Con la crisi pandemica che non accenna a fermarsi, i vaccini contro il Covid-19 – rappresentando l’unica soluzione in possesso di ogni governo per mettere in sicurezza la propria popolazione e far ripartire l’economia – stanno acquisendo un’importanza strategica non indifferente sullo scacchiere internazionale. Tutti i Paesi infatti lo bramano, anche se solo alcuni se lo possono permettere, visto che attualmente le dosi scarseggiano: è così cominciata una competizione su scala globale per accaparrarsele, che premia chi dispone di maggiori risorse.

I denari però da soli non bastano, perché in questa nuova grande partita geopolitica contano anche e soprattutto competenze e capacità scientifiche, sperimentali, logistiche e produttive: a partire in pole position nella “corsa al vaccino” sono infatti quei Paesi che questo ambitissimo antidoto l’hanno brevettato e ora lo producono, oltre a commercializzarlo. Sono loro ad avere il coltello dalla parte del manico, a decidere a chi consegnarlo prima e a chi dopo, se farlo a prezzo di mercato o a condizioni privilegiate, per avere poi naturalmente un tornaconto personale.Il vaccino è dunque diventato il vero asset della politica estera dei nostri giorni, soprattutto per quei Paesi – su tutti, la Russia – che ne hanno nazionalizzato il percorso di ricerca, la produzione e la distribuzione. Uno strumento geopolitico flessibile, un’arma di soft-power che consente agli “Stati donatori” di migliorare i rapporti diplomatici e di allargare la propria sfera d’influenza a quelle aree che rivestono un ruolo strategico per il loro business.

Con questo nessuno vuole negare che i Paesi produttori siano animati da un forte senso di responsabilità e da pulsioni filantropiche, ma non si può nemmeno tacere di fronte a certi scambi di favori impliciti, tanto lampanti quanto caratteristici delle dinamiche geopolitiche. In questo mercato dei taciti accordi, a dominare la scena sono Russia e Cina che, oltre a voler consolidare una serie di rapporti commerciali, puntano a nobilitare la loro immagine nel mondo.

I primi cercano di obliare l’annessione della Crimea e il caso Navalny e i secondi mirano  a diventare i salvatori della pandemia dopo averla generata. L’Occidente per il momento, anche per via del braccio di ferro tra Bruxelles e AstraZeneca e dei ritardi nelle forniture di Pfizer e Moderna, sembrerebbe defilarsi per concentrare i propri sforzi sulla vaccinazione interna;nonostante un ruolo di grande protagonismo nella ricerca e nella produzione, Stati Uniti e Unione Europea stanno trascurando le opportunità geopolitiche che si nascondono dietro la corsa all’immunizzazione di massa, forse perché da questo punto di vista hanno meno da dimostrare rispetto agli altri due player.

In questo modo hanno lasciato spazio alla penetrazione diplomatica di Russia e Cina, che si sono accaparrate ampie fette di mercato, conquistandosi la fiducia anche di Paesi filo-occidentali: il Dragone ha rastrellato tutto il Sud-Est asiatico, mentre il Cremlino ha fatto valere la sua influenza nelle ex repubbliche sovietiche, ma anche in India, in Iran e in Palestina. Entrambe si sono poi divise spicchi di Medio Oriente (dove comunque permane il predominio cinese visti gli accordi con Emirati Arabi e Bahrain) con forniture doppie in Turchia ed Egitto, ma anche il Nord Africa con Pechino pronta a rifornire il Marocco e Mosca che venderà il suo siero all’Algeria. Stesso schema si replica anche in America Latina con la Russia che ha stretto accordi con Venezuela, Bolivia, Cile, Paraguay, Argentina e Brasile, che però hanno avviato acquisti anche dai fornitori cinesi.

Le mire espansionistiche di queste due potenze sono arrivate in Europa, dove si sono ingraziate Serbia e Ungheria, sempre più refrattarie alle politiche europeiste. Il vaccino russo, complici i tagli alle forniture di Pfizer e i dubbi sull’efficacia per gli over 70 che accompagnano l’approvazione di AstraZeneca, potrebbe presto varcare persino i confini dell’Unione Europea: occorrerà però prima aspettare l’approvazione dell’Ema, ad oggi tutt’altro che scontata, visto che non è ancora stato possibile condurre un controllo indipendente sulla reale efficacia del farmaco.

Sempre la Russia di Putin ha allargato i suoi orizzonti anche per l’aspetto produttivo del vaccino stipulando un accordo privato molto importante con un centro Pharma italiano, situato in Lombardia: Adienne Pharmas Biotech. Tutto questo è stato fatto per produrre 10 milioni di dosi del vaccino Sputnik V in pochi mesi. Saranno poi tutti rivenduti all’Italia o successivamente verranno redistribuiti ad altri Paesi?

Ma non è finita qui.Il Cremlino, galvanizzato dalle attenzioni che la comunità internazionale sta riservando allo Sputnik V, ha infatti l’ambizione di dilatare ulteriormente il proprio piano espansionistico, offrendo un aiuto alle nazioni più povere, che stanno vivendo con impotenza la delicata fase di approvvigionamento dei vaccini.

Per realizzare tale progetto, Putin ha commissionato al Centro Gamaleya di Mosca la produzione della cosiddetta “versione light” dello Sputnik V, che potrà essere somministrato in una sola dose. “La versione light – ha evidenziato il direttore del laboratorio Alexander Gintsburg – servirà a quelle nazioni che attualmente non dispongono di un siero, non sono in grado di produrlo in proprio e non dispongono di fondi sufficienti per procurarsi con rapidità quelli realizzati altrove”. Gintsburg ha poi specificato che “la versione originale del vaccino offre una garanzia completa contro forme gravi che possono trasformarsi in letali; quella light invece riduce solo la probabilità di casi gravi ma non li esclude completamente”.Nei giorni scorsi anche il presidente Vladimir Putin aveva detto che la durata effettiva della protezione dello Sputnik V monodose non sarà lunga come quella del vaccino autentico (si parla di circa 3-4 mesi). Tuttavia, secondo le sue parole, consentirà di inocularlo a molte più persone. E in quei Paesi questo dettaglio potrebbe fare tutta la differenza del mondo.

Il piano sembrerebbe filare, ma c’è un aspetto, piuttosto rilevante, che Putin sta sottostimando: molti di questi stati si trovano in Africa, bacino d’influenza di Pechino che, in quell’area, sta implementando una vera e propria infrastruttura di distribuzione del vaccino. Questa invasione di campo non verrebbe vista di buon occhio da Xi Jinping, che potrebbe far saltare l’alleanza russo-cinese, sulla carta inevitabile alla luce dell’ostruzionismo occidentale verso queste due superpotenze. D’altronde la geopolitica ci insegna che “il nemico del mio nemico è mio amico”. Almeno fino a quando non si registrano ingerenze inaspettate.

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Per discutere della distribuzione del vaccino Sputnik V e Sputnik light nei Paesi più poveriabbiamo interpellato Paolo Calzini, docente di relazioni internazionali e Studi russi nelle Università statali di Milano e di Bologna.

Perché l’Europa sia partita prevenuta sul vaccino russo nei mesi in cui anche le altre case farmaceutiche non illustravano dati relativi alla produzione?

La Russia, dall’Europa, è ormai da tempo giudicata come una nazione lontana dalla cultura e identità dell’Unione dal punto di vista amministrativo. Infatti si parla di regime e non di democrazia e questa crepa si è rafforzata subito dopo l’avvelenamento di Navalny. Non esiste un caso scientifico sul perché l’Europa sia partita prevenuta nelle considerazioni fatte sul vaccino Sputnik V, ma è stata solo una delle ultime azioni compiute per destabilizzare l’ecosistema russo

Che prospettive vede nella guerra alla distribuzione del vaccino tra Russia ed Europa, in quelle aree contese come i Balcani (Serbia in particolare)?

La distribuzione del vaccino rischia di mettere in pericolo i rapporti tra Unione Europea e l’area dei Balcani. Infatti, nonostante l’UE si sia dotata di un programma per rifornire Serbia, Kosovo, Bosnia, Macedonia del Nord, Montenegro e Albania, Stati che potrebbero nei prossimi anni entrare nel blocco comunitario, le consegne stanno subendo diversi ritardi. Il presidente della Repubblica della Serbia, Aleksandar Vucic pertanto ha deciso di virare verso Mosca, acquistando 500 milioni di dosi dello Sputnik V e ridisegnando così lo scenario geopolitico della zona. Putin sarebbe pronto ad estendere la sua influenza sulla ex Jugoslavia e, se l’Europa non si attiverà in tempo in merito anche ad altri temi sul piatto, potrebbe anche riuscire nel suo intento.

Con la produzione dello Sputnik light la Russia cercherà di rafforzarsi a livello geopolitico con la vendita ai Paesi più poveri, ma in questo trova un grande scoglio, la Cina. Non crede che una futura alleanza con il regime cinese potrebbe crollare di fronte a una competizione così serrata sul versante della diplomazia dei vaccini?

La Cina è stato il primo Paese che ha deciso di distribuire il proprio vaccino in tutti gli altri, piccoli, Stati asiatici, soprattutto negli Emirati Arabi ed in Africa. Però il fatto che il vaccino russo sembra essere più sicuro, visto anche il ‘’benestare’’ della rivista scientifica Lancet, porta in dote a Putin qualche chance in più del ‘’suo cugino’’ Xi Jinping. In Asia è ormai certa la vendita del vaccino al Pakistan e alla Corea del Sud, con la quale sta collaborando relativamente alle catene di produzione e distribuzione. Invece, più che in Africa, lo Sputnik V sta riscontrando un grande successo in molti Paesi dell’America Latina, come per esempio il Brasile. Credo che non si arriverà ad una guerra nella distribuzione del vaccino tra Russia e Cina. Ogni Stato sarà libero di scegliere basandosi sui dati scientifici o su accordi diplomatici presenti da tempo con uno dei due grandi regimi.

La partnership più naturale per Mosca, quindi, sarebbe quella con l’Europa, visto il legame geografico. Tuttavia gli Stati Uniti hanno sempre cercato di ostacolare in ogni modo questa alleanza. La Russia rischia allora di isolarsi?

Userei un verbo al passato: l’Europa era la partnership ideale per Mosca. Ormai, dopo le dure dichiarazioni di Biden, non credo che la Russia abbia possibilità di entrar a far parte di quel progetto fondato sull’atlantismo, tanto auspicato in ultimo anche dal nostro premier Mario Draghi. La Russia se dovesse entrare in rotta di collisione con la Cina potrebbe isolarsi, ha ragione, ma come spiegato prima, secondo me non si verificherà alcun tipo di scontro sui vaccini.

La diplomazia dei vaccini serve a compensare le macchie di questi anni, dall’annessione della Crimea al caso Navalny? Quante dosi di vaccino possono compensare le tante violazioni dei diritti umani?

 Moralmente ed eticamente le risponderei che nessuna azione dovrebbe nascondere atrocità; però, a livello geopolitico, in un momento di emergenza come questo ogni aiuto può darci la possibilità di uscire da questa situazione intricatissima. E qui la Russia giocherà un ruolo chiave nei prossimi mesi.

 

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Sull’alleanza geopolitica con la Cina per la distribuzione dei vaccini in tutto il mondo, invece, abbiamo sentito Gabriele Battaglia, direttore dell’agenzia China Files, corrispondente di Radio Popolare e collaboratore di Il Venerdì di Repubblica.

Perché ci sono molte nazioni che puntano all’acquisto del vaccino cinese rispetto anche a quello russo, dove riviste scientifiche internazionali come Lancet hanno dato esito positivo della sua efficacia?

La Cina ha scelto da subito, come nel caso della Russia, di adottare una politica distributiva sul vaccino. Ovvero il governo cinese ha preferito vendere il proprio vaccino ad altri Paesi. Esempi vicino a noi sono Ungheria e Serbia, ancor prima di vaccinare la propria popolazione. Infatti, riportando gli ultimi dati disponibili sulle vaccinazioni interne, solamente il 6% dei cittadini cinesi ha ricevuto il siero. La Cina in questo è riuscita a colmare, sempre come nel caso della Russia, i vuoti lasciati dall’Unione Europea. La politica dell governo cinese, che preferisce la distribuzione, è resa possibile da diversi fattori. La Cina da oltre 40 anni è in grado di produrre internamente, grazie all’economie di scala, il vaccino. Rifornisce infatti il sud globale. La fortuna, poi, sulla distribuzione dei vaccini è dovuta anche agli stessi Paesi che comprano, in quanto lo fanno senza troppe pretese per quanto riguarda il rispetto di tutti gli standard, come invece avverrebbe con agenzie come Ema o Aifa. L’obiettivo di Paesi come Indonesia, Pakistan, Brasile, Turchia e Emirati Arabi Uniti è stato sin da subito vaccinare, vaccinare e vaccinare per tornare il più possibile alla vita di prima.

La politica adottata sul vaccino come viene vista dagli stessi cittadini cinesi che si vedono scavalcati rispetto ad altri Paesi dal loro stesso governo?

Le cose sembrano cambiare in questo momento. Dopo quanto fatto nei primi mesi dall’ottenimento del vaccino Sinovac, il governo si è posto come obiettivo quello di vaccinare entro giugno il 40% della popolazione cinese e, facendo un rapido calcolo, da oggi per tutti giorni devono essere fatte dieci milioni di vaccinazioni al giorno. La stessa popolazione comunque non ha criticato l’iniziale scelta del governo sulla distribuzione del vaccino ancor prima dell’inoculazione di massa interna, perché il sentiment attuale non è quello di vaccinarsi. Questo non per la poca fiducia nelle istituzioni nazionali, ma quasi l’esatto opposto. In Cina ha funzionato bene ciò che da noi è stato un fallimento totale, ovvero il tracciamento e i tamponi per controllare ogni quartiere. Tutto questo porta maggiore sicurezza e gli stessi cittadini sono liberi di uscire senza restrizione. Quindi la domanda, in Cina, è: perché dovrei vaccinarmi se il pericolo è contenuto perfettamente o quasi?  È vero anche che le autorità adesso, con i mezzi ‘’leciti’’ secondo loro, stanno cercando di sensibilizzare la popolazione sulla questione vaccino. Un tipo di pressione psicologica fatta da parte di funzionari locali a Pechino è quella di attaccare adesivi sulla porta degli uffici in cui è scritto che in quello studio, faccio un esempio, meno del 40% dei dipendenti si è vaccinato. Esponendo così alla pubblica riprovazione o alla vergogna.

Il governo cinese, dopo i dati positivi avuti sul turismo interno la scorsa estate, potrebbe aver pensato di vaccinare più tardi i propri concittadini, così da non farli viaggiare in vista del passaporto sanitario che sarà obbligatorio per spostarsi in molti Paesi occidentali da questa estate?

Non credo; il tutto è subordinato a fattori come la sicurezza e la prevenzione. È vero che la scorsa estate, non potendo viaggiare, il profitto del turismo interno è aumentato, ma adesso, se dovessero scoppiare anche focolai interni in Cina, lo stesso governo sconsiglia di spostarsi internamente, incentivando il restare a casa, quindi non credo che la politica del vaccino sia collegata alla politica del turismo.

Nelle ultime ore è stato stipulato un accordo tra Russia e Cina sulla produzione di 60 milioni di dosi del vaccino russo, Sputnik V, nella stessa Cina. Questa alleanza sempre più stretta tra le due potenze asiatiche come viene vista in occidente? Non è anche conseguenza delle politiche adottate dall’alleanza atlantica?

Cina e Russia hanno una convergenza di interessi in questo momento. Non penso che si tratti di una vera e propria alleanza, anche perché in Asia centrale si spezzano i piedi come sfere di influenza. Diventano, però, di fronte all’aggressione da parte dell’Occidente, un’alleanza economica sempre più forte. Cercheranno di trovare una serie di nessi virtuosi o compromessi per continuare insieme. Un punto di incontro si sta raggiungendo sulla politica dei vaccini, con un vero e proprio scambio della produzione del vaccino, anche perché pure la Cina produrrà il vaccino Cansino in Russia. Tutto questo fa parte di un riassetto geopolitico mondiale che è ancora in corso.