Il Governo britannico ha dato l’ok definitivo all’estradizione negli Stati Uniti di Julian Assange, nel giorno del cinquantesimo anniversario del Watergate. Lo scandalo che ha segnato gli anni Settanta, ma soprattutto che ha cambiato il modo di intendere il giornalismo. A 50 anni dall’indagine giornalistica che ha dato nome a tutto quanto è poi seguito in America, dal Sexgate al Russiagate, abbiamo scelto di dedicare questo numero ai film che hanno raccontato le storie e le battaglie dei giornalisti d’inchiesta. Con un pensiero al presente e ad un futuro che oggi appare più fosco.

Barriera invisibile, Elia Kazan (1947)

 

Barriera Invisibile jpg

A vestire i panni del giornalista Philip Green fu l’algido Gregory Peck, definito da Elia Kazan “uno zero di bell’aspetto”. Bravo, ma pur sempre impersonale, la figura ideale per interpretare l’uomo dai ferrei principi che per condurre un’inchiesta sull’atteggiamento antisemita intrinseco nell’americano medio si presenta a New York dicendo per due mesi di essere ebreo e vivendo sulla propria pelle il peso di un pregiudizio radicato.

Un sentimento invisibile, appunto, a cui nemmeno l’arguta fidanzata Kathy Lacey (Dorothy McGuire) riesce a sottrarsi, rendendo l’esperienza ancora più frustrante.

Sebbene sfoci nell’ampollosità e nel manierismo verbale, l’espediente che permette a Kazan di denunciare i costumi menzogneri della borghesia è virtuoso per il messaggio antirazzista e la scelta è senz’altro coraggiosa, vista la spinosità della tematica nell’epoca postbellica.

Nel corso della pellicola si presentano diverse occasioni che spingono la coppia ad allontanarsi, ma quello più caustico segue il rientro a casa del figlio di Green, sottrattosi all’aggressione dei compagni di scuola che lo accusano di essere “uno sporco ebreo”. È allora che l’abbraccio apprensivo di Kathy, che pur disprezzando e condannando l’antisemitismo non riesce a svincolarsi dall’ambiente che la circonda per prendere posizione, diventa inaccettabile per un uomo dalla ferma integrità morale.

La rottura è inevitabile, ma non potendo rinunciare al lieto fine il regista opta per una forzosa presa di coscienza che lascia spazio alla speranza di un futuro migliore.

Certo, visto con gli occhi di oggi “Barriera invisibile” è un film retorico e ridondante, ma allora la voglia di agire e la convinzione di poter arrivare a qualcosa di nuovo erano reali, ragioni per le quali non si può evitare di riconoscerne la grandiosità

Selena Frasson

Tutti gli uomini del presidente, Alan J. Pakula (1976)

tutti gli uomini dle presidente

Nel 1972 uno scandalo grande come il palazzo da cui prende il nome distrusse la politica americana e il suo presidente Richard Nixon: il Watergate. Uomini vicino al Partito Repubblicano entrarono nella sede di quello Democratico (al Watergate) per rubare documenti dei democratici e agevolare la rielezione di Nixon. Subito dopo la cattura il Partito Repubblicano mise in piedi una grande operazione di insabbiamento per cercare di allontanare i sospetti.

All the president’s men è un libro inchiesta dei giornalisti del Washington Post Bob Woodward e Carl Bernstein che tratta dell’inchiesta che i due condussero sul Watergate. Il loro lavoro consapevolizzò l’opinione pubblica sulla vicenda rendendo di fatto possibili le dimissioni di Nixon e la completa chiarezza sull’accaduto.

Quattro anni dopo, Robert Redford, che nel film interpreta Woodward, comprò i diritti del libro e insieme al regista Alan Pakula (The Parallax View, 1974) mise in scena uno dei film sul giornalismo d’inchiesta più apprezzati. Nella parte di Bernstein fu chiamato Dustin Hoffman così da riunire i due volti cinematografici più apprezzati degli anni ‘70.

Il film si gioca tutto sui contrasti: i giornalisti difensori dello Stato contro i corrotti che vogliono deviare il suo corso; l’intuito e l’esplosività nevrotica di Woodward contro la calma e l’esperienza di Bernstein; le luci brillanti della redazione dove la verità viene a galla e le tenebre della Washington notturna in cui le fonti parlano. Ogni segmento narrativo è basato su questo scambio in cui i personaggi si muovono ora liberi ora impauriti fino al limite della paranoia: dov’è la verità? Esiste? Si può raggiungere? Pakula è abile nel condurre lo sviluppo della trama fino al punto finale. Il regista alimenta la tensione della vicenda trasponendo su pellicola tutta la confusione dei due gironalisti nel trattarla.

Vincitore di quattro Oscar (attore non protagonista, sceneggiatura non originale, scenografia e sonoro) Tutti gli uomini del Presidente è soprattutto un omaggio all’intraprendenza del singolo individuo contro il castello kafkiano dell’autorità, un elogio della forza devastatrice della parola scritta su ogni forma di abuso.

Lorenzo Buonarosa

Insider – Dietro la verità, Michael Mann (1999)

theinsider144

Uno dei doveri fondamentali del giornalista d’inchiesta è proteggere la vita e la reputazione della propria fonte. Lowell Bergman nel 1996, per la prima volta nella propria carriera, non riuscì a tenere fuori dall’occhio del ciclone il suo whistleblower. Il chimico ed ex vicepresidente della sezione ricerca e sviluppo dell’industria del tabacco Brown & Williamson Jeffrey Wigand venne travolto dalla vicenda: le sue rivelazioni riguardo all’utilizzo dell’ammoniaca nella produzione di sigarette per incrementare l’assuefazione nei consumatori gli costarono minacce di morte, intimidazioni e l’abbandono da parte della famiglia. Per una settimana Wigand dovette addirittura convivere con l’idea di aver agito invano, perché la CBS Corporation, in piena fase di vendita, per non rischiare processi e ripercussioni economiche, decise di mandare in onda il servizio senza la sua intervista, ma solo con le spiegazioni del celebre presentatore Mike Wallace.

Uno dei film di Michael Mann più amati dalla critica prende spunto da una vicenda reale e racconta, in poco meno di tre ore che sembrano volare, la lotta compiuta da Lowell Bergman, qui interpretato da Al Pacino. In ogni scena viene ribadito il senso della professione che lo costringerà ad aguzzare l’ingegno, affinché la scelta della sua fonte non venga vanificata. Da contraltare l’esistenza complicata di Wigand, portato sullo schermo da un ispirato Russel Crowe che riesce ad evidenziarne tutte le contraddizioni solo con l’espressione del viso. Esempio principe è la scena in stato di trance in hotel: gli occhi da dietro gli occhiali che fissano i ricordi che compaiono sulle pareti della sua stanza, il telefono che squilla e il suo sguardo che si riaccende al suono della voce di Lowell. La camera segue Wigand per tutto il tempo del film, sembra pedinarlo, posizionandosi alle sue spalle quando entra in casa in preda al panico e scopre che gli sono state assegnate delle guardie del corpo, oppure muovendosi al ritmo dei suoi passi concitati quando ragiona sul da farsi.

Sullo sfondo ovviamente c’è l’America degli anni Novanta, il territorio dove banchettano le grandi multinazionali, nello specifico i “sette nani” del tabacco. Il loro potere sembra illimitato, in grado persino di influenzare le scelte di 60 Minutes, il programma di news più visto del Paese.  Nei titoli di coda viene ribadito l’adattamento e quindi il fatto che alcuni eventi siano stati un po’ romanzati, ma la veridicità del film non ne risente. Ne guadagna molto in termini di coinvolgimento lo spettatore, invece, e questo vale ancor di più se si parla di un film molto poco d’azione per gli standard di Michael Mann.

Samuele Valori

 

Il caso Spotlight, Tom McCarthy (2015)

Immagine 2022-06-19 112655

Dare voce a chi voce non ha. Questo è uno dei modi di intendere la professione giornalistica e questa è la spinta propulsiva della battaglia per la verità intrapresa nel 2001 da The Boston Globe e portata sul grande schermo da Tom McCarthy nel 2015.

Il Caso Spotlight punta i riflettori sulla verità. Inchiesta giornalistica premiata prima con il Premio Pulitzer per il “servizio pubblico” fatto dalla squadra di giornalisti di inchiesta di The Boston Globe, film premiato con l’Oscar per miglior film e migliore sceneggiatura, è una storia che parla dell’essere umano, delle sue agghiaccianti debolezze, dell’alone torbido di accondiscendenza e omertà che cala come una cappa asfissiante sopra la verità. Toni freddi e spenti pervadono inquadrature esterne sulla città di Boston e interne nella redazione di The Boston Globe, sulla sua redazione di inchiesta Spotlight, impantanata ormai nel lavoro di routine, nello studio di Martin Baron. Il nuovo direttore rappresenta l’incursione della diversità in un organismo chiuso, lontano dalla comunità cattolica della città in quanto ebreo, nato e cresciuto a Miami. Baron, interpretato da Liev Schreiber, permette a questo sistema atrofizzato di dare di nuovo segnali di vita nell’incantesimo di una chiesa cattolica onnipresente. Il silenzio opprimente torna improvvisamente a far rumore.

Grazie alla linfa vitale portata da Baron la squadra di inchiesta guidata da Ben Bradlee Jr (John Slattery) inizia ad approfondire il rapporto tra sacerdoti locali e fedeli, a scavare tra i faldoni, a raccogliere testimonianze, fino alla scoperta di una fitta rete di abusi sui minori fatta dalla chiesa locale. In un crescendo di consapevolezza che lo spettatore, attonito, condivide con i giornalisti protagonisti, viene scoperta la cappa asfissiante, grigia come l’atmosfera che avvolge la città, imposta dal cardinale Bernard Francis Law, per tenere nascosta la rete di abusi sessuali sui minori.

Quella intrapresa e interpretata da Mark Ruffalo, Michael Keaton e Rachel McAdams è una battaglia solitaria, la stessa che viene fatta ogni giorno da giornalisti che con le loro inchieste smascherano gli interessi dei potenti, e restituiscono potere – sotto forma di conoscenza – alla collettività. Un lavoro silenzioso, in grado di provocare smottamenti nella società, che fa male come la lunga lista di spostamenti dei preti coinvolti e di luoghi in cui si sono registrati casi di abusi sessuali, ma sorretta e alimentata da un tenace attaccamento alla verità e ai fatti, e da un profondo rispetto per la verità e l’essere umano.

Eleonora Bufoli