Reporter di guerra e giornalista investigativa esperta di Medio Oriente, Sarah El Deeb lavora per l’Associated Press. È stata inviata in Siria per seguire la guerra civile, si è occupata della crisi economica in Libano e per diversi anni ha indagato sulla politica di riduzione in schiavitù degli yazidi iracheni da parte dello Stato Islamico, per consegnare alla giustizia i responsabili del genocidio commesso contro la minoranza religiosa. “Quando è scoppiata la guerra in Ucraina mi sono messa in moto per aiutare: avevo dalla mia competenze ed esperienza, ma quello che mi sono trovata di fronte era uno scenario nuovo”.
Sarah El Deeb, qual è il metodo da seguire per investigare sui crimini di guerra?
Non tutto quello che succede durante un conflitto può essere classificato come un crimine di guerra. purtroppo le guerre provocano morte e distruzione. Per questo penso che, per individuare un comportamento criminale, si debbano considerare gli attacchi mirati a colpire, intenzionalmente, civili e infrastrutture civili, o comunque qualunque altra persona che non sia direttamente coinvolta nei combattimenti. È solo quando riscontriamo questa volontà che possiamo parlare di crimini contro l’umanità.
Partendo da questo elemento, come si svolge il lavoro sul campo?
È molto difficile, in primo luogo perché le persone che commettono le azioni di cui stiamo parlando non vogliono essere identificate, per cui è molto complicato capire quali sono le loro intenzioni. Perciò penso che la cosa migliore da fare come giornalisti sia cercare di stabilire quanti più dettagli possibili, studiare quello che avviene sul territorio, individuare vittime e testimoni, ma anche esperti che possano guidarci nell’analisi degli eventi, per distinguere tra crimini intenzionali e quelle che, purtroppo, sono le tragiche conseguenze della guerra.
Ovviamente per fare tutte queste cose è necessario molto tempo.
Dipende, siamo nel bel mezzo della guerra in Ucraina, per forza di cose il nostro è un lavoro continuo. Ma ricordiamo anche il decennale conflitto siriano, per non parlare della situazione in Sudan. Purtroppo, il nostro è un lavoro che non finisce mai.
Viste le difficoltà, come vi muovete per trovare fonti disposte a collaborare?
Bisogna essere presenti e attivi sui luoghi colpiti, ma anche i social media stanno diventando strumenti utili. Bisogna dire che molte persone vogliono denunciare quanto accade, raccontare le loro storie, esprimere il dolore. Prima di tutto, però, bisogna chiarire la propria posizione, specificare per chi si lavora, perché lo si fa e poi, cosa più importante, essere disposti ad ascoltare prima di porre le domande. È una questione di rispetto, ma anche di gentilezza che ti aiuta a meritare il rispetto delle persone.
Quali sono gli aspetti più difficili di questo lavoro?
Trovarsi esposti al dolore, essere spettatori di eventi tragici. Un reporter di guerra deve prendersi cura della sua salute mentale, e poi anche il giornalista stesso può essere vittima di un attacchi fisici, ma non solo. Alcune persone ci criticano per il nostro lavoro, mettono in discussione quello che raccontiamo, perciò devi essere forte, pronto a ribattere a coloro che insinuano che tu stia mentendo. Per farlo, è indispensabile lavorare con rigore, essere sicuri di ciò che si dice e avere sempre le prove per sentirsi inattaccabili.
Per molti anni in Siria, ora è impegnata in Ucraina: quali sono le differenze?
Le persone si distraggono facilmente, per questo dobbiamo mantenere alta l’attenzione. Per anni la Comunità Internazionale non ha mostrato interesse nell’accertare le responsabilità dei Paesi coinvolti. Adesso si stanno aprendo i primi processi diretti a colpire gli autori dei crimini di guerra, ma finora l’assenza di un meccanismo diretto a fare giustizia per i crimini commessi in guerra è stata frustrante, per noi giornalisti, ma soprattutto per le vittime.