Non si fermano le morti nel Mediterraneo. Il 15 marzo scorso venti persone migranti sono morte nel mare Egeo, vittime del naufragio di una imbarcazione che si è rovesciata a largo della provincia turca nord-occidentale di Canakkale, vicino all’isola greca di Lemnos. Nella serata precedente, a circa 60 miglia a Sud di Lampedusa, sono morti in 60. Centinaia di migranti erano a bordo di un’imbarcazione che dalla Libia cercava di raggiungere l’Europa. «Il motore si è rotto dopo tre giorni, ha lasciato la barca alla deriva senza acqua e cibo. Sono almeno sessanta le persone che hanno perso la vita durante il viaggio, tra queste c’è anche un bambino», ha riferito un sopravvissuto. In totale, solo nel mese di marzo 2024, sono morti 215 migranti nel Mar Mediterraneo, il doppio rispetto ai decessi registrati lo scorso anno. I dati sono numeri, e i numeri non parlano. Non sono in grado di descrivere le sofferenze vissute da chi lascia alle spalle la propria casa, mosso dalla disperazione. Ma dopo le intemperie, ci può essere speranza. Eminick Osalodor è un giovane che ce l’ha fatta, esattamente dieci anni fa, e oggi vive dignitosamente in Puglia. La sua storia è la versione reale del film di Matteo Garrone “Io Capitano”. Quando Eminick ci racconta perché è partito dalla Nigeria, la ragione del suo viaggio ci è chiara come il sole: «Un giorno, io e papà siamo tornati a casa: l’uscio era sporco di fango, c’erano impronte di stivali in cuoio ovunque. La porta era sfondata: in cucina, con il volto e l’addome rivolti verso il pavimento, c’era il corpo senza vita di Ade, la nostra balia. Era stata uccisa con il kalashnikov. Il vero obiettivo era mio padre. Il giorno stesso siamo partiti».

In totale, solo nel mese di marzo 2024, sono morti 215 migranti nel Mar Mediterraneo, il doppio rispetto ai decessi registrati lo scorso anno. Esattamente dieci anni fa, il nigeriano Eminick Osalodor attraversava il Mediterraneo come minore non accompagnato. Eminick ce l’ha fatta e oggi fa il cuoco in Puglia

La fuga da Benin City

Eminick Osalodor è un ragazzo nigeriano di venticinque anni. Nel 2014 è stato costretto ad abbandonare la sua città, Benin City, a causa di una faida tra clan: «Papà era uno dei leader della comunità Amagba. Nel 2014 c’era una faida con il clan rivale per il controllo di un territorio, conteso da entrambe le fazioni. Quando hanno tentato di ucciderlo, siamo scappati». La vita del giovane Eminick, all’epoca sedicenne, cambia inesorabilmente: «Ho lasciato i miei amici e la scuola. Frequentavo il liceo artistico, ma non avevo scelta. Sono orfano di madre, non ho né fratelli né sorelle, e mio padre era tutto per me. Abbandonata Benin, l’obiettivo era raggiungere l’Europa, imbarcandoci dalla Libia. Dopo aver attraversato il Niger, al confine con la Libia, siamo entrati in contatto con degli uomini che avevano promesso che per cinquecento euro ci avrebbero portato in Italia».

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Dall’alto, Benin City (Nigeria).

La prigionia in Libia e l’uccisione del padre

La realtà è stata però differente: i libici, di fatto sequestratori, hanno iniziato a pretendere denaro ulteriore per effettuare la partenza: «La nostra sorte era segnata, papà pregava di notte. Un giorno, dopo diverse settimane in cui fummo entrambi torturati con lo scudiscio, gli tagliarono la gola davanti ai miei occhi». Il volto di Eminick si incupisce, il respiro diventa affannoso, i suoi occhi sono pieni di lacrime: «Non ricordo più la voce di mio padre e questo mi devasta. Però non ho mai dimenticato l’odore del sangue». La fuga dal campo di prigionia e i giorni di digiuno vissuti dal sedicenne hanno messo a dura prova il suo animo, rimasto ancorato alla vita, nella più totale apatia, solo per istinto di sopravvivenza. Poi l’incontro con Khaled, un contadino libico sulla cinquantina, che accoglie Eminick nella sua fattoria, dove lavora per due anni, mettendo da parte il denaro necessario per effettuare la traversata tanto sognata dal padre.

L’arrivo in Italia

«Quando siamo partiti con il gommone, io ero seduto accanto al ragazzo gambiano che faceva lo scafista. Era stato scelto perché essendo musulmano capiva l’arabo. Io ero uno dei più piccoli. Il viaggio è stato tranquillo: mangiavamo anche bene, soprattutto il riso. Eravamo un centinaio». L’approdo in Italia avviene dopo diversi giorni di navigazione, il 23 luglio 2016, sulla spiaggia di Messina. Eminick, ancora minorenne, dopo la prima identificazione viene trasferito in Salento: «Ho vissuto in diverse comunità: Aradeo, Copertino, Surbo. Alla fine ho trovato lavoro a Tuglie, tramite un annuncio su Facebook. Ho sfruttato i corsi di cucina fatti in comunità e ho iniziato lavorare in un ristorante. Con il contratto, ho ottenuto il permesso di soggiorno». Nel 2020, il Covid riaccende i fantasmi nella mente di Eminick: «Passavo tanto tempo a casa. Ero da solo, rivivevo l’uccisione di mio padre, sentivo ancora una volta l’odore del sangue, il rumore dello scudiscio sulla mia pelle. E’ stato il momento più difficile che ho vissuto in Italia: ho perso il lavoro e ho avuto bisogno di sostegno psicologico». Oggi la situazione è tornata alla normalità: «Ho sentito la vicinanza delle persone: questo mi ha permesso di alimentare il sogno di diventare uno chef di fama internazionale. Il Salento è la terra delle opportunità, una terra magica, che mi ha accolto quando ero ancora minorenne. Oggi posso dire tranquillamente che è casa mia, soprattutto Parabita, dove lavoro ormai dal 2021».

Il Salento: luogo di rinascita, amore e speranza

La storia di Eminick può essere di ispirazione per i tanti minorenni stranieri non accompagnati che attraversano il Mediterraneo alla ricerca di pace e di un futuro migliore. Sono più di cinquemila i minori dislocati in Salento nei centri di seconda accoglienza solo nel 2023. «Voglio lasciare un messaggio a questi ragazzi: ci saranno giorni difficili, dove per rimanere aggrappati alla vita servirà tutta la nitidezza dei ricordi. Giorni in cui vi sentirete soli e non capirete cosa vi ha spinto ad affrontare tutto questo. Abbiate fiducia, l’amore ricompenserà il vostro dolore».