Nella notte di sabato 13 aprile delle strisce luminose hanno attraversato i cieli del Medio Oriente. Si trattava di una forza composta da circa 300 tra missili e droni, lanciati dall’Iran e diretti verso il territorio israeliano. Il nome dell’operazione era Honest promise, e non è stato scelto a caso. Dal suo account di X, l’Ayatollah Khamenei aveva dichiarato che il “malvagio regime sionista” sarebbe stato punito.
L’attacco iraniano contro Israele
L’attacco di Teheran ha tenuto il Medio Oriente col fiato sospeso, sebbene si sia rivelato alquanto inefficace sul piano pratico. Il 99% dei velivoli è stato abbattuto prima che potesse raggiungere gli obiettivi dal sistema di intercettazione Iron Dome, con l’aiuto di aerei statunitensi, britannici e francesi e l’appoggio locale di Egitto e Giordania. Subito dopo la missione permanente all’Onu della Repubblica islamica ha rilasciato una comunicazione secondo cui la questione poteva dirsi conclusa, ma che in caso di un altro “errore” da parte del “regime israeliano” la reazione sarà molto più severa.
Perché l’Iran ha attaccato
Se ufficialmente l’azione è stata compiuta in rappresaglia al raid che il primo aprile aveva colpito il consolato della Repubblica islamica in Siria, esso va inserito nel contesto della guerra non ufficiale tra l’Iran e Israele, che perdura ormai da anni sia sul territorio siriano, fin dai primi anni della guerra civile, che su quello iraniano. Lo stato ebraico, infatti, si è reso responsabile di numerosi attacchi contro obiettivi strategici in territorio iraniano, di omicidi mirati contro personalità di spicco del regime e scienziati che lavoravano al programma nucleare: «Non si è trattato soltanto di una ritorsione per il raid sul consolato quanto un modo per far capire a Israele che la pazienza strategica era finita e scoraggiarlo dal continuare questo genere di azioni», afferma Luciana Borsatti, giornalista e scrittrice esperta dell’Iran, autrice del libro “L’Iran al tempo delle donne” (Castelvecchi): «Ma sorprendere è stato proprio la portata di questo attacco diretto. Finora Teheran aveva evitato di attaccare direttamente Israele, preferendo invece fornire supporto alle milizie sciite di Hezbollah in Libano e agli Houthi in Yemen, oltre che ad Hamas, sebbene questa sia un’organizzazione sunnita».
Cosa cambierà dopo questo attacco?
È difficile dire quali saranno gli effetti di questa azione. Dal governo israeliano si parla di una rappresaglia contro Teheran, mentre gli Stati Uniti hanno fatto appello per una de-escalation prima che la situazione possa degenerare. L’attacco iraniano, infatti, per quanto massiccio, è stato respinto in breve tempo, e pare che i governi vicini, tra cui gli alleati degli Stati Uniti, siano stati avvertiti con un anticipo di 72 ore, affermazione comunque smentita parzialmente da Washington. Ciò ha fatto pensare più a un’operazione dimostrativa piuttosto che a un reale intento di colpire il nemico giurato. Secondo Luciana Borsatti, «la decisione è stata presa dopo lunghe discussioni interne, e sarebbe stata resa necessaria dal fatto che un attacco ad una sede diplomatica non poteva non avere risposta. D’altro canto l’Iran non ha interesse a scatenare una guerra contro Israele perché ciò vorrebbe dire dover combattere anche gli Stati Uniti e i loro alleati, un conflitto da cui l’Iran uscirebbe sconfitto».