione e a lasciare i genitori anziani e i fratelli in balìa di una terra dalla bellezza dolorosa e struggente.

Arrivato a Milano, si mette alla ricerca di un lavoro e, quasi come un segno del destino, trova l’occasione di aprire un piccolo chiosco poco lontano da Porta Venezia. Nel mettere insieme i pezzetti della sua vita, parla di come “nonostante abbia provato a lungo a cercare qualcos’altro, il destino lo abbia portato, ancora una volta, a lavorare coi fiori” e di come ami quello che fa, soprattutto quando gli dà “la possibilità di accontentare i desideri e i gusti delle persone gentili”, che dice di essere in grado di riconoscere dagli occhi.

Nonostante la tenacia e la fatica, la situazione economica della sua attività, che attira soprattutto gente del quartiere e turisti, non è delle migliori: “Le persone non comprano più tanti fiori e, ogni giorno, a fine giornata, i soldi guadagnati sono sempre meno. Questa è un’attività che costa, è difficile andare avanti”.

I colori che lo circondano ogni giorno e uno strano amore/disamore per Milano non gli impediscono di provare una forte nostalgia per il suo Bangladesh e, più di tutto, per la sua famiglia: “Sono stato costretto a lasciare la mia terra. Qui sto bene ma lì ci sono i miei cari. Lì c’è la mia storia”.