Siamo un centinaio e siamo dunque una specie protetta. Abitiamo tra le alte montagne a picco sul mare di Capo Marrargiu, oasi ancora – e per fortuna, aggiungerei – poco conosciuta. Siamo gli unici avvoltoi sardi a essere sopravvissuti. Da queste parti ci chiamano “entulzos”, ma a noi ci suona meglio il nome di grifoni. Stamattina mi sono svegliata raggiante, un po’ come il sole che ha scaldato velocemente il terreno. Meglio così: la corrente ascensionale aiuta le mie grandi ali a volare per lunghi tragitti. Avevo proprio voglia di fare un giro in Planargia.
Tra il verde degli alberi e una striscia serpeggiante di asfalto (credo lo chiamino così gli umani) viaggio a velocità sostenuta e mi immergo tra le catene montuose che circondano un piccolo borgo lasciato libero al mondo solo dal mare. Seguo un’altra striscia, questa volta d’acqua dolce. Sto sorvolando l’unico fiume navigabile in Sardegna: il Temo. Mi accovaccio su un porticciolo d’epoca romana e annuncio il mio arrivo agli altri uccelli che volano sopra l’abside circolare della Chiesa di San Pietro. Le tre navate vengono visitate e frequentate ancora oggi pur essendo l’architettura sacra più lontana dal centro abitato. Sono arrivati dei pescatori e so che non dovrei preoccuparmene: i bosani sono gli umani che mi tutelano. Mi alzo comunque in volo lasciandomi chiamare “bella e maestosa”.
I pescatori son fatti così: tra l’ormeggio di una barca e un ritiro di una nassa per la pesca delle aragoste fanno tanti complimenti. Inizio a fare slalom tra grandi pietre scure in cima alla catena montuosa chiamate “sos testimonzos” (i testimoni). Secondo la leggenda quelle pietre erano dei cacciatori che, diventando testimoni dell’omicidio della Marchesa Malaspina da parte del marito troppo geloso, siccos sun restados, de pedra (Son restati secchi dal terrore, di pietra). Ho comunque una mia teoria: quei quattro grandi spuntoni di pietra sono le dita che le ha tagliato dopo averla uccisa, in qualche modo gli dei in cui credo dovevano ricordargli del peccato commesso.
S’iscala ‘e sa rosa e s’iscala ‘e s’ainu (la scala della rosa e la scala dell’asino) sono scale costruite alte e ripide proprio per costringere la persona che le percorre ad alzare la testa, in direzione del castello. Le scale interrompono la struttura orizzontale del paese in pianura producendo uno spaccato verticale composto da case di tutti i colori, lunghe e strette, divise da stradine di ciottoli che seguono il terreno originario del colle facendogli come da vestito di carnevale, questa è Sa Costa. Proprio il karrasegare ‘osinku (carnevale bosano) è la festa più sentita. Dura circa un mese e mezzo: probabilmente i bosani vivono le loro vite più per questa tradizione che per qualunque altra priorità.
Ogni anno sento le urla del martedì grasso fino alla mia tana. Il martedì di s’attitidu gli abitanti si vestono tutti da vecchina in lutto. Con una bambola in una mano per un tichirigheddu ‘e latte (un goccio di latte) e il bicchiere di vino rosso nell’altra si radunano tutti al Corso Vittorio Emanuele II. Urlano in falsetto frasi funebri in sardo cercando salvezza per la figlia, rientrata tardi e in condizioni pietose da una serata con gli amici, sdraiati a terra in completa disperazione e agonia in dimostrazione di un dolore ritualizzato.
Nel pomeriggio invece tornano tutti a casa e si cambiano il vestito, per la sera il colore è il bianco. Una camicia da notte, uno scialle candido e una lanterna in vimini (sa pischedda): è tutto quello che serve per cercare gioltzi (il carnevale che muore). Camminano per le vie di Bosa in gruppo e poco prima della mezzanotte bruciano un fantoccio, o due, o tre, o dieci, o venti. Le strade si riempiono di fuocherelli e cerchi di persone legate per mano intorno a questi. “Ciappadu!! Ciappadu!!”, (Trovato!! Trovato!!), è questo l’unico canto che si sente per le vie. La tradizione della vita e della morte, della rinascita e della natura. Per loro il karrasegare è una cosa seria. Non riescono proprio a farne a meno: la ripropongono anche d’estate.
Sulla sommità di Sa costa, sopra i colori accesi delle case, le verande piastrellate e le due scale ripide in trachite rosa c’è il Castello di Serravalle (o dei Malaspina). È stato costruito agli inizi dell’anno mille e da qui, sopra la croce della piccola Chiesa di Regnos Altos, la vista è meravigliosa. La torre aragonese in lontananza sorveglia la costa e la spiaggia di Bosa Marina, Monte Furru abbraccia a sinistra il paese che si lascia attraversare dal fiume Temo che scorre calmo.
Il castello è un bastione naturale affacciato sulla fertilissima vallata. La sua posizione è stata una delle più strategiche perché permetteva di controllare tutto il territorio dal mare al corso del fiume, fino all’insediamento urbano. Era utilizzato come luogo di avvistamento contro gli attacchi dei briganti e dei Saraceni, sempre tanto interessati al gioiello sardo. Purtroppo ora il castello lascia conservato solo il lungo recinto difensivo in muratura e le torri rompi-tratta.
Ci penso scendendo in picchiata verso un campo: una carcassa di cavallo sta chiedendo di essere mangiata, ne sono sicura. Quasi alla fine del pasto alzo il becco e intravedo dei mini-umani giocare a palla in un parcheggio mai finito di costruire, non è un posto molto sicuro ma almeno le loro madri con un urlo possono chiamarli facilmente per il pranzo. “Oooh, peppì! Torra a domo ch’est s’ora de mandigare”, e infatti… mancu nadu (manco detto) il primo bambino corre a casa.
Di urla se ne sentivano tante un tempo, mio nonno me lo raccontava sempre. Sa costa, il quartiere antico di Bosa, quello tutto colorato, prima faceva da casa alla maggior parte degli abitanti. Le strette vie che separano le case facevano sì che le casalinghe, al momento di raccogliere i panni stesi in lunghi fili sbilenchi, chiaccherassero e ridessero dei compaesani così forte e così tanto malignamente da meritarsi la nomea di “costagge”. Oltre alle madri costagge ci sono anche le vecchine con le mani d’oro (manos de oro). Mi avvicino ad una delle case di una delle famiglie più conosciute per l’arte del filet. C’è una tziedda che tesse attenta la sua opera d’arte. Il ricamo (su lauru) viene iniziato subito dopo la costruzione della tela, prima progettata su un foglio con disegni tipici, poi riportarti in pratica con l’ago, il modano (s’ispola) e la forma (su Ferrettu) quest’ultimo determina lo spessore della rete. Spessore per giunta uguale alla maglia delle reti dei pescatori, uniche nel loro genere. Quando stava per finire uno dei punti di ricamo tipico del paese, il piccadura, vengo distratta dal coro in prova. Spicco tra le case di sa costa e raggiungo il suono pochi secondi dopo. Ancora oggi dopo millenni, il coro tradizionale bosano cerca di mantenere e trasmettere la musica orale del canto sardo in feste e balletti autoctoni. La mescolanza di voci in prova – tenori, baritoni, soprani – chiusi in cerchio, faccia a faccia, rende l’atmosfera così suggestiva che non mi accorgo nemmeno della pioggia che piano piano inizia a battermi sul becco. Ma che posso dire… faccio come fanno a bosa, addaghi pioet lassant pioere! (Quando piove lasciano piovere).Questo è un motto riconosciuto ai bosani da tempo per la loro capacità di “lasciar fare”, lasciarsi scivolare le cose addosso, senza lamentarsi. Se non c’è una soluzione, perchè preoccuparsi?
Faccio come fanno a Bosa, addaghi pioet lassant pioere! (Quando piove lasciano piovere)
Quindi mi avvio al riparo sotto un portico non lontano dalla parte vecchia del paese, proprio vicino al corso storico. Ed è qui che succede quello che succede sempre con le piogge forti: si allaga tutto. Questa è sempre stato un problema per il borgo di appena 8 mila anime. I bosani, per impedire un assalto dalla flotta francese ostruirono con dei massi la foce del temo. Questo, oltre alle continue esondazioni, provocò il decadimento del porto. Ora però il problema non si può addossare al 1500. Il problema è sul fondo e ai lati. È nelle fogne, ma anche nel sistema di contenimento alle sponde del fiume. Ma si sa, quando piove, i bosani lasciano piovere.
Le due sponde sono collegate da tre ponti: il ponte nuovo, il ponte pedonale e il ponte vecchio. Il mio preferito è il ponte vecchio, pont’ezzu. Mio bisnonno con i suoi amici lo sorvolava con piacere quando ancora era fatto in legno, ci aveva conosciuto sopra pure la sua compagna. Il ponte collega la parte meridionale del paese alla Cattedrale principale del XII secolo. I tesori nascosti al suo interno fanno gola anche a me: opere d’arte preziosissime, dipinti, sculture e affreschi di Emilio Scherer. È coperta da due grandi cupole con le tegole in maiolica colorata, così caratteristica vista da vicino, così speciale avvistata da lontano. La Cattedrale è situata alla fine del corso, detta anche “Strada della Malvasia di Bosa”. La Malvasia è nettare degli dèi e vino dei giullari. Dolciastro quando è giovane, secco e pungente quando è vecchio.
La malvasia è nettare degli dèi e vino dei giullari. Dolciastro quando è giovane, secco e pungente quando è vecchio.
Sulla sponda sinistra del Temo vi sono le concerie: veri e propri monumenti di archeologia industriale e simbolo della produzione proto-industriale sarda. Mentre continua a piovere ricordo le parole di mio nonno: “Si lavoravano le pelli lì perché era un posto lontano dal centro. L’odore che la produzione emanava non lo sopportava nessuno, nemmeno gli operai che, per comodità, ci abitavano vicino”.
Il mio pensiero si interrompe. Finalmente ha smesso di piovere e tra un pompiere che cerca di stappare un tombino e un bosano che nuota lungo il corso per far un po’ ridere anche in questi momenti, mi alzo veloce in volo. Con un po’ di difficoltà riesco a prendere quota e dirigendomi verso casa non faccio a meno di sorvolare S’abba Drucche. Le sue spiaggette sabbiose e poi rocciose mi rendono orgogliosa, il bar e il campeggio poco vicino anche. Poi: Torre Argentina, con i suoi fondali riconosciuti dai sub come i migliori della costa e le sue rocce bianche, alte e ruvide. Ma ecco Compultittu. Se potessi scegliere quale spiaggia incorniciare così per sempre, sceglierei Compultittu. Piccolo gioiello incastonato nella montagna e abbracciato ai lati dalla costa: dietro, le montagne, la macchia mediterranea, il sentiero ripido; davanti, l’acqua cristallina e rilassante, la sabbia rosata e il fondale che gradualmente mi trasporta a largo.
(Fotogallery @copyright Nicolò Spanu, per gentile concessione dell’autore)