Tra pochi giorni la Scala alzerà il sipario. Tutti gli occhi saranno puntati su uno zar, prostrato dai sensi di colpa. L’opera lirica “Boris Godunov” – che in russo si legge con la “a”, perché in questo caso la “o” non è accentata – è la prescelta ad aprire la stagione. Compositore Modest Musorgskij, che trae ispirazione dal dramma omonimo di Aleksandr Puskin.

Sono state subito numerose le polemiche: un’opera russa esaltata in un periodo come questo, dove le atrocità e le conseguenze del conflitto in Ucraina sono arrivate fino a noi. Ma il concetto è un altro: “Il Boris era già stata individuata come opera possibile” racconta Fabio Sartorelli, musicologo e presentatore dell’inaugurazione della Prima, “La decisione di tenerla è stata una mossa positiva: nessuno dei grandi autori russi ha niente da spartire con queste vicende politiche, erano dei geni a prescindere”.

Fabio Sartorelli, musicologo: “La decisione di tenere l’opera come Prima è stata una mossa positiva: nessuno dei grandi autori russi ha niente da spartire con queste vicende politiche”

Giù le mani dalla cultura, dunque. Anche se le attinenze tra la trama dell’opera e il presente si possono rintracciare senza bisogno di ulteriori spiegazioni: “Questa versione rappresenta l’ascesa, la caduta e la morte di uno zar che vive con un peso sulla coscienza” continua Sartorelli, e rimane in silenzio, per permettere di fare la dovuta analogia con la guerra ai giorni nostri.

Nella storia Boris Godunov ha regnato su tutte le Russie dal 1598 fino al 1605, ma la sua ascesa è macchiata con il sangue: si pensa sia coinvolto nell’omicidio del piccolo zarevic Dimitri. Il senso di colpevolezza è così enorme che fin dal primo atto dell’opera, quando il popolo lo acclama, lo zar Boris dice di avere “un’anima triste”. L’influsso del Macbeth di Shakespeare è evidente, ma la storia è intrisa della cultura e dell’antica corte degli zar di Russia.

“C’è una concentrazione senza fronzoli nell’opera” commenta Sartorelli, “una cronaca asciutta dal realismo sconvolgente. È un’opera dalla grande modernità”. E pensare che inizialmente fu rigettata, per assenza di ruoli femminili di spicco e di un’appassionante storia d’amore. Infatti, in “Boris Godunov” il protagonista è il desiderio potere, e la sua conseguente solitudine, che porta all’autodistruzione. O come nel caso dello zar Boris, alla follia, ad un passo dalla morte.

La prima italiana dell’opera russa “Boris Godunov” è stata alla Scala, nel 1909. Più di cento anni dopo la storia si ripete. E attraverso il teatro ci ricorda che il passato, a volte, non è poi così tanto diverso dal nostro presente.