Se siete appassionati di videogame da abbastanza tempo, ricorderete con un pizzico di nostalgia quegli aggeggi che venivano comunemente chiamate “light-gun” (il termine italiano “pistola ottica” è rimasto confinato alla pagina Wikipedia, mai veramente utilizzato da nessuno). Si trattava di pistole in plastica, utilizzabili solo con determinati giochi. Bastava puntare la light-gun verso il nemico sullo schermo per freddarlo, anche se dopo aver premuto il grilletto non partiva effettivamente nessun colpo. Non sempre questi prodigi della tecnologia figli degli anni Ottanta e Novanta funzionavano, spesso lo facevano male perché il sensore che doveva reagire alla luce eseguiva il comando con un leggero ma imperdonabile ritardo per il giocatore. Le più famose pistole si potevano usare solo con le televisioni a tubo catodico e oggi anche per questo quella tecnologia, che tanto successo conobbe soprattutto ai tempi delle sala giochi, sembrava obsoleta.

Ci è voluta una pandemia per farci tornare a vedere delle pistole dotate di sensore che effettivamente non sparano colpi ma, stavolta, le moderne light-gun servono a qualcosa di più del puro divertimento.

È diventata un caso mondiale la foto di un poliziotto che punta una piccola pistola bianca sulla fronte di un viaggiatore. Si è poi scoperto che quel piccolo attrezzo, nostalgico e futuristico assieme, era stato utilizzato in tutta la Cina per uno scopo preciso: misurare la febbre, uno dei sintomi più comuni del Coronavirus. Il sensore interno della pistola-termometro è in grado di capire immediatamente quale sia la temperatura superficiale dell’individuo verso cui l’arma/non arma viene puntata. Certi congegni non sono una novità assoluta e sono stati utilizzati per scopi simili anche durante le altre grandi emergenze sanitarie degli anni Duemila, dalla SARS in Cina fino all’Ebola in Africa.

I risultati delle pistole-termometro sono altalenanti e i dubbi sull’effettiva efficacia di questi device resta. A fare la differenza è la distanza, altrimenti i dati possono risultare alterati. Da qui l’invenzione di varie tipologie di termo-scanner

L’uso delle pistole che misurano la febbre appare un metodo veloce e funzionale per scovare subito i possibili contagiati e contenere il propagarsi del virus. Tutti attendono con ansia il giorno in cui, anche nei posti di blocco della Penisola, si potrà sentire: “Mani in alto! Questo è un controllo-febbre!”. Ma questi nuovi attrezzi funzionano? Come per le pistole di videoludica memoria, i risultati sono altalenanti e i dubbi sull’effettiva efficacia di questi device resta. Il problema è che un’operazione apparentemente facile come puntare la pistola contro la fronte di una persona in realtà non è così semplice e intuitiva. A fare la differenza è la distanza: bisogna che si stia con il proprio attrezzo misura-febbre in una posizione perfetta, né troppo lontano né troppo vicino. In caso contrario, il rischio è quello di avere una temperatura sballata e di vanificare del tutto il controllo.

Dove non arriveranno le pistole-termometro arriveranno forse i più familiari termoscanner. L’azienda friulana Calzavara ha realizzato delle soluzioni in grado di misurare la temperatura delle persone in movimento nello spazio di pochi secondi. Questi pseudo autovelox, in grado di misurare “eccessi di temperatura” in un amen, sono già stati installati in luoghi non banali, dagli aeroporti di Bologna e Trieste fino a palazzo Madama.Il margine di errore nella rilevazione, fanno sapere dall’azienda, sarebbe minimo e limitato a uno scarto di 0,2 gradi. Una buona soluzione, soprattutto in quei luoghi dove i flussi di persone torneranno prima o poi a essere importanti: non solo aeroporti ma pure stadi, scuole e fabbriche.

Made in Friuli è pure TaacFatto!, uno strumento che appare efficace e veloce come il suo nome farebbe presupporre. I padri di questa colonnina misura-temperatura di circa un metro e settanta, sono due imprenditori: Gimmi Bodigoi e Marco Zorzettig. Quest’ultimo ha riassunto il funzionamento e le peculiarità della sua macchina sulle pagine del Sole 24 ore:  «Basta semplicemente avvicinare il volto allo scanner – dice Zorzettig,  – e, se la temperatura percepita è superiore ai 37,5 gradi la macchina manda un segnale acustico e luminoso non solo al cliente ma anche alla cassa del ristorante in modo da allertare il personale. Può anche essere “agganciata” al sistema elettrico di chiusura della porta d’ingresso oppure, nel modello plus, bloccare il relativo tornello di cui è dotata».

Se gli aeroporti di Bologna e Trieste già si sono dotati dei loro termoscanner, discreti e tutto sommato quasi anonimi, Fiumicino risponde con uno strumento che svolge la medesima funzione pur sfruttando un design radicalmente diverso. Nell’aeroporto romano presto debutterà infatti Smart Helmet che, come suggerisce il nome, è effettivamente un elmetto dotato di specchio. Una volta indossato dagli addetti aeroportuali, Smart Helmet permetterà a questi ultimi di misurare la temperatura dei passeggeri, anche a distanza.

Uno dei problemi che si portano dietro questi device è che spesso vengono progettati da persone che giocoforza non hanno mai vissuto situazioni simili a quella che stiamo vivendo. Eppure le epidemie sono esistite ed esistono ancora, anche se a scatenarle non è il Co-Vid 19. Lo sa bene Diego Pol, 47enne di Corbanese, frazione di Tarzo, in provincia di Treviso. Pol è un viso conosciuto agli appassionati di pallavolo nostrani, essendo stato per un quarto di secolo tra i fischietti più importanti prima in Italia e poi anche in Europa. L’ex arbitro è oggi un imprenditore che, quando ha deciso di progettare un suo termoscanner, è potuto partire da un “vantaggio” di cui avrebbe fatto volentieri a meno: lui un lockdown per motivi simili lo aveva già vissuto.

Nel 2014, Diego Pol era infatti tra gli italiani bloccati in Liberia durante l’epidemia di Ebola. Anche in quel caso, la febbre era uno dei tanti indicatori per valutare la possibilità di contagio e, anche in quell’occasione, si aveva paura di un “nemico invisibile”. Pol non ha mai dimenticato quell’esperienza e, quando si è iniziato a parlare di Coronavirus, ha rispolverato gli appunti che aveva preso in quel periodo, parlando con i medici e studiandone l’operato. Da quel corpus di note, informazioni e idee è nato ThermoAccess, costruito assieme al socio Andrea Minozzi. ThermoAccess non si limita a rilevare la temperatura ma è integrabile con un sistema di regolazione di contapersone, un dispositivo di distribuzione di gel igienizzante e un apparato per la registrazione e gestione dei dati raccolti.

In attesa di tornare ai tempi in cui l’unica febbre che ci interessava misurare era quella del sabato sera, è confortante sapere che già esistano strumenti creati apposta per farci vivere con maggiore sicurezza, nonostante tutto. Sperando che presto la temperatura, non solo quella corporea ma anche quella alta del mondo attorno a noi, si abbassi.