L’1 dicembre 2020, a quasi 40 anni da quel 5 giugno 1981, in cui il medico-ricercatore Michael Gottlieb diagnosticò i sintomi di una polmonite (a causa di un fungo patogeno) su pazienti omosessuali, ci troviamo ancora a dover combattere contro quella che fu una vera e propria pandemia e che legò indissolubilmente il contagio a comportamenti stigmatizzabili. Il 2020 ci ha “regalato” prove di quanto la nostra memoria sia labile riguardo agli errori umani e se la comunità cinese ha dovuto subire una dimostrazione delle violenze verbali e fisiche di cui le società non istruite sono capaci, la comunità Lgbt e chiunque tentasse di sostenerli rimasero per anni nel buio. Si ignora dunque una fase nascosta del passaggio del virus da quello animale (Siv) ad una mutazione umana (Hiv) in cui a manifestare gli anticorpi erano persone che vivevano gli ultimi decenni del 1800, per giunta tutte eterosessuali. Tornando però al 1981, il Centers for Disease Control and Prevention diede un nome a questa sindrome, e la chiamò: “Sindrome da immunodeficienza acquisita gay”.

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Probabilmente questo fu uno degli errori principali che causarono un conseguente stigma, ma in ogni caso da lì in poi la comunità Lgbt+ mondiale si trovò coinvolta e chiamata in causa. E rispose eccome, seppur con molto coraggio, perché, se al momento le “fake news” che riguardano il coronavirus sembrano inconcepibili, quelle sull’Hiv non furono da meno. E così, in uno dei tanti importanti scenari locali, si inseriscono l’immunologo dello Spallanzani di Roma Fernando Aiuti e Rosaria Iardino, attualmente esperta in politiche socio-sanitarie e all’epoca paziente sieropositiva.

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Lei ha definito il Covid-19 un virus ignorante, riprendendo una citazione del dottore Mantovani, ma all’epoca cosa nello specifico non si conosceva dell’Hiv?

Il virus dell’Hiv era poco conosciuto sotto molti punti di vista, sia per quanto riguarda la provenienza e la sua diffusione. All’inizio si pensava veramente che si prendesse anche da un bicchiere e non si aveva la minima idea di quanto potesse resistere al di fuori del corpo. C’è poi una differenza di tecnologie rispetto al 2020 e la non conoscenza dell’Hiv che ha generato una cattiva comunicazione. Fino al 1985 era stato dato un nome diverso all’Aids: il Center for disease control and prevention di Atlanta (organismi di controllo sulla sanità pubblica statunitensi) diede un nome a questa malattia, definendola “sindrome di immunodeficienza correlata ai gay”. Le prime evidenze cliniche effettivamente furono rilevate negli omosessuali.

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E quindi cosa ha spinto ad approfondire una sindrome che non si conosceva?

Nei giovani uomini si presentarono delle polmoniti frequenti da pneumocistosi, che non erano patologie correlate né a quell’età né a persone sane. Lo stigma stava venendo proprio da chi doveva dare il nome a questa sindrome, facendo un errore sia scientifico che sociale. Ed è stato un grande errore. Se infatti la diffusione del contagio negli Stati Uniti è avvenuta attraverso la comunità LGBT+, nel Sud dell’Europa le persone si contagiavano facendo uso di droga. Questi fattori ha fatto cambiare idea alla comunità scientifica (non bastarono i casi di Rock Hudson e Ryan White, ndr) e dal 1986 si scelse di chiamarla “sindrome da immunodeficienza acquisita”.

Come è nata l’idea del bacio tra lei e il dottor Fernando Aiuti?

Io e Fernando, la sera prima di quella foto, eravamo seduti al tavolo di un ristorante, arrabbiati per aver letto sui giornali (all’epoca era più che normale e frequente) che l’Hiv si trasmetteva con un bacio. Pensammo di rispondere ad una frase del genere con la provocazione che ci era stata “offerta”: il bacio stesso.

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Che impatto ha avuto quella foto?

L’impatto è stato globale: è servita molto di più di molte campagne di comunicazione che all’epoca costavano migliaia di lire, e non è replicabile oggi perché la visualizzazione della trasmissione è palese. Quel tipo di comunicazione era la raffigurazione della vita reale rispetto a qualcosa di narrato. L’impatto è stato fortissimo: noi non ce lo saremmo mai aspettati, ma contro ogni aspettativa quel bacio è entrato nei cento baci più importanti, in scala globale, del secolo. Questo bacio che ci siamo dati nel ’91 è servito ad allontanare la paura perché le persone non volevano nemmeno più toccarti se eri omosessuale. Nessun abbraccio né tantomeno un bacio era concesso. Questi gesti purtroppo oggi ci sembrano lontani, ma sappiamo che la lontananza non è dovuta ad una stigmatizzazione bensì ad una maggiore conoscenza delle malattie.download (8)

Che cosa ne pensa dell’intervento sanitario che c’è stato durante le due pandemie, mettendole a confronto?

Per il Covid-19 i governi di tutto il mondo non si possono permettere il lusso di bloccare qualsiasi tipo di comunicazione sanitaria e informazione scientifica. Le modalità con cui si trasmette questo virus presuppongono che ci sia un costante e forte intervento statale. Per quanto riguarda l’Hiv, è successo che gli Stati si sono impegnati nell’affrontare questo virus, ma quando si è riuscito con le cure ad arginarlo, clinicamente parlando, quasi se ne sono dimenticati. Da anni, infatti, la comunicazione su questo tema è fortemente ridotta e questo porta a registrare nuove infezioni ogni anno. Fortunatamente adesso abbiamo delle cure molto efficaci per rendere il virus non più trasmissibile da corpo a corpo ma dobbiamo ricordarci che anche l’Hiv è una pandemia e che senza un vaccino non ne usciremo. Per quanto riguarda il Covid-19, purtroppo, al momento, non disponiamo di cure valide in larga scala e perciò è fondamentale la ricerca di un vaccino.

La presidente della fondazione The Bridge ha affermato che siamo passati da una società che ti porta all’emarginazione sociale per via della paura di un virus, come quello dell’Hiv, ad una che lo fa chiudendoti in casa per via di una situazione clinica, noncurante del tuo stato di famiglia, della tua condizione lavorativa e sociale.

Con oltre 3mila casi di infezione in Italia, è importante analizzare le cause di questa diffusione che, seppur in calo, è ancora rilevante e, in assenza di un vaccino preoccupa ancora. I farmaci anti-retrovirali sono diventati molto più efficienti, si è passati da trattamenti giornalieri a trattamenti mensili, ma con specifici ceppi dell’Hiv il virus continua a rimanere resistente. La presidente Iardino sostiene inoltre l’importanza di una continua informazione e sensibilizzazione sul tema, che non sia relegata soltanto al giorno della lotta mondiale contro l’Aids.