Le minacce possono assumere molteplici forme, da quelle legali, a quelle fisiche a quelle psicosociali. In un contesto del genere come può proteggersi un giornalista? Questa è stata una delle tematiche affrontate durante il Festival di Perugia, a partire dal panel Cultura della sicurezza: l’abc per redazioni e giornalisti. Un altro momento importante sono state le Safety Clinics. Si tratta di colloqui individuali di 50 minuti rivolti a giornalisti, freelance e editori, con l’obiettivo di accrescere l’addestramento alla sicurezza. Magzine ha intervistato Carlos Gaio, Ceo di Media Defence, ONG internazionale con base a Londra che fornisce assistenza legale a giornalisti in tutto il mondo. Prima di ricoprire questo ruolo ha lavorato per dieci anni come avvocato presso la Corte Interamericana dei Diritti Umani.
Come può gestire i rischi un giornalista?
È difficile e dipende dal Paese in cui opera o lavora, però deve avere a prescindere un piano d’azione e considerare tutto ciò che potrebbe accadergli. Ovviamente dipende pure dall’argomento che tratta, dalle persone e anche dall’atteggiamento e dal contesto in cui si trova. A volte capita di essere in luoghi piuttosto violenti e lì il rischio da gestire è molto diverso, serve riflettere prima di scrivere o realizzare un reportage. Si rischiano azioni legali o minacce che potrebbero concretizzarsi, da quelle fisiche a quelle digitali. Penso sia fondamentale essere consapevoli di tutto ciò che può accadere.
Cosa significa creare una cultura della sicurezza?
Significa incorporare questo pensiero nella pianificazione del lavoro, essere consapevoli di tutti questi aspetti e inserirli nel processo di scrittura e di reporting. Significa anche essere consapevoli delle minacce, senza sottovalutarle: non ignorare i messaggi che si ricevono e che si ritengono solo fastidiosi, ma conservarli per presentare eventualmente un reclamo. Cultura della sicurezza vuol dire proprio avere questi aspetti come parte integrante della pianificazione del lavoro.
Che ruolo deve avere la sicurezza nella pratica giornalistica?
Una parte fondamentale. Se il giornalista è minacciato e ha paura di fare informazione l’effetto sulla comunità sarà immenso e, di conseguenza, la società sarà meno informata e non sarà in grado di accedere a importanti informazioni di interesse pubblico. Credo che questo sia molto dannoso per la nostra democrazia. La sicurezza dei giornalisti è quindi un elemento cruciale della democrazia stessa, se si pensa in termini più ampi, perché permette al giornalismo, in quanto aspetto di interesse pubblico della nostra vita, di continuare a rendere responsabili i governi e le imprese.
Quali sono gli strumenti più adatti per la sicurezza di un giornalista?
Penso che una buona fonte di informazioni sulla sicurezza dei giornalisti sia il sito di Acos Alliance: ci sono una serie di linee guida, documenti e rapporti, tradotti in diverse lingue, a cui ognuno può accedere. Questi file hanno anche i contatti di tutte le organizzazioni che possono fornire un supporto specifico, da quello legale a quello tecnico, per esempio come proteggere i propri cellulari. Ci sono pratiche che andrebbero adottate per rendere più difficile l’accesso alle proprie informazioni da parte degli hacker o per non essere vittime di sorveglianza.
Lei è il Ceo di Media Defence. Di cosa si occupa questa ONG?
Questa organizzazione è nata 15 anni fa con l’idea di fornire supporto ai giornalisti per poter avere un’adeguata difesa legale in tribunale. Ora sosteniamo quasi 200 casi all’anno. Non ci saremmo mai aspettati di averne così tanti e pensavamo di raggiungere questo numero nel 2025. Con il passare del tempo sempre più giornalisti ci contattano chiedendo un sostegno per coprire le spese legali in molti Paesi. Li aiutiamo anche a trovare un avvocato perché non è facile orientarsi nel sistema legale, a volte è scoraggiante. Non è l’ambiente abituale in cui opera un giornalista, quindi forniamo quel servizio di collegamento tra loro e gli avvocati.