Gli ultimi trimestri hanno dimostrato un fatto inoppugnabile: mentre Facebook ha ormai raggiunto e superato il miliardo e mezzo di profili, Twitter rimane a quota 300 milioni utenti attivi e fa fatica a crescere.
Anche da Wall Street non arrivano buone notizie: il titolo TWTR valeva 70 dollari a inizio 2014, è sceso a 40 l’anno successivo ed oggi è ben sotto quota 20.
Infine dopo una serie di voci che si sono rincorse negli ultimi tempi, è arrivata l’ufficialità con un tweet del Ceo Jack Dorsey: quattro vicepresidenti «hanno deciso di lasciare l’azienda, si prenderanno un meritato riposo».
Il lento e inesorabile declino della piattaforma potrebbe, però, subire un contraccolpo positivo con le imminenti elezioni americane.
L’hashtag #feeltheBern ha guidato l’imprevista ascesa di Bernie Sanders: considerato inizialmente poco più che un outsider, con il tempo il senatore del Vermont si è guadagnato l’appellativo di “President of the Internet”, un po’ come Ron Paul nel 2012.
C’è invece chi, come Donald Trump, usa la piattaforma social per scagliare i peggiori insulti contro chiunque: dai suoi rivali Jeb Bush e Hillary Clinton alla compagnia telefonica T-Mobile, passando per il povero Neil Young, la cui “Rockin’ in the free world” è considerata dal tycoon newyorchese una “canzoncina”.
Il New York Times ha addirittura creato una lista ad hoc, con tutte le “gentilezze” scritte in questi ultimi mesi da Trump su Twitter.
Insomma, quello che è certo è che Twitter continua a rappresentare un’ottima cassa di risonanza (almeno) del dibattito politico.
