Alla fine – e per il momento – la Lombardia ce l’ha fatta. Tinta di rosso dagli inizi di novembre e poi in arancione a gennaio, la regione si è colorata di giallo. Un colore così sgargiante non poteva non significare riaperture di negozi, bar e soprattutto ristoranti, anche se l’attenzione non deve mai mancare. Così le città si sono rianimate di nuovo di persone, che hanno preso d’assalto strade e piazze a partire da domenica 31 gennaio, vigilia dell’avvento in giallo. A poco più di una settimana di distanza, è possibile tracciare un primo bilancio di ciò che sono state le riaperture, ma resta complicato darne una lettura univoca.
Prendiamo come punto di riferimento il centro di Milano e partiamo dai negozi. Il via libera allo shopping era arrivato già con il passaggio in zona arancione, ma con l’ulteriore allentamento delle misure preventive il settore dell’abbigliamento ha sperato nella ripresa del commercio, magari favorita dalla proroga del periodo dei saldi e da percentuali di sconto quasi mai viste prima. Eppure non sono stati molti i clienti a uscire dai negozi con sacchetti e pacchetti. Lo conferma la titolare del punto vendita di un noto marchio di camicie: «Qui lungo corso Vittorio Emanuele, domenica scorsa c’era la folla. La gente passeggia, guarda le vetrine, ma non fa acquisti. Nel mio negozio su dieci persone entrate, solo quattro hanno comprato qualcosa. Non c’è nemmeno un vero interesse nelle compere. Una signora, incuriosita dai saldi, si è fatta un giro tra le camicie, ne ha perfino provate un paio e poi mi ha detto “Ma cosa compro a fare? Tanto non vado da nessuna parte, sono a casa per tutta la settimana”».
In effetti continuano a spopolare articoli d’intimo, pigiami e tute da ginnastica, tutte componenti di un comfort legato alla vita casalinga a cui ci siamo abituati ormai da un anno. Le file vere e proprie s’incontrano solo davanti ai rivenditori di questi prodotti. Nemmeno gli sconti servono a incentivare la clientela che prima sarebbe corsa a comprare una borsa, una giacca o un paio di scarpe nuove? «Al momento, sembra di no – continua la titolare –. Quest’anno per la prima volta in trent’anni di attività ho cominciato a mettere in vetrina i cartelli con la scritta saldi perfino prima di Natale. Non è servito a nulla. Non ero nemmeno mai arrivata a fare sconti del 50%, eppure niente di tutto questo ha funzionato. Non sono la sola a constatarlo: qui lungo il corso, sono tantissimi i colleghi che si trovano nella stessa situazione. Va meglio alle grandi catene, che vendono a prezzi decisamente più bassi, ma per tutti gli altri questa situazione è deleteria». A impattare sugli introiti dei singoli negozi è la crisi economica provocata dal Covid, con migliaia di persone ancora in cassa integrazione o rimaste semplicemente senza lavoro. Tra queste, ci sono anche alcuni commessi che prima lavoravano in questo negozio di camicie. «Prima della pandemia eravamo in cinque, qui nel locale. Adesso siamo rimaste in due. Non mi era mai capitato di essere costretta a mettere in cassa integrazione un mio dipendente», racconta ancora la titolare. Poi si apre a parlare della sua famiglia: «Anche mia figlia è ferma per colpa del virus. Sono tre anni che lavora per un’agenzia di viaggi e se c’è un reparto che è stato colpito fin da subito è proprio il suo. L’ulteriore beffa? Lei si occupa in particolar modo dei viaggi d’istruzione all’estero per le scuole. Ora si sveglia tutti i giorni con la paura di essere chiamata sentendosi dire “Non ti riprendiamo a lavoro, sei licenziata”, altro che cassa integrazione».
Le difficoltà dei negozi di abbigliamento non sembrano invece riguardare i bar, che finalmente tornano a servire anche al tavolo. Seppur nel pieno rispetto della chiusura alle 18, è molto facile incappare in locali affollati tanto in centro quanto nei quartieri periferici di Milano. Non è stato soltanto ripristinato il rito della colazione con cappuccino e brioche, ma anche quello dell’aperitivo, con la Darsena sempre piena di persone anche durante i giorni feriali, con il sole e con la pioggia. Perché i bar stanno vivendo questa esplosione in zona gialla? «A differenza dei negozi, i locali sono fatti apposta per socializzare – spiega il bartender di un pub sul Naviglio – ed è esattamente questo che cercano le persone dopo un anno fatto di chiusure totali o alternate a periodi di vita quasi normale. Si vuole tornare a stare insieme, a divertirsi davanti a un cocktail alla fine del turno di lavoro o all’uscita dall’università. I negozi non permettono tutto questo, anche perché sono luoghi in cui la gente finisce per non rispettare del tutto le distanze di sicurezza. Nei bar questo criterio invece si segue sempre, soprattutto adesso che si può servire al tavolo. Manca la normalità perduta e bere qualcosa insieme a un paio di amici o colleghi dà l’impressione che la pandemia non ci sia, nonostante le mascherine».
La riapertura attesa più di tutte era però quella dei ristoranti, che hanno schiuso i battenti per il pranzo di lunedì 1 febbraio. La loro attività resta limitata fino alle 18 proprio come accade per i bar ed è per questo che sono molti i ristoratori ad aver deciso di mantenere serrato il proprio spazio. Una camminata nel cuore di Milano fa capire bene la schizofrenia del periodo: ci sono locali stracolmi all’ora di pranzo, con i titolari costretti a sfruttare quanta più superficie possibile per rispettare il distanziamento sociale tra i clienti e i vari tavoli, mentre altri – magari lungo la stessa strada e con l’ingresso collocato alla porta accanto – sono chiusi o praticamente deserti. Il quartiere di Brera, storicamente affollato da turisti e da studenti dell’Accademia di Belle arti, è la rappresentazione perfetta dell’attuale situazione. Nonostante tutto, i ristoratori cercano di essere fiduciosi. «Credo nella zona gialla, ma l’importante è arrivare alla bianca, perché noi ristoratori solo con il pranzo non riusciamo a stare a galla – spiega il titolare dell’Hosteria della Musica –. È impensabile mantenersi solo con l’incasso della mattinata a menù convenzionati, senza contare che lo smart working resta molto diffuso e incide sugli ingressi dei dipendenti pubblici nei vari locali». Il titolare ci spiega che comunque per il momento il suo ristorante non è a rischio chiusura perché fa parte di un gruppo solido. Nonostante questo, «Si perdono comunque soldi a fine mese – continua –. Se invece dovessero farci regredire in zona arancione o rossa, nascerebbero veri problemi. Non si può andare avanti così». L’Hosteria della Musica è solo uno dei tanti ristoranti che vive le problematiche del periodo e come tutti gli altri lavora a regime più che dimezzato. «Abbiamo ridotto del 50% il personale e stiamo lavorando al 30% – racconta il titolare –. Normalmente facevamo 150 coperti. A settembre-ottobre, prima di richiudere, eravamo tornati a servire di nuovo cento persone, adesso invece quaranta. Come personale lavoriamo in sette, invece dei 23 che eravamo prima della pandemia. Per limitare le perdite serviamo anche l’aperitivo fino alle 17.30, poi alle 18 si chiude».
I grandi assenti nel dibattito sulle riaperture sono gli hotel. Privati dei turisti che di solito affollano le camere e dei grandi eventi mondani che Milano sa offrire in ogni periodo dell’anno, alcune di queste strutture hanno affrontato mesi difficili fino a maturare l’idea di reinventarsi. Un caso particolare è quello del 21 way of living, a pochi passi dal Politecnico. Questa struttura, inaugurata ufficialmente intorno alla metà di febbraio 2020, è nata con un obiettivo che oggi appare lungimirante: «Ci siamo resi conto che in una struttura ricettiva c’è tanto spazio inutilizzato, come la hall che resta vuota per tutta la giornata, e abbiamo pensato a quali servizi potevano essere utili sia ai nostri ospiti sia a chi abita nel quartiere – ci racconta Francesca Torricella, direttrice del 21WOL –. L’idea di offrire uno spazio coworking ci è sembrata utile e a maggior ragione si è rivelata vincente e interessante in questo periodo, perché ci sono persone che sono in smart working a casa che desiderano rompere questa monotonia spostandosi in un contesto più attrezzato con stampanti e connessione internet. Dopo il lockdown abbiamo organizzato meglio anche postazioni esterne, così che le persone possano lavorare nel giardino della struttura in periodi più caldi come la primavera o l’estate. Adesso ci adeguiamo in base ai decreti governativi. In zona gialla possiamo offrire tutti i nostri servizi, compreso quello di ristorazione del nostro bistrot interno».
La clientela di questo tipo di spazio abbraccia tipologie differenti di lavoratori. Si passa dagli abitanti del quartiere, che trovano qui rifugio per scappare dalla routine a cui si sono abituati durante i mesi del primo lockdown, agli ospiti dell’hotel che, come dice ancora la direttrice, «Non vogliono perdere ore di efficienza in attesa di prendere un treno o un aereo». Non mancano nemmeno startupper e freelance, che magari si trovano in città un paio di volte a settimana e hanno bisogno di un buon punto di appoggio per incontri di lavoro. A tutte queste persone sono offerti tre diversi pacchetti quotidiani tra cui scegliere per decidere se usufruire degli spazi di coworking solo per poche ore o se per tutta la giornata, consumando il pranzo o invece concedendosi solo un piccolo snack per spezzare la fame. Ma cosa ne è stato del bistrot nel momento in cui la somministrazione al tavolo è stata vietata dai decreti governativi? «In zona rossa non abbiamo potuto offrire questo servizio – spiega la direttrice –. Permettevamo soltanto il consumo del pranzo portato da casa, consumato nelle cucine comuni adibite a questa funzione. Chi chiedeva di poter usare il coworking ha avuto sempre accesso alla nostra struttura, seppur in termini ridotti per rispettare il distanziamento sociale. I dipendenti del bistrot hanno operato come take-away entro i quartieri vicini e servito solo i pochi ospiti dell’hotel».
La zona gialla sembra preparare al lento ritorno alla normalità, ma i prossimi mesi saranno comunque osservati speciali sia dal punto di vista sanitario sia sotto quello economico. Ripartire resta l’imperativo principale, in paziente attesa di tempi migliori.