Non ha mai pensato di andarsene Tiberio Bentivoglio. Dalla sua Calabria, non è mai scappato. Neanche quando furti, incendi, intimidazioni spazzarono via gli affari di una vita. Neanche quando in città l’indifferenza di amici, parenti, consiglieri e parroci andava a braccetto con l’arroganza dei 416bis. Neanche quando la mano armata della ‘ndrangheta, in quel 9 febbraio del 2011, gli scagliò contro una raffica di proiettili. Tiberio si salvò per miracolo, ma non se ne andò. Per la cosca reggina Tiberio meritava di morire perché aveva deciso di conservare dignità e libertà, proprio quella che si perde quando si scende a patti con la mafia. Proprio quella che si perde quando si inizia a pagare il pizzo. «Mai. È la cosa peggiore che possa fare un commerciante – ribadisce fin da subito Tiberio -. Loro chiedono soldi per chiarire al commerciante chi comanda: qualunque cosa tu faccia, qui in zona, mi devi togliere il cappello. È questo il messaggio che lancia la ‘ndrangheta».

Tiberio Bentivoglio: «Loro chiedono soldi per imporre al commerciante il comando. È questo il messaggio che lancia la ‘ndrangheta»

La sua battaglia in nome di una libertà senza pizzo inizia nel 1992, anno in cui i sacrifici di Tiberio e di sua moglie Enza vengono ripagati con l’apertura della loro nuova attività: la sanitaria Sant’Elia nel centro di Reggio Calabria. I festeggiamenti durano poco. Il 10 luglio 1992 nel negozio entrano i ladri. È l’inizio della fine. È il primo atto intimidatorio. Da quel giorno Tiberio ed Enza lottano contro un nemico che non accetta un “no” come risposta. «L’appoggio di mia moglie è stato fondamentale. Fin da subito mi ha detto: “I nostri sacrifici non finiranno in mani loro”. Da quel giorno abbiamo sempre scelto la strada della denuncia».

Spetta, infatti, a sentenze e ordinanze delineare l’identikit dei colpevoli. È il 2003 quando alla famiglia Bentivoglio vengono forniti i primi nomi e cognomi: stando a quanto emerse dall’ordinanza di custodia cautelare in carcere, a seguito dell’operazione “Eremo” del 2003, sarebbero Gianfranco e Sebastiano Musarella, fratelli gemelli di 27 anni, gli autori materiali di alcuni atti intimidatori, nonché la squadra operativa della cosca che gestiva il “locale” di San Giovannello e “soldati” della cosca egemone nel territorio di Condera, il quartiere di Tiberio. Nell’aprile 2011, la svolta. I carabinieri del comando provinciale, su ordinanza disposta dalla Dda del procuratore Giuseppe Pignatone, eseguono un fermo a Santo Crucitti, capo della cosca di Pietrasanta e del quartiere di Condera, a Nord-Est di Reggio. Nelle cento pagine del fermo dell’operazione “Raccordo” emerse un quadro ancora più inquietante: la cappa mafiosa condizionava anche le azioni del parroco della fazione di Condera, don Nuccio Cannizzaro, che risultava essere intervenuto di persona per abolire l’associazione culturale “Harmos”. L’associazione culturale proprio di Tiberio Bentivoglio.

C’è una mano amica nella storia della famiglia Bentivoglio: Libera. Oggi, grazie all’aiuto di Don Luigi Ciotti e dell’allora referente regionale, Domenico Nasone, Tiberio è riuscito ad aprile un nuovo negozio in un bene confiscato. Nel centro storico di Reggio Calabria. «Grazie a Libera oggi io ho un appoggio morale. Ad ogni udienza loro sono sempre lì a sostenermi. Ci saranno anche il prossimo 9 marzo, quando inizierà l’ennesimo processo», precisa Tiberio.

«Grazie a Libera oggi io ho un vero appoggio. Ad ogni udienza loro sono sempre lì a sostenermi. Ci saranno anche il prossimo 9 marzo, quando inizierà l’ennesimo processo»

Oggi, Tiberio gira l’Italia. Incontra ragazzi e cittadini. Ovunque va la sua storia lascia il segno. Lo si capisce della sguardo degli studenti a cui parla. Dagli applausi alla fine dei suoi racconti. Perché la sua è la storia di un uomo colpito. Colpito, come il titolo del suo libro. Un libro scritto insieme alla giornalista calabrese, recentemente scomparsa, Daniela Pellicanò e che fa paura agli editori. Troppa paura per poterlo pubblicare. Tiberio allora decide di fare da sé: stampa di tasca propria centinaia di copie che distribuisce per tutta l’Italia. Perché sì, forse lui sarà stato anche colpito, ma non è mai caduto. Il suo negozio è sempre là. Al civico 43 di corso Vittorio Emanuele a Reggio Calabria. La saracinesca non è mai abbassata. Neanche di notte. Nel suo negozio c’è sempre luce.