Quattro padiglioni. Dieci ettari di estensione. Oltre sessant’anni di storia. Sono solo alcune delle caratteristiche del mercato più grande d’Italia: l’Ortofrutticolo di via Cesare Lombroso. Aperto dal lunedì al sabato, offre una vastissima varietà di frutta e verdura e rifornisce supermercati, venditori al dettaglio e ristoranti.

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Il polo è stato costruito all’inizio degli anni Sessanta e sarà oggetto nei prossimi tre anni di un importante lavoro di ricostruzione: dei quattro padiglioni presenti, infatti, solo il primo rimarrà intatto così da lasciare una traccia di quello che era il mercato originale; gli altre tre, invece, verranno completamente rasi al suolo e ricostruiti. Entro il 2025 nascerà il nuovo Ortomercato, la cui struttura sorgerà vicino all’Ittico, al Florimercato e a quello delle carni, che attualmente si trovano dall’altra parte della strada. Uno degli scopi del restauro è proprio quello di accorpare tutte le strutture in modo da creare un unico centro di commercio. .

La posizione del mercato, situato nel cuore del Nord Italia, lo rende uno snodo commerciale cruciale tanto per il nostro Paese quanto per l’estero: sulle mille tonnellate annue di merce venduta, oltre 300 mila sono destinate all’esportazione. Anche dal punto di vista dell’import, è fondamentale la funzione di ridistribuzione che svolge su tutta la penisola: ammonta circa al 33% del totale della frutta e della verdura commercializzate.

Il mercato, situato nel cuore del Nord Italia, è uno snodo commerciale cruciale tanto per il nostro Paese quanto per l’estero: sulle mille tonnellate annue di merce venduta, oltre 300 mila sono destinate all’esportazione, mentre per l’import ridistribuisce il 33% del totale della frutta e della verdura commercializzate.

Tra gli esercenti presenti, alcuni vendono direttamente i prodotti che loro stessi coltivano. La maggior parte però sono solo rivenditori. Tra questi ci sono moltissimi stranieri: nordafricani, arabi e anche cinesi. Per questo motivo, al mercato si possono trovare molte varietà di frutta e verdura esotiche, poco conosciute in Italia. Come racconta Alberto Albuzza, proprietario di Al.Ma, specializzato proprio in questo settore: «Oramai l’Italia è composta tanto da italiani quanto da stranieri che hanno voglia di mangiare quello che trovano nei loro Paesi di origine. È impossibile assecondare la richiesta di consumare solo merce non importata. Se ragionassimo tutti in questo modo, le nostre mele – che produciamo in Trentino ed esportiamo in tutto il mondo – ce le mangeremmo solo noi».

59 Alberto Albuzza, Alma

Tra i veterani dell’Ortomercato c’è Zeidan Ayman. Egiziano di origine, dopo gli studi è emigrato in Italia alla ricerca di un futuro migliore. Ha cominciato da zero, come facchino, caricando e scaricando le merci per due anni; poi si è appassionato a questo ambito e ha deciso di creare la sua azienda, la Zidan Ortofrutta: «Per continuare a lavorare bisogna innamorarsi di quello che si fa perché, soprattutto in questo ambito, se non ami il tuo lavoro non riesci bene». Commercia molto con la Spagna ma anche con il suo Paese d’origine, da dove acquista i prodotti quando iniziano a mancare. Ma il primo cliente rimane ovviamente l’Italia, dove c’è “la migliore merce del mondo”.

30 Zidan, Ortofrutta Zidan

Zidane: «Per continuare a lavorare bisogna innamorarsi di quello che si fa perché, soprattutto in questo ambito, se non ami il tuo lavoro non riesci bene».

La guerra sta incidendo pesantemente in questo settore, tra le spese che aumentano e i beni che faticano ad arrivare a causa degli scioperi continui. «Il rincaro dei prezzi per noi è un disastro, anche perché tutto si muove con il petrolio. Non si deve pensare solo ai trasporti: ad esempio, tirare su l’acqua per le serre ha un costo altissimo per via del motore. Quello che mi fornisce l’insalata mi ha detto che spende più di mille euro a settimana di gasolio solo per estrarre l’acqua dal pozzo». A parlare è Enrico Fragozzi, titolare di La Casalese. È ormai un ventennio che lavora come fruttivendolo a tempo pieno, ma dice che fra qualche anno cambierà mestiere perché questo, a lungo andare, «è logorante, ti uccide: ci alziamo alle 3 della mattina e veniamo qua a patire il freddo». Conferma anche Milena Oliva, proprietaria di Ortofrutta Milena S.a.s., che è l’unica donna a lavorare all’interno dell’Ortomercato: «Io sono nata qui dentro e mi è sempre piaciuto stare a contatto con la gente. Ma riconosco che non è facile, soprattutto per una donna che viene dall’esterno sopportare questo ritmo di vita».

 

40 Enrico Fragozzi, La casalese

Dal punto di vista dell’economia, Fragozzi conclude: «Le ricadute della guerra – continua – si vedranno fra due o tre mesi». Già da ora, tuttavia, il potere d’acquisto è inferiore alle spese di produzione e al contempo il costo del lavoro è altissimo. Prima la pandemia e adesso la guerra hanno determinato molti cambiamenti nella vita di ciascuno, a partire dal fenomeno dello smart working, fino alla diminuzione o alla totale mancanza di eventi e attività. E il mercato, il luogo che rappresenta l’economia più reale, dove avviene l’incontro primario tra domanda e offerta, è lo specchio di tutto questo.

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Alberto Albuzza: «Senz’altro gli ultimi avvenimenti che ci sono stati in Ucraina hanno portato incertezza. Tutto quello che è successo e sta succedendo, se si parla dei costi, dalla benzina all’energia elettrica, piuttosto che del gas, vanno a incidere notevolmente sulle tasche della famiglia media italiana».

66 Milena Oliva, Ortofrutta Milena

«Senz’altro gli ultimi avvenimenti che ci sono stati in Ucraina hanno portato incertezza. Tutto quello che è successo e sta succedendo, se si parla dei costi, dalla benzina all’energia elettrica, piuttosto che del gas, vanno a incidere notevolmente sulle tasche della famiglia media italiana. I prezzi sono aumentati ma lo stipendio degli italiani è rimasto quello che era». Anche Alberto Albuzza, che lavora per la sua azienda da quando aveva 14 anni – ora ne ha 62 –, si dice molto provato. «Tutti gli interventi che il governo va a fare vengono comunque pagati da noialtri. Quei 20 miliardi che possono essere stanziati verranno sempre a chiederli a noi e, di conseguenza, non cambierà nulla. Bisogna prendersi un momento per riflettere».