La più recente è la sparatoria accidentale in una scuola  superiore a Birmingham, in Alabama, negli Stati Uniti, dove è morta una ragazza e altre due persone sono rimaste ferite. L’episodio è accaduto appena due settimane dopo il massacro in Florida, dove il teenager Nikolas Cruz ha compiuto una strage con un fucile d’assalto nella sua ex scuola, la Marjory Stoneman Douglas High School, provocando 17 morti e 15 feriti. Il massacro di Parkland ha suscitato un acceso dibattito negli Stati Uniti, proteste pubbliche, l’audizione al Senato americano della portavoce della National Rifle Association e la proposta di una soluzione al problema dei mass shootings nelle scuole americane, avanzata dallo stesso presidente Donald Trump: armare gli insegnanti. La proposta ha intensificato ulteriormente il dibattito nazionale, tra Democratici e Repubblicani, con una partecipazione ampia della società civile e, in particolare, degli studenti. Sta di fatto che, questo problema negli Stati Uniti non è recente e nemmeno superiore rispetto al passato. Da uno studio della University of California, “The epidemiology of Firearm Violence in the 21st century United States”, di Garen J. Wintemute, emerge  infatti che il tasso di violenza legato all’uso delle armi da fuoco dal 2003 al 2012 negli Stati Uniti è rimasto invariato.

In USA è noto che è possibile, almeno per un maggiorenne, ottenere con facilità un’arma da fuoco, entrando in un’armeria. In Italia, invece, non è possibile acquistare un’arma da fuoco come se fosse un altro articolo commerciale ma ottenerla su richiesta (uso personale e/o sportivo) è un procedimento, complessivamente, fattibile: ci si reca dai Carabinieri o dalla Polizia; si compila un modulo; si fa la visita di routine; si segue un corso al poligono (se necessario); infine, si riconsegna il tutto alla caserma. Poi si attende che la burocrazia faccia il suo corso.

La questione della facilità con cui è possibile ottenere un’arma è emersa come dibattito anche in Italia, dal febbraio scorso, quando Luca Traini, un maceratese militante nella Lega Nord, ha sparato con una pistola contro 11 passanti di colore che camminavano in città, ferendone 6, con l’obiettivo, enfatizzato dall’accusa e ritrattato dalla difesa, di vendicare la morte di Pamela Mastropietro, la diciottenne romana tossicodipendente trovata cadavere, in pezzi, deposti dentro due trolley. Il sospettato dell’omicidio è Innocent Oseghale, un pusher nigeriano irregolare di 29 anni che, in base alla ricostruzione degli inquirenti, avrebbe avuto un ruolo materiale sia nell’omicidio che, soprattutto, nel dissezionamento e occultamento del cadavere della giovane. Traini aveva un porto d’armi per uso sportivo ed era in possesso di una Glock calibro 9, l’arma con cui ha sparato.

Il decreto legge del 28 aprile 1998, emanato dal Ministero dell’Interno, stabilisce infatti i termini psico-fisici necessari per fare richiesta per il porto d’armi per difesa personale o per uso sportivo, in aggiunta al dlgs 121/13 che modifica il vecchio regio decreto del 1931 n. 773. Ciò vuol dire che, se il maggiorenne è giudicato in uno stato psico-fisico di normalità, tendenzialmente verrà reso idoneo al porto d’armi per uso personale o per caccia/uso sportivo. Quest’ultima è però più facile da ottenere e consente di detenere fino a un massimo di 6 pistole o fucili da poligono fino a tre armi comuni, e rispetto al porto d’armi per difesa personale, ha una durata più estesa (6 anni invece che 3).

Negli ultimi anni, si è passati a una crescita consistente delle licenze di porto d’armi concesse per la caccia e uso sportivo: 775mila e 470milaNegli ultimi anni, a fronte di una riduzione del numero di licenze per difesa personale (sul totale di 1 milione e 200 mila sono meno di 20mila) si è passati a una crescita consistente di quelle per la caccia e l’uso sportivo (775mila e 470 mila)[/quote]. E circa queste ultime, non tornano mettendole a confronto con il numero degli iscritti della Federazione italiana Tiro a Volo (circa 20mila) e l’Unione Italiana Tiro a Segno (circa 75mila). Di fatto, sembrerebbe che più persone scelgano di prendere questo tipo di licenza perché è più facile da ottenere e perché è sottoposta a minori controlli.

Certo è che, secondo le statistiche, gli episodi di incidenti o omicidi per mano armata, in Italia, sono comunque contenuti. Secondo quanto riportato da GunPolicy.org, il numero di omicidi connessi all’uso di armi da fuoco in Italia è anche in calo: dai 548 del 1996, si è arrivati ai 219 del 2012. E anche le percentuali di omicidi per arma da fuoco sono calate: si è passati dal 71,1% del 1998 al 45% del 2012, quasi il 30% in meno.

Lo conferma Isabella Merzago, presidente della Società Italiana di criminologia: “Il numero di omicidi in Italia sta calando. Del resto, c’è un uso delle armi da fuoco decisamente inferiore rispetto ad un Paese come gli Stati Uniti. Anche in Europa siamo messi abbastanza bene”. La Merzago fornisce l’esempio della Svizzera, Paese nel quale è ancora in vigore la leva obbligatoria, con la possibilità di portare a casa l’arma di ordinanza, ma dove stragi all’americana non sono mai accadute. Le armi sono usate solo per la formazione militare. Al contrario, negli Stati Uniti, saremmo di fronte a un fattore culturale: il secondo emendamento della Carta dei Diritti, entrato in vigore nel 1791, infatti, determina il diritto a possedere e portare con sé un’arma. “L’elemento psicologico ma soprattutto culturale interviene molto. L’ideologia machista, ad esempio, può spiegare una parte di questo fenomeno: colpire per coprire – forse – una debolezza caratteriale”,  precisa la dottoressa.

In Italia, però, non è presente un vero e proprio test psicologico per determinare l’idoneità di un individuo ad ottenere il porto d’armi. “Servirebbe una batteria di test per ottenere un quadro generale del soggetto – precisa Merzago -. Il problema, però, è prettamente economico: serve un numero maggiore di esperti che devono essere pagati per il loro lavoro e si tratta di una spesa non da poco”. Questo tipo di controllo richiederebbe almeno due ore di tempo per ogni persona esaminata, senza essere comunque certi del risultato da raggiungere. I test dovrebbero poi essere differenti a seconda del tipo di porto d’armi richiesto (tiro sportivo, caccia, difesa personale). “La garanzia in assoluto che non succeda un disastro non c’è mai e non ci può essere”, spiega la dottoressa. Ma le motivazioni che spingono una persona a voler armarsi restano fondamentali: lo si fa perché ci si sente in pericolo o per un qualche complesso di inferiorità? Inoltre, i tutori della legge sono sottoposti ad addestramento prima di impugnare un’arma, ma un civile no.

Isabella Merzago, presidente Società Italiana Criminologia: “Chi vuole ammazzare la gente, l’arma se la procura lo stesso al mercato nero” “Se una persona è malintenzionata, non aspetterà di avere il porto d’armi per agire. Chi vuole ammazzare la gente, l’arma se la procura lo stesso al mercato nero”precisa la Merzago. Senza contare che la detenzione di un’arma aumenta il rischio di esposizione al pericolo sia per il soggetto che per i suoi familiari. “Esiste comunque un rischio dal punto di vista suicidario e omicido-suicidario. La tipologia dell’arma influenza, infatti, il numero delle vittime in potenza, come succede nei mass murder. Inoltre, la percentuale di suicidi eseguiti con armi da fuoco è più alta”. Uno studio, infatti, ha dimostrato che, in tutti i casi in cui il suicida scelga l’arma di fuoco per compiere l’estremo gesto, la mortalità è 12 volte superiore a tutti gli altri tipi di episodi.