«Con la caduta di Assad, stiamo scrivendo una nuova storia nella regione. Quanti siriani sono sfollati in tutto il mondo? Quante persone vivevano in tende? Quante sono annegate in mare? Questa vittoria è per tutti i siriani». Con queste parole Abu Mohammed al-Jawlani, leader del movimento che in una settimana ha rovesciato l’instabile equilibrio del paese, domenica pomeriggio formalizza la conquista della Siria nel suo primo discorso pubblico pronunciato nella moschea degli Omayyadi, simbolo di Damasco.

L’8 dicembre in Siria il sole è sorto da poche ore quando le forze sunnite anti governative guidate da Hayat Tahrir al Sham entrano nella capitale del paese. Il presidente Bashar Al Assad fugge facendo perdere le sue tracce per alcune ore. Il segnale dell’ultimo volo in partenza da Damasco – nella notte tra sabato e domenica – scompare poco dopo il decollo verso la costa siriana, in prossimità di Tartus dove si trova la base navale russa. Domenica mattina un aereo decolla dalla base militare del Cremlino di Latakia in direzione di Mosca. Poco dopo la conquista della capitale, il ministero degli Esteri russo rilascia una dichiarazione affermando che al-Assad si è dimesso, ha lasciato la Siria e raggiunto Mosca, ordinando una transizione pacifica del potere. Poche ore dopo, si apprende da una nota del Cremlino che l’asilo politico all’ex presidente è stato deciso da Vladimir Putin.

Le forze anti governative siriane dichiarano vittoria alla televisione di Stato, promettendo di istituire un governo di transizione dopo la caduta del regime di al Assad. Secondo quanto riferito dalla stessa organizzazione, l’obiettivo è fare in modo di istituire un governo moderato che amministri il paese per il bene dei siriani. «Un organo di governo gestito dall’opposizione siriana guiderà un periodo di transizione di 18 mesi, inclusi sei mesi per redigere una nuova costituzione in linea con la risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite». Questa la dichiarazione di Hadi al-Bahra – presidente della Coalizione nazionale siriana, un’alleanza di gruppi di opposizione formatasi in esilio dopo la rivolta del 2011 – a Middle East Eye a seguito della conferenza del Doha Forum poche ore dopo l’ingresso degli uomini di al-Jawlani a Damasco. «Ogni transizione politica dopo la caduta del presidente Bashar al-Assad deve includere l’accertamento delle responsabilità nei confronti di coloro che sono responsabili dei crimini commessi sotto il suo governo» afferma Volker Turk, il responsabile delle Nazioni Unite per i diritti umani.


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Nel frattempo esponenti di HTS (Hayat Tahrir al Sham) si dirigono verso il Four Season Hotel di Damasco e prelevano pacificamente il primo ministro siriano Mohammed Ghazi al-Jalali per portarlo al cospetto del capo dell’organizzazione al-Jawlani che – secondo quanto riportato da AFP (Agence France Press, la principale agenzia di stampa francese) –  raggiunge la città solo nel primo pomeriggio. Dopo l’incontro tra i due,  l’incarico del governo di transizione viene così affidato a Muhammad al Bashir. 

Le forze di opposizione, ora al potere, iniziano a diffondersi pacificamente in ogni angolo del paese, prendendo il controllo di aeroporti e basi militari e svuotando pacificamente le prigioni di Sednaya – soprannominata dai siriani e dalle organizzazioni umanitarie “il mattatoio umano”Qaboun e Adra. In particolare, ​i Caschi Bianchi – il Servizio Civile Siriano – poco dopo l’ingresso delle forze di HTS a Sednaya, inviano cinque squadre specializzate per perquisire le camere sotterranee dello stabile, situata nella sezione nota come “Ala rossa”. Già dalle prime ore di domenica, i soccorritori riscontrano difficoltà ad aprire le celle di isolamento e iniziano a cercare gli ingegneri tedeschi che hanno collaudato il sistema per Assad che prevede il blocco dell’impianto di areazione qualora qualcuno provi a forzare il sistema di sicurezza delle celle dall’esterno, privando i detenuti di aria respirabile in pochi minuti. Secondo Rami Abdurrahman dell’Osservatorio siriano per i diritti umani, decine di migliaia di detenuti sono stati liberati nel corso della giornata.  


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«La fuga dalle prigioni? Penso che liberare indistintamente tutti i prigionieri sia un rischio. È il sintomo di una situazione totalmente fuori controllo. Dopo le prime ore di entusiasmo generale, ora c’è molta paura tra i civili per quello che verrà dopo». Amara, nome di fantasia, riferisce a Magzine di essere ancora incredula su quello che sta accadendo nel suo paese da dieci giorni a questa parte. Lei è scappata dalla Siria nel 2011, all’inizio delle primavere arabe, ma ha mantenuto un forte legame con la sua terra d’origine. Tutta la sua famiglia ancora oggi vive a Damasco. I militanti del gruppo di opposizione all’inizio del colpo di Stato hanno promesso di non utilizzare violenza, le strade di Damasco sono un letto di bossoli e munizioni di colpi esplosi in aria ma nessun è ferito. L’euforia delle prime ore lascia il posto a un senso di smarrimento: «Non sappiamo cosa accadrà ora, non posso dichiararmi né ottimista ma neanche pessimista. Quando ho visitato la mia famiglia la scorsa estate non mi sarei mai aspettata ciò che sarebbe accaduto». Amara non si capacita di come in soli dieci giorni sia stato sovvertito un regime che durava da più di vent’anni. «Dopo 13 anni di soprusi alle libertà individuali e con una gestione economica che ha portato lo Stato al collasso, le persone sono stanche. Io sono un medico e mi sono specializzata in chirurgia in un ospedale di Damasco ma le condizioni lavorative erano insostenibili». A detta di Amara, i cittadini di Damasco in questo momento rimangono nelle proprie case, così come stanno facendo i suoi familiari:«Noi siamo cristiani e ciò che ci è stato detto è che rispetteranno tutte le minoranze. Sarà vero? Sicuramente c’è molta speranza, ma quello che spaventa è la totale disorganizzazione. Le dogane non esistono più e questo potrebbe essere un buon segnale per tutte quelle persone che stanno decidendo di ritornare in Siria dopo essere scappate in Libano e in Turchia. Il regime di Assad è caduto definitivamente e siamo contenti di questo, ma la vera rivoluzione sarebbe stata farlo cadere in modo civile. Non vogliamo che arrivi un altro gruppo di persone che mineranno le libertà personali e le opinioni politiche dei singoli cittadini. Questa sarebbe l’ennesima sconfitta». Nel frattempo Amara ci racconta di sperare di poter riabbracciare un suo caro amico oppositore politico di Assad che ha vissuto gli ultimi 12 anni in carcere. Attende fiduciosa notizie su di lui, sperando che faccia parte di coloro che sono stati liberati dalle durissime carceri di Damasco nelle ultime ore. Intanto, centinaia di immagini e video iniziano a circolare sul web: mostrano auto cariche di rifugiati siriani che cercano di entrare nel Paese dalla Giordania e dalla Turchia“, ora che la paura del regime di al-Assad è svanita”, mentre le forze di al-Jawlani incontrano i leader cattolici rappresentati dal cardinale Mario Zenari, nunzio apostolico a Damasco e assicurano il rispetto per le confessioni religiose e per i cristiani.

 

 

 

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Per molti anni Hayat Tahrir al Sham ha governato e amministrato diversi territori nel governatorato di Idlib, al confine con la Turchia. In una settimana hanno avanzato senza incontrare una vera resistenza e, una volta raggiunta la capitale, si sono messi in contatto con il primo ministro per avviare una transizione politica verso una “nuova” Siria. Domenica mattina, i primi giornalisti che raggiungono la capitale riferiscono di non aver trovato traffico. La gente è ancora preoccupata per ciò che succederà e i negozi sono chiusi. Quelli che sono per strada festeggiano, dicendo che questo è un giorno storico per il paese. Ogni volta che vedono una telecamera o un giornalista, si avvicinano e dicono: “Per favore, filmateci mentre festeggiamo, mentre cantiamo”. Per evitare che l’assenza di un’unica forza militare si trasformi in un espediente che trascini la popolazione nel caos, il comando militare delle forze di opposizione – dopo aver preso il controllo del palazzo presidenziale preso d’assalto dai civili – pubblica una nota in cui scrive: «dobbiamo unirci e cooperare per presentare la migliore immagine della nostra rivoluzione e del nostro popolo». Rivolgendosi poi a potenziali gruppi sovversivi prosegue: «Da questo momento, nella capitale vigerà il coprifuoco dalle 16.00 alle 5.00. Inoltre è severamente vietato sparare proiettili in aria in qualsiasi circostanza, poiché ciò provoca il panico tra i civili e mette in pericolo la vita di innocenti. È vietato manomettere le istituzioni e le proprietà pubbliche, poiché sono di legittima proprietà del popolo. È nostro dovere proteggerle e preservarle e contribuire al loro sviluppo. Infine è vietato invadere o danneggiare in qualsiasi forma qualsiasi proprietà privata».  Fouad Ruheiha originario di Latakia –  principale città portuale della Siria – dice a Magzine che «La regione è stata una roccaforte per la famiglia Assad perchè la sua popolazione è a maggioranza alawita – minoranza a cui appartiene l’ex presidente -.  Quest’area è stata liberata velocemnte e senza spargimenti di sangue. Circolano molti video in cui i cittadini di Latakia festeggiano nelle piazze e tirano giù le numerose statue di Hafez al Assad, padre di Bashar. Non nego che li ho un po’ invidiati. Avrei partecipato ai festeggiamenti molto volentieri e ora sto pianificato di tornare».  Nella sua provincia si trovano due basi militari del Cremlino, quella di Hmeimim e quella di Tartus. Fouad vive a Roma da 44 anni e, pur essendo nato in Siria, è figlio di un esule siriano costretto a vivere fuori dal regime di Hafiz Al Assad, padre di Bashar. Lavora come interprete simultaneista e, oltre ad operare nell’ambito della cooperazione internazionale, si occupa sia anche di conferenze commerciali e istituzionali. «Ho lavorato anche come volontario con delegazioni della società civile siriana, irachena, libanese e palestinese. I miei parenti hanno condiviso con gioia i festeggiamenti per la fine del regime. Anche se, a dire la verità, c’è preoccupazione perché le forze protagoniste di questa escalation non hanno una storia di affezione verso una democrazia pluralista. Per adesso ciò che emerge è uno spirito di collaborazione che ci fa ben sperare per il prossimo futuro. Ad Aleppo ad esempio ci sono dei gruppi Telegram in cui vengono diffuse notizie sulla riorganizzazione post Assad». E conclude: «Tutti in Siria conoscono  le divergenze tra l’SNA (Esercito nazionale siriano), sostenuto dalla Turchia, e l’SDF (Forze democratiche siriane) a maggioranza curda – sostenute dagli Stati Uniti – espressione del partito turco PKK».

 

 

 

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Nel frattempo dalle alture del Golan, lo stato ebraico osserva gli sviluppi come un falco. Il primo ministro Netanyahu ordina ai membri del suo partito, il Likud, di non commentare quanto accade pubblicamente. Già prima della caduta di Damasco – come riportato dal portavoce delle IDF, Herzi Halevi – l’esercito israeliano ha iniziato a penetrare oltre il Golan e ha minacciato di colpire a vista chiunque si fosse avvicinato al confine. Secondo quanto riportato dal quotidiano Maariv, per la prima volta dal 1974 i carri armati israeliani hanno attraversato la barriera di confine con il territorio siriano e continuano ad avanzare nella zona cuscinetto. Netanyahu afferma che l’accordo di demarcazione con la Siria è crollato a causa del ritiro delle truppe siriane di Assad. Amir Ohana, portavoce della Knesset israeliana su X: «Quello che sta succedendo in Siria è positivo perché indebolisce l’Iran, il più grande nemico di Israele.Lo stato ebraico sta portando avanti delle operazioni in Siria, alcune delle quali sono pubbliche, altre è meglio che restino segrete». I vertici israeliani discutono sulla necessità di bombardare luoghi strategici per evitare che cadano nelle mani di alcuni gruppi armati ostili. Nel primo pomeriggio, fonti locali testimoniano che a Dmasco il palazzo adibito al rilascio dei passaporti e altre strutture militari, sono state bombardate. E ancora, sempre fonti locali riferiscono che anche l’aeroporto militare di Mezzeh è stato soggetto a pesanti bombardamenti. Secondo quanto riportato da Time of Israel, decine di aerei dell’aviazione israeliana entrano nello spazio aereo siriano per colpire numerosi obiettivi in ​​tutto il Paese per distruggere “armi strategiche”. Inoltre, a causa di combattimenti nell’area di confine con lo stato ebraico, il portavoce militare israeliano dell’IDF Avichay Adraee attraverso X invita già in mattinata i civili siriani di Qfaniya, Quneitra, Al Hamidiyah e Qahtaini di rimanere in casa per la loro sicurezza. Sempre Time of Israel rivela inoltre che da mesi lo stato ebraico sta costruendo una barriera al confine con lo stato siriano – che assomiglia ad una trincea e che è stata chiamata “New East” – per impedire l’attraversamento dei veicoli.

Così in poche ore l’esercito dello stato ebraico occupa la zona cuscinetto istituita nel 1974 e poi revoca la zona militare chiusa imposta nelle aree di Merom Golan-Ein Zivan e Buq’ata-Khirbet Ein Hura. Il ministro degli esteri afferma però che lo spiegamento di truppe in territorio siriano è una misura “limitata e temporanea” volta a garantire la sicurezza di Israele durante la confusione seguita alla caduta di al-Assad.

Le reazioni della comunità internazionale non si fanno attendere. Al Doha Forum, il ministro di Stato del Qatar Mohammed bin Abdulaziz al-Khulaifi afferma che il suo Paese sosterrà pienamente il processo politico previsto dalla risoluzione 2254 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite: «Il conflitto è tra il regime siriano e i siriani stessi, non tra la Siria e altri paesi. Pertanto, sosteniamo pienamente qualsiasi percorso che fornisca soluzioni per tali questioni». Ad Istanbul, città che ospita il maggior numero di rifugiati siriani, migliaia di persone sono scese in strada per festeggiare, da quando è stata diffusa la notizia della caduta di Damasco. Coloro che hanno familiari e immobili in Siria, iniziano ad organizzare i preparativi per tornare finalmente a casa. Nel frattempo sempre durante il Doha Forum, il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan afferma che il suo Paese vuole contribuire a “garantire la sicurezza” in Siria. «La Turchia – scrive in un post su Xè pronta ad assumersi la responsabilità di tutto ciò che è necessario per curare le ferite della Siria e garantire l’unità, l’integrità e la sicurezza». La posizione di Ankara è da considerare in relazione alla presenza nel nord della Siria di organizzazioni a maggioranza curda, considerate da Erdogan una grave minaccia per il paese. E ancora, Geir Pedersen – inviato delle Nazioni Unite in Siria – afferma di essere pronto «a sostenere il popolo siriano nel suo cammino verso un futuro stabile e inclusivo». In una dichiarazione pubblicata dal suo ufficio, esorta i siriani a «dare priorità al dialogo, all’unità e al rispetto del diritto internazionale umanitario e dei diritti umani mentre cercano di ricostruire la loro società. Che il popolo siriano sia messo in grado di iniziare a tracciare un nuovo percorso per soddisfare le proprie aspirazioni».

E inifine, intorno alle sette di domenica sera, anche il presidente uscente degli Stati Uniti Joe Biden, si esprime in diretta nazionale sulla questione e definisce il momento come un’opportunità storica per il popolo della Siria. Si dichiara favorevole a dare supporto al paese affinchè nasca una “Siria indipendente e sovrana” con una sua costituzione e un nuovo governo determinato dal popolo siriano.  Nel suo discorso – durato poco più di 10 minuti – afferma che gli Stati Uniti nel corso delle ore precedenti hanno condotto decine di attacchi aerei di precisione in Siria – supportando le operazioni israeliane – prendendo di mira ciò che rimane dei campi dello Stato Islamico. Dall’altro lato, il neo eletto Donald Trump rimarca il fatto che l’esercito americano ha ancora 9000 unità attive nel paese e sui social twitta un categorico “This is not our fight”. Mentre il consigliere per la sicurezza nazionale Jake Sullivan elimina l’ipotesi di un intervento armato nella guerra civile siriana. «Gli Stati Uniti – dice Sullivan – continueranno ad agire nella misura necessaria per impedire allo Stato Islamico di sfruttare l’opportunità della guerra civile per riaffermarsi». Su richiesta della Russia, lunedì pomeriggio il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si riunirà per discutere degli sviluppi in Siria mentre l’Iran apre una linea di comunicazione diretta con la leadership sunnita siriana, nel tentativo – riporta Middle East Eye – di “impedire una traiettoria ostile” tra i due paesi. Mentre la Banca centrale siriana conferma di restare operativa e che i depositi dei cittadini sono intatti e al sicuro.