1. Via Mambretti non è casa mia

23.30. Medico acuto. Maschio di 22 anni. Codice verde. Prima il silenzio rumoroso delle attese, che in se stesso già contiene la sua brusca interruzione, poi una campanella che rimbomba nelle orecchie posate sui cuscini. Tutti dormono, ma qualcuno si è alzato svelto, ed è sgattaiolato come un’ombra fuori dalla stanza. È corso al centralino, il locale dove si trovano i computer, ed ha interrotto il rumore assordante cliccando col mouse sulla scritta “spegni” che compare sullo schermo. Il software che controlla il sistema di allarme si è disattivato e la sede della Croce Verde Sempione è tornata quieta. Nel giro di un minuto tutti e quattro i membri dell’equipaggio sono in macchina con gli occhi pesanti di sonno e le divise catarifrangenti sgualcite al modo di chi dorme vestito e con le scarpe. Tra uno sbadiglio e l’altro tutti si infilano dei guanti azzurri in lattice simili a quelli usati dai chirurghi in sala operatoria. Il Capo Servizio, seduto di fianco all’autista, tiene in mano la bolla con i dati della missione pronta per essere compilata. Ad un tratto alza gli occhiali sulla testa e fa un cenno con la mano ai due militi seduti dietro, nel vano sanitario, insieme alla barella e gli strumenti del soccorso. Il primo, quello più giovane, è disattento. In punta di piedi cerca qualcosa nello scompartimento in alto. Ma il secondo, di poco più esperto di lui, ha inteso il gesto. Afferra il primo per la fibbia dei pantaloni tecnici e con forza lo trascina in giù verso il sedile posteriore. Allora l’autista accenna un mezzo sorriso e il mezzo scatta in avanti stridendo con le ruote sull’asfalto. Poi si accendono le luci blu sul tettuccio e la sirena comincia a lamentarsi in un naenia che squarcia il silenzio della notte.

Quando via Mambretti appare sullo schermo del tablet installato sul mezzo di soccorso, nessuno guarda il navigatore perché il posto è vicino e il tragitto arcinoto. Profonda periferia di zona 8, dopo corso Sempione, dopo il ponte della Ghisolfa, dopo il McDonald di viale Certosa, dopo lo svincolo autostradale. Sta laggiù, giusto prima di Quarto Oggiaro: le colonne d’Ercole della città. Tra i soccorritori la conoscono tutti, perché almeno una volta hanno fatto un servizio al civico numero 33, la sede del CAS (Centro di Accoglienza Straordinaria). I CAS sono delle strutture comunali pensate espressamente per ospitare migranti e senza tetto per un lasso di tempo limitato. Nel sistema di accoglienza dei migranti italiano queste strutture sono però un’anomalia, perché non rientrano, né nella categoria di prima accoglienza, quella degli hotspot, né in quella di seconda, quella dei SAI (Sistema di accoglienza e integrazione)

Concepiti come strutture temporanee, nel caso in cui si verifichino arrivi consistenti e ravvicinati di richiedenti, i CAS, nel tempo sono però diventati la modalità ordinaria di inserimento dei migranti. Negli anni sono state date indicazioni diverse e in parte contraddittorie su come dovessero essere strutturati questi centri. Da una parte si tendeva ad omologare i servizi resi nei CAS a quelli degli ex Sprar, vero fiore all’occhiello dell’accoglienza italiana, la cui modalità era orientata all’integrazione dei migranti. Dall’altra gli si avvicinava il modello delle grandi strutture collettive che privilegia un approccio di maggiore contenimento e controllo dei rifugiati. Dopo anni in cui prevalse quest’ultimo modello, con la riforma Lamorgese del 2020, si sta  gradualmente tornando ad un sistema più simile a quello dei piccoli centri in cui possono accedere sia i richiedenti asilo che i titolari di protezione; mentre il Decreto Sicurezza di Salvini del 2017 aveva limitato l’accesso al sistema solo a coloro che avevano già ottenuto una risposta positiva alla domanda di asilo e ai minori non accompagnati.

Oggi in via Mambretti 33 sono accolti circa 200 migranti richiedenti asilo provenienti soprattutto da Somalia, Eritrea, Centro Africa e un centinaio di persone senza fissa dimora. La struttura è sovraffolata ma Arca Onlus, che lo gestisce in coordinamento con il Comune di Milano e la Prefettura, ha imparato a gestire questa complessità. Provvede a fornire vitto, alloggio, visite mediche e vestiario. Organizza perfino dei corsi di italiano tenuti da insegnanti volontari. Gli interni della struttura ricordano una scuoletta di periferia, con le pareti dipinte dagli stessi ospiti in quattro tonalità di verde. La maggior parte dei quali sono ragazzi giovani, non ancora maggiorenni. Quando l’ambulanza varca il cancello della struttura l’atmosfera è confusa e concitata, ma i responsabili del centro sono tranquilli. Pare di essere finiti in mezzo ad una scolaresca in gita. Un gruppo di ragazzi circonda un compagno seduto su una seggiola nell’atrio adiacente l’ingresso. La sua gamba destra è enorme, lo si vede anche da lontano, con una escrescenza a forma di pallone da football americano che spunta dai pantaloni arrotolati al ginocchio. Osservandola da vicino, poi, si nota un’ecchimosi all’altezza della tibia dal colorito violaceo. Il giovane tiene lo sguardo fisso nel vuoto mentre sul suo volto contratto è scolpita una smorfia di intensa sofferenza. Jamal viene dal Senegal, è a Milano da un mese e conosce solamente una manciata di parole in italiano. “Dolore”, biascica stringendosi l’arto tra le mani. “J’ai mal à la jambe”

Quel gonfiore fa pensare immediatamente ad un èdema, ovvero ad un accumulo di liquido negli interstizi dei tessuti, la cui consistenza al tatto appare dura, marmorea in certi casi. Uno dei responsabili del centro porge delle carte al Capo Servizio mentre gli altri soccorritori iniziano a prendere i parametri vitali del paziente. Jamal non possiede documenti, ma nonostante la giovane età è già pieno di referti medici. L’hanno visitato ben due volte appena è arrivato a Milano e sembra che abbia una patologia renale piuttosto grave. Il che motiverebbe il gonfiore alla gamba. Non è un caso urgente ma se non comincia la terapia in ospedale potrebbe rischiare perfino l’amputazione. Un amico lo aiuta ad alzarsi mentre l’equipe di primo soccorso abbassa la barella. “Andrà presto in Svizzera -dice ai soccorritori-  lì abita suo cugino. Per questo Jamal non si cura, perché sa che qui non ci starà ancora per molto. Dopotutto Milano è solo una città di passaggio”.

2. Botte da orbi in corso Garibaldi 

01:35. Aggressione stradale. Maschio, 29 anni. Codice giallo. Milano è un grumo di polvere e sangue, un crocevia di matti invasati. Lo capisci quando vedi la faccia tumefatta di un paparazzo, menato in mezzo alla strada da un noto cantante italiano, che si fa chiamare col nome di un pirata.  In questa città si beve tanto e le risse non sono così sporadiche, soprattutto nelle zone della movida. Il termine movida è mutuato dallo spagnolo, in origine si riferiva ad un movimento sociale ed artistico sorto a Madrid, in puerta del Sol, alla fine della dittatura di Francisco Franco, che ambiva a rappresentare l’immagine di una Spagna nuova, giovane, internazionale e disinibita. Tuttavia, nonostante gli sforzi delle nuove generazioni la quasi totalità delle strutture sociali ed economiche del paese rimanevano quelle dell’antico regime. Così sulla scia del boom economico degli anni ottanta il movimento iniziò a cristallizzarsi perdendo la sua anima rivoluzionaria e divenendo la parodia di se stesso. Una storia che, mutatis mutandis, ricorda molto da vicino quella di Milano.

Giuseppe, il nome è di fantasia, è un fuorisede fuoricorso in giurisprudenza alla Statale di Milano. Lui stesso ammette candidamente di non averci messo piede se non un paio di volte in ateneo, ma nonostante ciò sta per laurearsi, “magari non con il massimo dei voti”. Sbarca il lunario insieme ai soldi che gli mandano i genitori, scattando qualche foto per delle riviste di gossip e una pagina di Instagram di cui preferisce non rivelare il nome. Non gli dispiace Milano. La considera stimolante perché c’è sempre qualcosa da fare o qualcuno da incontrare anche se non lo si stava cercando. Alcuni la chiamano serendipità, altri cazzeggio. “Se non altro è un buon posto per perdere tempo quando non si sa che fare della propria vita”. Sotto lo skyline di Gae Aulenti la gente è così presa a fare networking mentre sorseggia qualche freedrink che non si accorge di Giuseppe a terra, sdraiato con la schiena on the street. Non ci vedo nulla!” strilla ai soccorritori che provano a pulirgli il viso con della soluzione fisiologica dal poco materiale ematico che gli cola dalla ferita. “Fate piano che brucia!”, continua a ripetere, forse in preda ad una qualche reazione psicosomatica sconosciuta alla medicina moderna, dato che la fisiologica non è altro che acqua sterilizzata. Sta a petto nudo nonostante il freddo ottobrino perché la sua camicia ha uno squarcio lungo tutta la schiena. In effetti il taglietto che si è procurato sul sopracciglio sinistro è roba da cerotti, ma il ragazzo, che appare visibilmente scosso, si lamenta come un capretto che sta per essere sgozzato a Pasqua. A terra la sua macchina fotografica non sembra aver subito grossi danni. “Mi ha picchiato e poi è scappato - sostiene il giovane-, era lì e stava con una donna”. Sul luogo dell’evento ci sono diverse macchine della polizia, più di quelle realmente necessarie, a dire il vero. Due zelanti agenti continuano a fare domande al ragazzo che farnetica mentre altri tre sono intenti ad allontanare uno stormo di erasmus incuriosito che continua ad avvicinarsi. Forse non tutti sanno che, certe notti, quando c’è poco da fare e all’improvviso arriva una chiamata in centrale dopo tanto tempo, le forze dell’ordine si recano a frotte sul luogo d’intervento anche solo per curiosare. Infatti gli si può spesso notare che chiacchierano di fianco alle ambulanze, scambiandosi battute di spirito e ridendo forte con le mani in tasca.

La sera in corso Garibaldi le ore scorrono all’inverso e anche i vecchi tornano giovani. Tutti hanno una chance di rimorchiare e si fanno sempre incontri stravaganti. I locali fanno a gara ad essere l’uno più esclusivo dell’altro in un bailamme del cattivo gusto e della superficialità sfrenata. Tutto è esagerato, kitsch, pacchiano, sfacciato. L’Hollywood, storico “tempio” della movida milanese, è l’emblema di Corso Como e la sua storia esprime egregiamente la Weltanschauung dei suoi frequentatori. Fondato all’inizio degli anni Settanta, è sempre stato famoso tra la gente principalmente per due cose: la “bianca” (termine con cui in gergo si indica la cocaina) e i giocatori di calcio che ne facevano uso nel locale. Nel corso degli anni la discoteca finì sotto i riflettori per i diversi scandali che la portarono a chiudere e riaprire diverse volte. I guai seri con la legge però iniziarono a partire dagli anni 2000, quando si aprì il filone milanese dell’indagine Vallettopoli, che portò nel 2007 all’arresto dei gestori del locale. Erano gli anni della ritrovata giovinezza dopo i fasti della “Milano da bere anni ottanta”, gli anni in cui il gran maestro di cerimonia Lele Mora ospitava nei privè personaggi del calibro di Fabrizio Corona, Elisabetta Canalis e Bobo Vieri.

Una vera e propria tegola arrivò poi, nel marzo 2008, con la decisione del gip Guido Salvini di porre sotto sequestro il locale, definito “una nave da crociera con poche scialuppe“, per il mancato rispetto di alcune norme di sicurezza. Un grave danno per la discoteca che rimase chiusa per ben 4 mesi. Più recentemente, messo in ginocchio dal Covid, insieme agli altri locali del quartiere, l’Hollywood ha saputo rialzarsi resistendo strenuamente alle chiusure, come da sua tradizione, cercando scorciatoie non del tutto legali. Senza perdere la sua vocazione trasgressiva, durante i mesi di lockdown, venne ingegnosamente meno alle norme che prescrivevano la chiusura delle discoteche reinventandosi come “ristorante da ballo”, dimostrando un istinto di sopravvivenza davvero encomiabile. Caricato il ragazzo sull’ambulanza in direzione ospedale Fatebenefratelli, il corso torna alla festa. Il trambusto della serata non permette però di ricostruire i fatti con certezza. Bisogna quindi affidarsi alla cronaca locale per comprendere con maggiore chiarezza i dettagli dell’accaduto. L’indomani, 10 ottobre, Gossip Tv scriveva così: “Morgan aggredisce paparazzo: camicia strappata e denunce per entrambi. La donna che era in compagnia del cantante ha riferito che il fotografo voleva vendergli le foto per evitare che uscissero sui giornali, dai quali avrebbe ricavato, a suo dire, 15mila euro. Per questo motivo il paparazzo è stato denunciato per tentata estorsione”.

3. Milano 2, topo di campagna o topo di città?

04:55. Dispnea. Donna, 79 anni. Codice rosso. Si racconta che una volta un topo di campagna accolse nella sua povera tana un topo di città.La conosci questa storia?” Chiede la signora Lucia al soccorritore più giovane. E’ stesa sulla barella, fatica a respirare ma non la smette di parlare perché è molto agitata e conversare la fa sentire ancora viva. Dice che la racconta spesso ai suoi studenti, è una delle satire di Orazio che più le piacciono. Ha studiato lettere all’università e la sua passione è sempre stata tradurre i grandi classici antichi perché la commuove l’idea che certi problemi dell’umanità siano sempre gli stessi in ogni epoca. Quando è morto suo marito Giacomo non pensava che sarebbe riuscita ad andare avanti perchè non si è mai pronti per vedere morire qualcuno che si ama, nemmeno quando si è vecchi. La solitudine di Milano tornava ad impossessarsi di lei dopo così tanti anni. Dice che Milano le ha regalato la vita che voleva, l’unico rimpianto che ha, a suo dire, è che morirà da sola. Racconta che suo marito lo ha incontrato a Milano nel settantacinque quando si costruiva l’ospedale in cui la portano ora: il San Raffaele. Era carpentiere edile ma lei si era innamorata di lui per il suo talento per la pittura. Casa loro è ancora piena dei suoi quadri, soprattutto paesaggi rurali fatti di ampie velature colore del grano e di lunghe linee rette che si perdono all’orizzonte inghiottite dal punto di fuga. C’è persino quello di quando si incontrarono la prima volta sul Naviglio Grande. Giacomo è cresciuto sulle rive dell’Adda ma a Milano ci ha lavorato tutta la vita. L’ha vissuta pienamente perché ha conosciuto i suoi protagonisti. Una volta ha persino incontrato l’incredibile prete-manager Luigi Maria Verzé, l’uomo che ha portato l’ospedale moderno in Italia e insieme a Berlusconi ha costruito Milano 2 negli anni settanta. Il quartiere residenziale in provincia di Segrate, nella città metropolitana di Milano.

Il 5 agosto 1958 don Verzé fondò a Milano l’Associazione Centro di assistenza ospedaliera S. Romanello, oggi Associazione Monte Tabor, ente senza fini di lucro, e holding proprietaria dell’Ospedale San Raffaele, fino alla crisi del 2011. Le vicende di Verzé si incrociano presto con quelle di Berlusconi, all’epoca imprenditore e proprietario di Edilnord, dato che il sacerdote aveva acquistato un terreno di 46 000 m²  con l’idea di costruire quello che sarebbe poi diventato il San Raffaele. Il problema di allora era il transito su quell’area degli aerei in partenza dall’aeroporto di Milano-Linate, così, nel 1971 inoltrarono, lui e Berlusconi, una petizione al Ministro dei trasporti al fine di salvaguardare la tranquillità degli abitanti di Milano 2 e i ricoverati del San Raffaele. Tuttavia la modifica delle rotte, accordata dal Ministero, creò problemi di rumore ai comuni limitrofi. La questione delle rotte si trascinò per qualche anno, tra direttive serrate, proteste, irregolarità e comitati antirumore, ma la direttiva Civilavia del 30 agosto 1973, a seguito dell’incontro di marzo scontentò tutti, eccetto, naturalmente, Edilnord e San Raffaele. Il 13 marzo 1973 si incontrarono infatti comitati dei cittadini e funzionari del ministero, ma le carte topografiche di riferimento risultavano pesantemente manomesse. Se Pioltello e Segrate rispecchiavano la cartografia del 1848 Milano 2, all’epoca terminata al 25%, risultava invece completa.

Nel 1998 il Tribunale di Milano condannò due volte don Verzé per abusi edilizi. Si trattava proprio di quelle palazzine in cui Giacomo lavorava come capocantiere. Un giorno gli fanno sapere che don Verzè lo cerca per mostrargli qualcosa. Due uomini lo conducono in una cascina annessa all’ospedale. Lì trova il prete che lo accoglie di spalle. Sta osservando un quadro appeso ad un muro. Si tratta di una Madonna piangente davanti a Cristo. Giacomo lo riconosce subito: è un capolavoro della scuola napoletana del cinquecento. Il prete si gira, lo squadra dall’alto al basso. “Non tutti apprezzano l’arte”, dice sornione. Verzè la fece franca anche in quel caso. Nel febbraio 2011 è prescritto per l’accusa di ricettazione di due quadri antichi rubati da una chiesa napoletana e riapparsi poi a Segrate. Nel giudizio di appello il sacerdote era stato condannato a 1 anno e 4 mesi di reclusione. La Cassazione respinse le richieste della difesa di assoluzione piena con la motivazione che “Don Verzé era al corrente della provenienza illecita dei quadri“.

In primavera la natura esplode di vita e si insinua tra gli interstizi del cemento. Il Naviglio Pavese scorre per chilometri fino a Pavia, dalla darsena di Porta Ticinese, dove svolta il flusso proveniente da Turbigo, fino all’ultimo salto che lo riconduce nel letto del Ticino. Fila così dritto e liscio che sembra scivolare su una tavola: invece è alle prese con quasi 57 metri di dislivello, che non si notano affatto per merito dell’eccellente artificio dell’uomo. Collocata sul percorso che conduce a Milano, in un punto di passaggio obbligato sulla rete dei vari corsi d’acqua del Lambro, sorge una chiesetta rossa fatta edificare lungo l’argine nel XV secolo per volere di Gian Galeazzo Visconti. Nella piazzetta antistante c’è un uomo in canottiera, seduto su uno sgabello. Ai piedi tiene un baule serrato e una tavolozza di colori acquarello. Sta rivolto verso il corso del canale ma il suo sguardo si perde nell’immensa tela bianca posata sul cavalletto, mentre il sole lo investe dei suoi raggi caldi. Dalla luce accecante appare una figura di donna. Lei lo interroga:  “Ma perché, amico mio, ti ostini a sopportare di vivere solo in questo posto? Non preferiresti gli uomini e la città? Vieni via, e fidati di me”. 

Non c’è soluzione al dilemma dei topi di Orazio, dice oggi Lucia. Meglio la città o la campagna?  Lei però era riuscita a convincere suo marito, lo aveva trascinato al di qua del pomerium dentro l’urbe, ma lui non si era mai convinto del tutto. “Gli è sempre mancato qualcosa”, ne è convinta mentre lo dice.  Milano poi è una città difficile. È impossibile spiegare a chi viene qui da un piccolo paese cosa significa essere condannati alla libertà, nel posto dove il nuovo è sempre meglio. Spiegare quell’isolamento in mezzo a tanta gente: viscerale, innata, tipica delle grandi metropoli, in cui si è perso qualsiasi senso di comunità, qualsiasi contatto con il rito, con la terra, con la storia. Davvero, Milano è una palestra alla solitudine.Qui si è a proprio agio nell’abitare questa malinconia, che è sopportabile solo per chi ci è nato. Sapere di non avere costrizioni: nella morale, nella possibilità di fare, di scegliere i propri affetti e proprio perché lo si sa, sentire le viscere che si contorcono. Perché qui non ci sono più scuse se non ce la fai, la responsabilità ti schiaccia e la possibilità di scelta è vissuta come una tragedia. Chi è di Milano guarda gli altri dall’alto in basso perché ha scoperto l’inganno della libertà. Milano è la speranza per gli esuli. Una terra santa che non arriva mai, un’opportunità a portata di mano che immancabilmente sfugge tra le dita come in un gioco di prestigio. L’ambulanza arriva in pronto soccorso che il sole inizia a fare capolino all’orizzonte. Il giovane soccorritore si asciuga con la mano una lacrima salata che gli cola sulla guancia. Che ne sarà di Jamal? Cosa di Giuseppe e cosa di Lucia? Questa è la maledizione di chi vive a Milano, un luogo che ti regala una vita piena, saporita, ricca di esperienze, ma che come le più belle poesie è sempre una totalità incompleta. Racchiude infinite storie che rimangono senza un finale.