Il sentore c’era già da metà marzo, quando la Corte Suprema aveva respinto l’ultimo ricorso di Julian Assange contro l’estradizione negli Stati Uniti. Ora, con l’emissione dell’ordine formale da parte della Westminster Magister Court, il destino del fondatore di WikiLeaks è nelle mani del governo britannico, nello specifico della segretaria di Stato Priti Patel. In caso di conferma, il giornalista rischierebbe il carcere a vita in America.

Le prime reazioni di indignazione e sconcerto sono arrivate dai suoi colleghi più stretti, ma prima di tutti da sua moglie Stella Moris, sposata pochi mesi fa nella prigione Belmarsh, la cosiddetta “Guantanamo inglese” dove il giornalista è in carcere dall’11 aprile 2019 per violazione dei termini della libertà su cauzione relativa alle accuse di stupro della Svezia, poi archiviate. “Le accuse di violazione dell’Espionage Act non fanno riferimento a spionaggio. I crimini sono: possedere, ricevere e pubblicare notizie confidenziali di interesse pubblico”.

L’Espionage Act è una legge americana risalente al 1917. Una norma controversa in quanto entra nettamente in conflitto con il primo emendamento della costituzione statunitense che protegge la libertà di stampa. Julian Assange è stato incriminato dagli USA per aver pubblicato le informazioni ricevute dall’ex militare Chelsea Manning, riguardo alle guerre in Iraq e Afghanistan. Tuttavia, da soli, i documenti, i diari e i video, tra cui Collateral Murder, pubblicati nel 2010, non bastavano allo Stato americano per accusare il giornalista australiano. Questo venne ribadito anche dal portavoce Matthew Miller che, sotto il governo Obama, spiegò i motivi per cui non si poteva procedere con un processo: “The problem the department has always had in investigating Julian Assange is there is no way to prosecute him for publishing information without the same theory being applied to journalists. And if you are not going to prosecute journalists for publishing classified information, which the department is not, then there is no way to prosecute Assange”. Non esistevano prove di hackeraggio e ciò significava quindi muovere un’accusa contro un giornalista e non una spia. Non solo sarebbe venuto meno il principio cardine del primo emendamento, ma a quel punto il Governo avrebbe dovuto incriminare tutti i media che avevano riportato le notizie.

Sotto la presidenza Obama non si procedette all’accusa perché non esistevano prove di hackeraggio: ciò avrebbe significato muoversi contro un giornalista e non una spia

Il caso Assange è stato spesso accostato a quello dei Pentagon Papers e di Daniel Ellsberg, ex soldato statunitense che fotocopiò un dossier di 7mila pagine sulle strategie americane in Vietnam e le consegnò al New York Times. Nel 1971 le accuse dell’amministrazione Nixon, legate sempre all’atto di spionaggio, furono respinte dai giudici: il primo emendamento rese impossibile al Governo il blocco delle informazioni che continuarono a circolare nei giornali. Le accuse contro Ellsberg, il cui ruolo è assimilabile a quello di Chelsea Manning, decaddero quando vennero alla luce le azioni illegali del governo, tra cui intercettazioni e spionaggi. Ciò che stupisce è che nella vicenda odierna, oltre alle azioni di controllo statunitense che di per sé basterebbero per inficiare il procedimento accusatorio, il ruolo del giornalista australiano è quello di publisher, ovvero lo stesso avuto dal New York Times negli anni Settanta: “Viviamo in un mondo al rovescio, dove chi denuncia atti illegali è punito dagli stessi criminali” ribadiva qualche settimana fa Stella al Festival del giornalismo di Perugia.

Assange: niente ricorso in Gb, sarà estradato in Usa

Nel 2019, sotto il governo Trump, però le cose sono cambiate: la linea di azione del Dipartimento è diventata quella di provare che WikiLeaks avrebbe di fatto avuto un ruolo più ampio oltre a quello della semplice pubblicazione dei materiali ottenuti dai whistleblower. In particolare, si è cercato di provare un coinvolgimento diretto di Assange nei leaks del 2010: una chat tra lui e Manning ha alimentato il sospetto che il giornalista australiano possa aver aiutato l’ex soldato ad hackerare un computer. Il caso di supposto hackeraggio giustificherebbe la richiesta di estradizione accettata dalla corte di giustizia britannica.

Riccardo Noury, Amnesty International: “Se l’estradizione venisse confermata si aprirebbe uno scenario preoccupante con una detenzione in condizioni che equivalgono a tortura e con l’alto rischio di un processo iniquo che potrebbe equivalere ad una pena di 175 anni di prigione”

Amnesty International, da quando Assange è stato prelevato dall’ambasciata dell’Ecuador, si è spesa molto in sua difesa: “Abbiamo chiesto ripetutamente che gli Stati Uniti rinunciassero alle accuse e ritirassero la richiesta di estradizione. Questo purtroppo non è avvenuto ed è stato un insuccesso da parte nostra e da parte delle tante persone che hanno abbracciato la causa”. Tuttavia, per Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia, la partita non è chiusa finché il governo britannico non si pronuncerà, anche se la possibilità che Patel smentisca la decisione della Corte è remota: “Bisogna continuare a fare pressione sulla segretaria di Stato e vedere se poi, in seno a qualche organismo giudiziario europeo, si possa tentare di bloccare la decisione che verrà presa. Noi come movimento per i diritti umani, fino al 18 maggio, cioè fino a quando sarà possibile impedire la sua estradizione, lo faremo”.

Il trasferimento di Assange negli Stati Uniti, se confermato, comporterebbe non solo “uno scenario preoccupante di detenzione in condizioni che equivalgono a tortura e l’alto rischio di un processo iniquo che potrebbe equivalere ad una pena di 175 anni di prigione”, ma anche un pericoloso precedente giudiziario. Stefania Maurizi, giornalista investigativa che ha lavorato a tutti i documenti segreti di WikiLeaks, lo scorso 9 aprile, sempre al Festival di Perugia, ha parlato del rischio di normalizzazione di una pratica illegale nei confronti di un giornalista e di un’accusa di spionaggio senza precedenti ad un cittadino straniero che non lavora né pubblica negli gli Stati Uniti. Il 18 maggio è in gioco la vita di Assange e una buona fetta di libertà di stampa e d’informazione pubblica.