“Boeing sta costruendo un nuovo Air Force One per i futuri presidenti degli Stati Uniti, ma i costi sono fuori controllo, oltre i 4 miliardi di dollari. Cancellate l’ordine!”. Così Donald Trump twittava il 6 dicembre scorso, commentando polemicamente il contratto stipulato tra la società aerospaziale e il Pentagono. L’appalto del progetto di sostituzione dei due aerei presidenziali, operativi ormai da trent’anni, è stato vinto da Boeing durante il secondo mandato Obama. Il piano prevede la costruzione di due nuovi 747-8, i jet commerciali più veloci al mondo e con le minori emissioni di gas serra. Tuttavia, secondo le stime di Air Force, il costo totale della commessa dovrebbe aggirarsi intorno ai 2,8 miliardi di dollari, spalmati nel periodo fiscale di 5 anni. Insomma, lontano dai 4 sbandierati dal neo-eletto presidente.

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La stessa espressione, out of control, fuori controllo, è stata utilizzata sei giorni dopo in un altro tweet al veleno, spedito questa volta a Lockheed Martin. La prima azienda militare degli Stati Uniti ha un fatturato annuo di 45 miliardi, l’80% del quale proviene dal Dipartimento di Difesa americano. L’oggetto della critica erano le spese legate all’espansione della flotta americana degli F-35, i cacciabombardieri di quinta generazione. Si tratta del più costoso programma della storia del Pentagono e prevede un contratto con Lockheed del valore complessivo di 1.500 miliardi di dollari fino al 2070. Del progetto fanno parte, tra le altre, anche Italia, Giappone, Australia e Regno Unito.

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Era dai tempi del discorso di Dwight Eisenhower sul “complesso industrial- militare” che un presidente degli Stati Uniti non si scagliava così duramente contro i colossi della Difesa statunitense. “Solo un popolo allertato e informato potrà costringere a una corretta interazione la gigantesca macchina da guerra militare, in modo che sicurezza e libertà possano prosperare insieme”, sosteneva il 34° presidente. Dal 1945 in poi, l’élite militare ha ottenuto sempre più potere e influenza su Washington, legando i propri interessi personali alla spesa in armi e sicurezza degli Stati Uniti. Nel corso dei decenni la presenza di un nemico sul quale prevalere non ha fatto altro che legittimare questi investimenti: prima la Russia durante la Guerra Fredda, poi l’Iraq di Saddam Hussein. Infine l’odierna lotta contro il terrorismo targato Isis. Secondo un’analisi del SIPRI, l’Istituto di ricerca svedese che rappresenta la fonte di dati più completa e coerente sulla spesa militare globale, nel solo 2015 il Pentagono ha stanziato più di 600 miliardi di dollari, il 4,3% del Pil e più di un terzo del totale mondiale in questo settore.Secondo un’analisi del SIPRI nel solo 2015 il Pentagono ha stanziato più di 600 miliardi di dollari, il 4,3% del Pil e più di un terzo del totale mondiale in questo settore Numeri notevoli, che Trump non ha alcuna intenzione di ridimensionare. La sua unica preoccupazione è quella di massimizzare i profitti riducendo i costi. Un approccio pragmatico che ha già dato i suoi frutti: nell’incontro con il numero uno di Lockheed, Marillyn Hewson, il presidente è riuscito a strappare uno sconto del 7,3% sull’acquisto del prossimo lotto di F-35, garantendo al governo americano un risparmio di oltre 700 milioni di dollari. Boeing  ha precisato che “al momento ha solo un contratto da 170 milioni di dollari per determinare le capacità dei nuovi velivoli” e il suo amministratore delegato, Dennis Muilenburg, ha aggiunto che “la produzione prevedrà comunque costi minori rispetto al piano di Air Force”.

Una riduzione del budget su questi programmi consentirebbe di destinare maggiori fondi per potenziare gli apparati dell’esercito. L’agenda di Trump prevede: un consolidamento della flotta marina, la Us Navy, con una sessantina di nuove navi; un incremento dei battaglioni dei marines di prima linea;  un aumento degli organici dell’esercito con 80mila nuove unità, che riporterebbe gli uomini dell’Us Army ai 540mila effettivi dell’amministrazione Bush. Obiettivi ambiziosi che sono sempre stati tra i punti forti della sua campagna elettorale. Trump, da businessman navigato, sa che non è facile imporre il proprio potere contrattuale in un settore eterogeneo nel quale non sono presenti soltanto Boeing e Lockheed, ma anche aziende come Motorola, General Motors, United Technologies e General Electric per le quali gli appalti della Difesa sono una grossa fonte di guadagno. Dalla vendita di armi, ad esempio, la somma dei ricavi delle ultime due aziende si aggira intorno ai 16 miliardi di dollari. Senza contare poi gli interessi della CIA, che vorrebbe proseguire la propria agenda geopolitica indipendentemente dalle decisioni che arrivano dalla Casa Bianca.

Ecco perché il presidente, pur essendo capace di azioni imprevedibili, al tavolo delle contrattazioni privilegia la politica del compromesso. E non può essere altrimenti per chi nella sua biografia ha scritto: “gli affari migliori sono quelli in cui ciascuna delle parti ottiene quello che vuole dall’altra”.