Gli indumenti fatti e finiti che si indossano quotidianamente sono solo la punta dell’iceberg rispetto a tutta l’industria tessile più sommersa. La produzione è in sovrabbondanza, così come il consumo e i suoi ritmi di preparazione. Al giorno d’oggi, il settore della filatura è uno dei più impattanti a livello globale sia per i suoi impatti ambientali nelle emissioni di gas serra, sia dal punto di vista sociale. E i diritti dei lavoratori e delle lavoratrici di tutto il mondo nel settore, spesso, sono sottostimati. 

Negli spazi di “Mosso a Milano” si è dunque cercato di sensibilizzare il pubblico verso questo tema, con una tre giorni dedicata alla scoperta di un’industria gigantesca dove è possibile dare un volto a coloro che realizzano i capi che indossiamo. Lo Sfashion Weekend è l’iniziativa organizzata da Fair Cooperativa Equosolidale e dalla Campagna Abiti Puliti. Non è un caso, infatti,  che sia stata organizzata a ridosso della Milano Fashion Week. In questi tre giorni gli organizzatori si sono dedicati al ribaltamento della classica narrazione della moda. Al centro non ci sono gli abiti, ma le storie delle persone di tutto il mondo che contribuiscono alla loro realizzazione dietro le quinte.

«È il primo anno che organizziamo questo tipo di evento e lo stiamo facendo grazie a un progetto europeo (il Fashion In Just Transition n.d.r)» racconta a Magzine Laura Filios, comunication manager della Campagna Abiti Puliti. «Ci aspettiamo un aumento di consapevolezza delle persone che attraverseranno questo spazio anche nei momenti di confronto», continua Filios. L’attenzione non è rivolta solo ai lavoratori del settore, ma anche all’impatto che l’industria produce sull’ambiente oltre che alla compressione dei diritti sociali delle persone che vi gravitano intorno. Lo scopo è aiutare gli spettatori ad interiorizzare il concetto di “transizione giusta della moda” affinché non si parli anche di un consumo eccessivo.

Il festival a cui è stato dedicato un intero weekend prevede performance live e una mostra: un percorso in cui non solo è possibile ascoltare le voci dei lavoratori coinvolti, ma dove è anche possibile mettersi in gioco attraverso attività come piegare le magliette, rispondere a quiz con vero o falso e persino cucire. L’obiettivo è attivare diversi tipi di intelligenze per una migliore comprensione del tema che passa anche attraverso il corpo. I diversi panel sono dedicati ad approfondimenti tematici delle diverse fasi dell’industria del tessile: dalla raccolta delle materie prime alla lavorazione del filati, fino alla realizzazione del prodotto compreso di cuciture, ricami e imballaggi. Un vero viaggio che permette allo spettatore di ripercorrere i diversi passaggi del mondo del tessile.

Non si parla di moda “sostenibile”, ma di una transizione a più livelli. Tra le voci in prima linea per l’occasione ci sono attivisti/e, artisti ed esperti. Il palinsesto è vario così come il pubblico. Al centro degli incontri ci sono dibattiti sui diritti umani e i lavoratori del settore, su greenwashing e paradigmi economici. Si cerca, dunque, di  intersecare la visione della moda con l’ecologia e la giustizia sociale affinché si possa promuovere un cambiamento concreto nel settore. L’obiettivo è la una transizione verso una moda giusta, ricca di confronti e proposte innovative. Il tutto, mettendo in primo piano i lavoratori e le comunità locali.

I giochi durante il percorso sfidano il pubblico in prima persona. «Noi non parliamo di brand sostenibili, ma chiediamo ai marchi che non lo sono di modificare le loro policy», puntualizza Filios. L’attività di Campagna Abiti Puliti, però, non si limita solo a questo. Da oltre trent’anni la domanda per un cambiamento non è rivolta solo alle case di moda, ma anche alle istituzioni e ai governi.