“Non ho paura di un’invasione perché la Romania è un membro della Nato. Se ci sarà mai un’aggressione russa, gli altri Paesi interverranno in nostro aiuto”. Esordisce così Bogdan Lungu, ventuno anni, studente della Scuola di Giornalismo dell’Università Babes-Bolyai di Cluj. Anche il suo collega e coetaneo Razvan Timpescu la pensa allo stesso modo: “Non sono preoccupato per la sicurezza della Romania, ma ho paura di quello che Putin farà agli ucraini”. Neanche duecento chilometri separano la città della Transilvania dal confine ucraino: Cluj è un punto di passaggio per migranti, giornalisti e reporter.
Riportare le storie di chi scappa dalla guerra e fare da cerniera tra il conflitto e la pace: gli studenti della scuola di Cluj hanno scelto questa strada per fare informazione affidabile e verificata
“Dall’inizio della guerra molte dinamiche sono cambiate, ma la nostra attività educativa è rimasta uguale a prima”, spiega la professoressa Andreea Mogos, vicepreside della facoltà di “Giornalismo e Digital Media”. Alla Babes-Bolyai giornalismo è insegnato in quattro lingue – rumeno, ungherese, tedesco e inglese – e la loro Scuola vanta oltre quattrocento studenti. Due di loro sono proprio Bogdan e Razvan.

Bogdan Lungu, 21 anni, è uno studente della scuola di giornalismo di Cluj. Ha intervistato una soprano scappata da Odessa, che ora vive in Romania.
Poche settimane fa Bogdan ha intervistato Anna Bondarenko, soprano scappata dall’Ucraina all’inizio della guerra, che ha trovato rifugio proprio in Romania. L’intervista nasce come un progetto universitario. “Abbiamo fissato un incontro per parlare della sua situazione, è una rifugiata ucraina che si è trasferita a Cluj da Odessa. Ha trovato un nuovo lavoro come soprano all’Opera della nostra città”. Una volta dentro, Bogdan e i suoi colleghi hanno posizionato le telecamere in una stanza molto grande con dietro un piano e hanno iniziato a parlare con la soprana. È stata un’esperienza diversa dal solito, la sua prima intervista con un traduttore: lui parlava rumeno, lei russo. “Siamo stati cauti nei temi da trattare: molti rifugiati hanno storie complicate e costellate di eventi tragici. Ci siamo concentrati soprattutto sul suo ruolo di artista e sulla potenza scenica della soprano. Anche se è scappata dalla guerra ed ha alle spalle numerosi traumi, nel video volevamo mostrare che lei ha continuato a cantare e ad andare in scena, nonostante le sue fragilità”. È la storia della vita che continuano nonostante la guerra, anzi, a scapito della guerra.
Per Bogdan doveva essere come una conversazione con un’amica, era necessario che Anna Bondarenko si sentisse a suo agio. Dal loro primo incontro i due hanno continuato a vedersi. “Ci incontriamo quasi ogni settimana, Cluj non è una città molto grande. Proprio pochi giorni fa sono andata a vederla a teatro”. Bogdan rivela poi che la soprano è rimasta molto colpita dal prodotto finale. Non è stata un’intervista noiosa come molte altre fatte dalla stampa locale, scherza la cantante.

Andreea Mogos è vicepreside della Scuola di giornalismo di Cluj. “Quando scoppia la guerra, la prima vittima è la verità”, spiega
“Molti giornalisti romeni sono andati al confine, per raccontare le condizioni dei migranti che attraversano il confine. Sono storie davvero emozionanti e i cittadini vengono spronati ad organizzarsi per accoglierli”, racconta la professoressa Mogos. Anche una studentessa che ha fatto l’Erasmus all’Università di Cluj, ora tornata in Romania, si è spinta fino al confine per documentare ciò che succede. Ora è una fotoreporter, si chiama Loyola Pérez de Villegas Muñiz.
Di storie di migranti racconta anche il reportage di Timpescu. “Volevamo dimostrare che chi soffre di più durante una guerra non sono né i soldati, né i politici, ma i civili”, spiega lo studente. Questo è il motivo che sta dietro la scelta di intervistare Evita e Lena, entrambe profughe ucraine scappate in Grecia. Il progetto che fa da cornice a queste interviste è Invisible cities, incentrato sui luoghi e le persone che a causa del conflitto sono state dimenticate.
Evita “ha attraversato il confine con i suoi bambini, lasciandosi dietro il resto della famiglia”, mentre la prima si è stabilita da più tempo sull’isola. Una testimonianza che ha emozionato anche la protagonista: “Abbiamo cercato di evitare domande che la mettessero troppo in difficoltà, perché alla fine dell’intervista si è molto commossa”, ricorda Timpescu.
Il messaggio che Lena lascia al popolo ucraino, però, è di speranza. È lo stesso che si ripeteva dai balconi tutti in coro due anni fa: “Andrà tutto bene”. Ciò che ha colpito di più durante l’intervista è la lucidità della donna: nonostante la rabbia che lei prova verso Putin e il governo russo, il suo dolore non si riversa sui cittadini di Mosca. “Era affranta per quanto successo, ma mai arrabbiata con il popolo russo. Ha sempre parlato di Putin e fatto riferimento solo a lui”, riflette lo studente.
Il riscatto di Evita, Lena e Anna è l’altra faccia della medaglia delle storie dei soldati che continuano a sparare da quasi tre mesi. Sono donne che si rialzano mentre le bombe continuano a cadere. Non è solamente le vita dei civili a essere spezzate dalla guerra, conclude Mogos. “La prima vittima è la verità. È importante raccogliere informazioni da fonti affidabili”. . Il suo pensiero è il linea con quello di Jedrzej Skrzypczak, collega dell’Università di Poznan in Polonia. Per questo è cruciale il ruolo del giornalismo: “è compito di chi fa informazione e di chi insegna ai reporter verificare le fonti e produrre notizie affidabili”.