Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, nel pieno della crisi epidemica e delle critiche sulla sua gestione, irrompe sui social media con una accusa forte e chiara: l’ex presidente Barack Obama ha compiuto il più grande crimine politico della storia americana, in sostanza avrebbe cospirato contro di lui. Tutto è successo nella giornata di domenica 10 maggio, quando il presidente ha inondato il suo account Twitter di articoli e commenti sul caso Michael Flynnl’ex consigliere alla sicurezza nazionale coinvolto nel Russiagate e messo in stato d’accusa dal procuratore speciale Robert Mueller – molti dei quali hanno promosso l’affermazione secondo cui l’amministrazione Obama stava cercando di incastrare l’allora presidente eletto Trump.

A cosa si riferisce nello specifico Trump? Si riferisce all’ultimo episodio della lunga storia del Russiagate (un’inchiesta giudiziaria nata al seguito di sospette ingerenze da parte della Russia nella campagna elettorale per le elezioni presidenziali negli Stati Uniti d’America del 2016) quando il dipartimento di giustizia ha annunciato di aver fatto cadere le accuse contro Flynn, con una mossa che ha suscitato preoccupazioni e incredulità. Trump ha quindi potuto cavalcare l’idea di una cospirazione della precedente amministrazione, che avrebbe spinto per incastrare ingiustamente Flynn. Il presidente in carica ha accusato i funzionari del dipartimento di giustizia dell’amministrazione Obama di tradimento per aver gestito il caso. Netta la sua condanna: “Il dipartimento di giustizia dell’amministrazione Obama è stato una vergogna. È tradimento”.Così, dall’uso della definizione Russiagate, al cambio di termine Obamagate per individuare aspetti opposti della stessa vicenda controversa, è bastato poco. Il termine Obamagate è diventato virale, accompagnato dalle accuse del tycoon secondo le quali l’ex presidente democratico “nelle sue ultime settimane in carica ha cercato di colpire i funzionari in arrivo e sabotare la nuova amministrazione”.

Abbiamo cercato di spiegare l’Obamagate, il Russiagate e gli interessi che si annodano intorno alle prossime elezioni presidenziali americane del 2020 interpellando Francesco Costa e Stefano Graziosi. Francesco Costa è giornalista e vicedirettore del Post. Da giugno 2015 cura una newsletter e un podcast sulla politica statunitense, “Da Costa a Costa”. E’ autore del libro Da Costa a Costa, edito da Mondadori. Stefano Graziosi è americanista e contributor di PanoramaLa Verità e Lettera 43. E’ autore di Apocalypse Trump edito da Ares.

INTERVISTA A STEFANO GRAZIOSI

Quali sono le ragioni che hanno spinto Trump a lanciare l’Obamagate?

C’è un dato indubbiamente politico. La famiglia Obama ha acquisito un preponderante peso politico dentro il Partito Democratico americano. Lo abbiamo visto in questi anni, da quando Obama ha lasciato la Casabianca è intervenuto spesso per criticare il suo successore, anche in maniera abbastanza corposa durante la campagna elettorale per le elezioni di metà mandato del 2018, così come è intervenuto con mano piuttosto pesante dentro il sistema delle primarie democratiche attuali.In qualche modo Obama è stato il grande regista dell’ascesa politica ed elettorale di Jo Biden nel marzo scorso, dopo che aveva puntato su altri candidati durante i mesi precedenti, che però si sono rivelati fallimentari come Elizabeth Warren. E poi Obama ha contribuito a mettere fuori gioco Bernie Sanders. Per cui alla luce di tutto questo, diciamo che l’avversario de facto e non de iure – perché Obama non può ricandidarsi – è lui per Trump. E Trump questo lo sa bene. Quindi alza il livello dello scontro nei confronti del predecessore proprio per questa ragione, perché ha individuato in lui il vero punto di raccordo, il vero regista in questo momento delle strategie e della politica del Partito Democratico. Questo è il piano politico.Poi c’è un piano giudiziario. Fondamentalmente il dipartimento di Giustizia ha fatto cadere le accuse contro Flynn nel maggio scorso, sostenendo che non ci fossero delle basi legittime perché il generale Flynn fosse sottoposto alle indagini dell’Fbi. Ricordo solo che l’annuncio del dipartimento di Giustizia è avvenuto una manciata di giorni dopo che a fine aprile scorso vennero diffuse quelle quattro pagine di e-mail antecedenti all’interrogatorio di Flynn. In queste e-mail ci sono delle note scritte a mano da alcuni funzionari dell’Fbi, dove si legge testualmente: “Qual è l’obiettivo? Verità, ammissione o indurlo a mentire così che possiamo incriminarlo o farlo licenziare?”

Non si tratta di consuete tecniche di interrogatorio?

Stefano Graziosi: “Che cos’è l’Obamagate? Una teoria valida, una teoria del complotto o uno strumento politico? Per quello che mi riguarda l’Obamagate è una teoria che al momento non poggia su una pistola fumante”

L’Fbi e i democratici sostengono che si tratti di consuete tecniche di interrogatorio. Tuttavia il tema della scelta politica non va considerato in sé stesso solo da quella nota scritta, ma da un contesto ben più ampio e qui arriviamo all’Obamagate.Che cos’è l’Obamagate? Una teoria valida, una teoria del complotto o uno strumento politico? Per quello che mi riguarda l’Obamagate è una teoria che al momento non poggia su una pistola fumante, non abbiamo la prova irrefutabile che Obama abbia usato l’Fbi e l’agenzia di intelligence per compromettere e ostacolare il suo successore, però non si può neanche derubricare a teoria del complotto, perché ci sono varie evidenze che vanno a corroborare quella visione. Per cui un conto è dire che non c’è per ora la pistola fumante, un conto è dire che si tratti di una teoria del complotto. Questo secondo me è sbagliato perché ci sono aspetti che la rendono una teoria abbastanza probabile.

Ed entrando più nel dettaglio, in che modo l’amministrazione Obama avrebbe architettato il Russiagate?

Ci sono vari aspetti, cito i più significativi. Innanzitutto c’è da dire cheil generale Flynn era stato messo sotto controllo dall’Fbi già nell’estate 2016, quindi eravamo ancora in piena campagna elettorale, lo scontro Donald Trump-Hillary Clinton. Il 4 gennaio del 2017, quindi diversi mesi dopo che questa indagine dell’Fbi era partita, l’Fbi chiude l’indagine su Flynn perché testualmente cito: “Non trova delle informazioni dispregiative sul suo conto”. Sottolineo che c’erano stati diversi mesi di indagine sul suo conto e che il 4 gennaio 2017 era quasi una settimana dopo il fatidico 29 dicembre 2016, quando ci fu l’altrettanto ormai famosa conversazione tra Flynn e l’ambasciatore russo Kislyak, il cui contenuto è stato diffuso nelle scorse settimane. L’Fbi chiude tutto questo il 4 di gennaio, ma lo stesso 4 gennaio, poche ore dopo, i piani alti, quindi sostanzialmente il direttore di allora James Comey coadiuvato dall’agente Peter Strock – quel Peter Strock che sappiamo era mosso da un forte sentimento anti-trumpiano da diverso tempo – riaprono stranamente questa indagine, nonostante non ci fossero delle informazioni dispregiative. Il giorno dopo, 5 gennaio 2017, Comey si dirige allo studio ovale per incontrare Jo Biden e Barak Obama, e che cosa fa? Propone di utilizzare eventualmente l’incriminazione contro Flynn per violazione del Logan Act.

Di cosa si tratta?

Il Logan Act è una legge federale del 1799 che vieta ai privati cittadini di discutere di politica estera americana con funzionari, ambasciatori, diplomatici stranieri. Allora l’idea era: siccome Flynn ha avuto quella conversazione con l’ambasciatore Kislyak, i cui contenuti erano già noti a loro e siccome aveva discusso delle sanzioni che Obama aveva introdotto contro i russi, allora ha violato il Logan Act. Piccolo particolare: innanzitutto l’Fbi era già a conoscenza di quella conversazione ed evidentemente il giorno prima, per aver chiuso l’indagine, non l’aveva trovata problematica. In secondo luogo, il Logan Act è una legge farraginosa, molto controversa, ci sono stati solo due casi di incriminazione per violazione del Logan Act: uno nel 1802 e uno nel 1850 ed entrambi si sono conclusi con un nulla di fatto.Terzo elemento, quello centrale: è la prassi che un funzionario in pectore, quale era Flynn – perché Flynn stava per diventare il consigliere per la sicurezza nazionale di Trump – abbia delle conversazioni preliminari con politici, funzionari e ambasciatori stranieri. A maggior ragione dopo aver letto le trascrizioni pubblicate due settimane fa. In queste trascrizioni della conversazione tra Flynn e Kislyak, Flynn non mette a repentaglio la sicurezza nazionale, ma dice una cosa molto semplice: “siccome Russia e Stati Uniti dovrebbero cooperare per la stabilizzazione del Medio Oriente, della Siria e poiché per salvare la faccia dovrete fare delle ritorsioni alle nostre sanzioni introdotte da Obama, cercate almeno di fare una ritorsione reciproca, cioè proporzionata. Evitiamo l’escalation per far deragliare i rapporti.” Per cui non ci sono elementi che andassero ad inficiare la sicurezza nazionale. Allora per quale ragione, davanti ad una conversazione del genere, oggettivamente innocua e davanti all’assenza di cosiddette informazioni dispregiative, Comey va da Obama e propone di utilizzare il Logan Act? C’è qualcosa che oggettivamente non torna. Dulcis in fundo, l’esistenza di quella conversazione tra Kislyak e Flynn, venne illegalmente fatta trapelare alla stampa e il Washington Post uscì con un editoriale il 12 gennaio 2017, facendo scoppiare il putiferio. Per cui anche l’interrogatorio che Flynn subì il 24 gennaio successivo, venne caratterizzato da quella rivelazione illegale.Chi ha fatto trapelare quell’informazione sensibile che non doveva essere divulgata alla stampa?

Però Flynn successivamente si dichiarò colpevole con il procuratore speciale Mueller…

Il punto non è se Flynn avesse o meno rapporti con i russi, perché era risaputo. Il tema era se avesse o meno discusso delle sanzioni durante quella famosa telefonata del 29 dicembre. Tuttavia, se non c’erano delle evidenze che la sicurezza nazionale fosse in pericolo così come non c’erano delle evidenze della collusione tra il comitato di Trump e i russi, quel tipo di interrogatorio – dice Barr – era illegittimo. Quindi anche nel momento in cui Flynn avesse mentito all’Fbi, comunque l’Fbi non era legittimata a metterlo sotto interrogatorio. Flynn è una persona che ha avuto indubbiamente degli aspetti controversi, ma dobbiamo tenere presente due aspetti: Flynn si dichiara colpevole con l’Fbi sulle sanzioni soltanto nel dicembre del 2017, quando l’indagine passa nelle mani di Mueller, dopo il licenziamento di Comey; CNN un mese prima dichiara che l’Fbi aveva intenzione di coinvolgere il figlio di Flynn nell’indagine. Quando lui si dichiara colpevole dobbiamo considerare che il procuratore speciale lo stava premendo sul versante famigliare. Un altro aspetto che va comunque ricordato è che Flynn, aldilà delle sue controversie, ha ritrattato la sua versione nel gennaio del 2020. Terzo elemento è che non si trovano dei documenti dell’interrogatorio del 24 gennaio. Quindi il tema non è soltanto la legittimità dell’interrogatorio ma è anche il contenuto. La situazione è molto complessa ma quando l’Fbi fa un interrogatorio di questo tipo redige dei documenti che poi vengono editati, ebbene il primo documento, quello scritto a caldo, il famoso documento 302 è sparito.Qui nessuno vuole dire che Flynn sia una figura che abbia brillato per linearità e trasparenza, però dall’altra parte il dubbio che flynn sia stato incastrato per colpire il presidente Trump, non è un dubbio che possa definirsi del tutto infondato. Infine, a maggio scorso, la commissione della Camera, attualmente guidata dai democratici, ha diffuso 6mila pagine di trascrizioni di audizione che la stessa commissione tenne tra il 2017 e il 2018 sul caso Russiagate. Oratutti i funzionari dell’amministrazione Obama che vennero interrogati durante quelle audizioni hanno negato di aver mai posseduto delle evidenze empiriche di una collusione tra Trump e i russi e quando parlo di funzionari mi riferisco al Director of National Intelligence di allora James Clapper, dell’allora ministra della Giustizia Loretta Lynch, sotto di cui l’Fbi avrebbe dovuto teoricamente agire, ma da quanto è emerso l’Fbi ha aggirato il dipartimento di Giustizia andando direttamente sotto il cappello di Obama. Addirittura in quelle audizioni parlò l’allora vice di Comey, Andrew McCabe, a cui chiesero se il dossier Steele – il documento su cui si basava il piano accusatorio di Russiagate – fosse abbastanza accurato. Ebbene McCabe rispose: “Non completamente”. Allora se la comunità di intelligence, i vertici dell’Fbi, la ministra della Giustizia di allora dicono tutti di non avere evidenze empiriche di una collusione tra Trump e i russi, su quali basi l’Fbi ha continuato a condurre l’indagine?

 

INTERVISTA A FRANCESCO COSTA

Secondo Trump, Obama avrebbe architettato il Russiagate usando l’Fbi per cercare di bloccare la sua ascesa politica. Tutto incomincia con l’operazione Crossfire Hurricane, condotta da James Comey nel 2016. Di che cosa si tratta?

L’operazione Crossfire Hurricane è la prima operazione attraverso cui l’Fbi indaga sulle interferenze russe durante la campagna elettorale del 2016.Il Russiagate nasce molto prima che Trump arrivi alla Casabianca. Nell’estate del 2016, l’Fbi indaga sugli attacchi informatici subiti dal partito democratico e incomincia a raccogliere elementi riconducibili alla Russia. Ad un certo punto l’Fbi scopre – grazie ad un’informazione che si lascia scappare George Papadopoulos, collaboratore del comitato Trump – che ci sono contatti in corso tra persone del comitato Trump e delegati ed emissari del governo russo. Uno di questi è il generale Flynn, un altro è il senatore Jeff Sessions.Tutte queste cose noi oggi le sappiamo perché sono raccontate nel rapporto finale stilato dal procuratore speciale Mueller, con cui si è chiuso il Russiagate. Non è un rapporto che scagiona Trump, al contrario dice che la Russia abbia interferito in modo inequivocabile in quella campagna elettorale. Tuttavia Trump è inattaccabile perché è il presidente.

A fine aprile sono state diffuse quattro pagine di e-mail, scambiate tra alcuni funzionari dell’Fbi che si stavano preparando ad interrogare il generale Flynn, in merito ai suoi colloqui con il diplomatico russo Sergey Kislyak. In queste e-mail ci sono delle annotazioni scritte a mano in cui si legge testualmente: “Qual è l’obiettivo? Verità o indurlo a mentire così che possiamo incriminarlo o farlo licenziare?”. Si tratta di consuete tecniche di interrogatorio o ci sono dietro delle motivazioni politiche?

Questa è una discussione molto frastagliata, nel senso che poi alcuni di questi agenti hanno tra loro comunicato privatamente, mostrando di avere un certo disprezzo per l’allora candidato Trump. Però tutte le revisioni che sono state fatte fin qui, rispetto a quel lavoro di indagine, non hanno fatto emergere delle irregolarità. Trump sta insistendo e quindi le indagini andranno avanti e il dipartimento di Giustizia è molto deciso a trovare delle irregolarità per cui chissà che non le trovino… Ma queste annotazioni non sono state giudicate dagli organi revisori, dai supervisori dell’Fbi, dalle commissioni intelligence del Congresso, come delle procedure anomale. I procuratori sono l’accusa, non rappresentano una parte terza del processo. Nel momento in cui fanno un colloquio ad una persona potenzialmente imputata per un possibile reato, discutono di quale sia l’obiettivo e se indurla a mentire; non per imbrogliarla, ma per capire se quella persona dice la verità. Così si prova a vedere se si contraddice, gli si fanno delle domande apposite o si prova a farsi raccontare qualcosa, con la consapevolezza che l’interrogato potrebbe mentire.Perché gli agenti si fanno quella domanda? Perché gli agenti dell’Fbi sapevano che Flynn aveva parlato con Kislyak, l’ambasciatore russo negli Stati Uniti, ma sapevano anche che Flynn aveva negato in altre circostanze e loro lo sapevano perché avevano sotto controllo Kislyak. Per questo si chiedevano quale fosse lo scopo dell’interrogatorio. Alla domanda esplicita degli agenti: “Ha sentito l’ambasciatore russo?” Flynn disse di no e da qui nasce l’accusa di aver mentito all’Fbi che portò al suo licenziamento dall’amministrazione Trump e poi all’indagine nei suoi confronti.

Tra l’altro Flynn ha poi ritrattato in seguito le sue dichiarazioni…

Lui si è dichiarato colpevole per ben due volte. Era sotto processo e chiunque può definirsi colpevole o innocente, ma lui per due volte si è definito colpevole. Ha cambiato linea solo dopo la fine del Russiagate, quando anche da parte del dipartimento di Giustizia è arrivata una forte indicazione di voler riscrivere la storia di quell’indagine, facendo addirittura cadere le accuse di Flynn, il quale si era dichiarato colpevole. Gli esperti di sistema penale americano non ricordano precedenti simili.

Però c’è un altro punto controverso: la commissione intelligence della camera, attualmente guidata dai democratici, ha diffuso 6mila pagine di trascrizioni delle audizioni che la stessa commissione tenne sul caso Russiagate. Ora tutti i principali funzionari dell’amministrazione Obama hanno negato durante quelle audizioni di aver mai posseduto delle evidenze empiriche di una collusione tra Trump e i russi. Perché?

Perché non ce le avevano. Quando queste persone erano al governo, quindi prima dell’amministrazione Trump, sapevano che stava accadendo qualcosa, sapevano che l’Fbi stava facendo delle indagini, ma l’indagine sul caso Russia era appena partita.L’inchiesta si è poi conclusa, come sappiamo, dopo l’insediamento di Trump, dopo che sono stati sentiti tutti i testimoni, con il procuratore Mueller che mette in piedi l’indagine speciale e che alla fine produce il rapporto Muller. Quando Obama era in carica erano le primissime fasi dell’indagine e i membri dell’amministrazione Obama non seguivano personalmente l’indagine perché se ne occupava l’Fbi e all’epoca non c’erano queste prove. Il comitato Trump fa girare queste e-mail come se fossero la prova che il Russiagate fosse stata tutta una montatura, tuttavia il Russiagate arriva dopo, quando l’amministrazione Obama era già fuori da un bel pezzo.

Francesco Costa: “E’ molto evidente che questa indagine non è partita per volere dell’amministrazione Obama e non ha avuto evoluzioni per volere dell’amministrazione Obama. Tanto che lo stesso Obama è stato molto criticato dai democratici stessi e dalla stampa americana per non aver fatto abbastanza contro le interferenze russe”

E’ possibile che l’Fbi abbia aggirato il dipartimento di Giustizia e agito per ordine dello stesso Obama?

Le registrazioni e le e-mail contengono diverse trascrizioni e comunicazioni. In quella di Susan Ryce, che i repubblicani hanno voluto a tutti i costi desecretare, in quanto prova dell’unmasking di Flynn, si sente in più di un passaggio: “Cercate di fare le cose by the book”- cioè a regola d’arte – “dal momento che si tratta di un’inchiesta molto delicata e controversa”.E’ molto evidente per come sono andati i fatti che questa indagine non è partita per volere dell’amministrazione Obama e non ha avuto evoluzioni per volere dell’amministrazione Obama. Tanto che lo stesso Obama è stato molto criticato dai democratici stessi e dalla stampa americana per non aver fatto abbastanza contro le interferenze russe. L’unica cosa che lui ha fatto, dopo le elezioni, è stato imporre delle sanzioni contro la Russia nel periodo di transizione. Ma non c’è nulla che dimostri che questa inchiesta sia nata per volere di Obama e non dell’Fbi.

Obama sta esercitando un peso sempre più crescente all’interno del partito democratico, con una frequente esposizione mediatica. E talvolta sembrerebbe che Biden sia un burattino nelle sue mani. E’ Obama il vero avversario politico di Trump?

Obama si è tenuto molto ai margini come capita spesso agli ex presidenti, allo stesso tempo gli ex-presidenti in certi momenti riemergono come visibilità e la campagna elettorale è uno di quei momenti.Finora Obama ha fatto un video per Biden, dopo che aveva vinto le primarie, quindi non direi che oggi Obama sia così presente. Lo sarà ovviamente. Obama è il personaggio più popolare del Partito Democratico, ha una sua influenza, una sua vicinanza con Biden. Però credo che anche quelli a cui Biden non piace, come gli elettori di Bernie Sanders, lo ritengano autonomo. Non c’è nella politica americana questo rapporto di debito politico nei confronti di qualcuno che è andato da tutta altra parte. Tutta l’influenza e il capitale politico di Obama è dato dalla sua popolarità, ma non è uno che può imporre a Biden chi nominare, chi scegliere come ministro e qualcosa del genere. Nel senso che è Biden ad avere la responsabilità finale e Obama non può fare nulla per costringerlo.

Allora quali sono le vere motivazioni che avrebbero spinto Trump a lanciare l’Obamagate?

Trump ha un’esigenza antica e una nuova. L’esigenza antica è che lui ha vinto le scorse elezioni proponendosi come un outsider totale, come un uomo fuori dalle stanze cosiddette del potere . Oggi sta cercando di ottenere la rielezione ma adesso è l’uomo più potente del mondo, è l’insider per eccellenza e quindi deve trovare un modo per incarnare questo ruolo a fronte della sua nuova situazione. Per cui si dipinge comunque come un uomo anti-establishment, pur essendo oggi il presidente, identificando nell’establishment cosiddetto il deep-state, le persone del suo governo che in realtà sono contro di lui o addirittura l’ex presidente Obama, come coinvolti in una qualche forma di cospirazione per danneggiarlo. Poi c’è un’altra esigenza: quella di dare all’opinione pubblica, al Paese e ai media, argomenti diversi di cui parlare rispetto a quelli di estrema attualità, come l’epidemia, che ha fatto già più di 100mila morti accertati negli Stati Uniti e la crisi economica, la più grave da un secolo a questa parte. Chiaramente questi non sono eventi che Trump avrebbe potuto evitare, ma potevano forse essere gestiti meglio. Inoltre tutto questo danneggia Trump, il quale pensava che questa campagna elettorale se la sarebbe giocata sulla forza dell’economia, dal momento che era effettivamente forte. Oggi non è più così e quindi Trump ha un po’ perso lo spartito che si era preparato in vista di questa campagna elettorale.