“Volevamo solo fare del male a qualcuno”. Le parole di Manuel Foffo fanno ancora accapponare la pelle dopo sei anni. Non c’è stato nessun motivo che ha spinto i due assassini a strangolare, percuotere e pugnalare centosette volte il ventitreenne Luca Varani quel 4 marzo 2016. Cercare una ragione logica è impossibile. Esiste il bene naturale così come esiste il male naturale e di questo è necessario prenderne atto. Nicola Lagioia ha dedicato mesi interi allo studio del famoso caso romano.

L’omicidio Varani si ricorda molto bene ancora oggi, in quanto è uno degli episodi di cronaca nera più feroci e cruenti degli ultimi anni. Dopo aver condotto numerose ricerche e aver intervistato alcune persone coinvolte nella vicenda, Lagioia scrive un libro, La città dei vivi, romanzo vincitore del Premio Internazionale Bottari Lattes Grinzane nel 2020 e del Premio Napoli nell’anno successivo. In seguito, ne ha fatto un podcast dallo stesso titolo, prodotto da Chora Media, in cui son stati utilizzati documenti sonori originali estratti dall’archivio giudiziario. Il risultato è una sinistra combinazione di voci: quella sincera e benevola di Lagioia che si mischia con quelle tormentate dei due criminali, Manuel Foffo e Marco Prato. L’autore ne ha parlato al Festival Internazionale di giornalismo di Perugia.

Le tre voci son specchio di tre personalità differenti, spiega Lagioia. Soprattutto l’autore si sofferma ad analizzare la psiche dei due assassini. Marco (che si suicida in carcere un anno dopo la mattanza), l’istrionico, il dominante e l’omosessuale dichiarato attratto da eterosessuali; Manuel, drogato da anni, disturbato e attratto dal carisma di Prato. E quale miglior modo di presentare i personaggi se non attraverso le loro proprie voci? Il podcast è un mezzo potente: regala un’immersione completa e agghiacciante, soprattutto perché le loro voci trasferiscono l’ascoltatore nel regno dello spaesamento e dell’incredulità. I due proprio non si capacitano della loro colpevolezza. “Il podcast mi sembra uno strumento narrativo nuovo, che segue una strategia narrativa diversa da quella della letteratura, del cinema e del teatro. Essendo una forma di racconto nuova, non è ancora stata del tutto canonizzata, quindi è ancora un territorio in cui si può sperimentare. Poter ascoltare le loro voci originali ha arricchito il racconto.”: così Nicola Lagioia motiva la scelta dello strumento narrativo del podcast

“Se esiste una città dei vivi esisterà anche una città dei morti. Se esiste una città in superficie esisterà anche una città sotterranea, se esiste una città diurna esisterà anche una notturna. Come a dire che a Roma qualunque manifestazione del reale contiene il suo contrario”, spiega l’autore de “La città dei vivi”.

Scavare nelle menti dei colpevoli e provare a dare una traduzione: perché commettere un crimine così insensato e perverso? Lo scrittore decide di lanciare la risposta nel titolo, che a primo impatto sembra ambiguo e crea confusione. In realtà la scelta è molto chiara: “Se esiste una città dei vivi esisterà anche una città dei morti. Se esiste una città in superficie esisterà anche una città sotterranea, se esiste una città diurna esisterà anche una notturna. Come a dire che a Roma qualunque manifestazione del reale contiene il suo contrario”. Nicola Lagioia spiega così anche la decisione della titolazione. La realtà non può fare a meno del suo contrario: non esiste se non una realtà con più sfaccettature di bene e di male. Il culmine della malvagità può manifestarsi, scavalcare il confine dell’immaginazione e macchiarsi di sangue vivo. Questa stessa malvagità esce dal suo antro sotterraneo quando Foffo e Prato, da due perfetti sconosciuti, diventano confidenti: confessano i loro desideri più perversi e, a caso, scelgono la loro vittima. “Non lo conosco, era la prima volta che lo vedevo.”, rivela Manuel agli inquirenti. Ed ecco la vera Roma, la città dei vivi ma anche dei morti. Una città a specchio, che riflette l’umano e il disumano.

“L’omicidio Varani ha catturato per un certo tempo l’immaginario della gente perché abbiamo visto accadere, in maniera eccezionale ed esasperata, qualcosa che a basso regime serpeggia quotidianamente nella nostra società”

Lagioia descrive che cosa rappresenta questo caso per la nostra società: “Ha catturato per un certo tempo l’immaginario della gente, perché abbiamo visto in maniera eccezionale ed esasperata qualcosa che a basso regime serpeggia quotidianamente nella nostra società”. Mettersi davanti alla crudeltà e accettarla. Essere consapevoli che l’unico motivo per cui un ragazzo muore dissanguato – dopo essere stato drogato, torturato alla lingua, preso a martellate, accoltellato dritto al cuore – altro non è che pura malvagità. Luca muore in una pozza di sangue in un appartamento in via Igino Giordani sul Collatino e quei due ragazzi, suoi coetanei, che da tutti erano stati definiti “normali” prima del massacro, per ore dormono accanto al cadavere. Luca come vittima sacrificale per lo sfogo di impulsi crudeli e malsani. Una vittima a caso, tra l’altro, scelta in modo casuale, in quanto Luca non è il solo a cui è stato mandato un invito per un finto festino tramite messaggio. Ventitré persone riceveranno l’avviso trappola ma solamente Luca – e un altro ragazzo prima di Varani che però fugge irrequieto poco dopo – si reca in quell’appartamento infernale. Bastava acchiapparne uno, chi non aveva importanza. Luca, però, non tornerà più nella Città dei vivi.