L’aria di primavera che anticipal’estate del 2020 sarà senza concerti e senza festival di musica, mancheranno l’odore dell’erba e le code infinite per le birre, mancherà trovare uno spiazzo d’ombra per ripararsi dal sole, quello spicchio di prato dove trascorrere semi-sdraiati un’intera giornata ascoltando giovani gruppi in rampa di lancio, in attesa dello show dell’artista che attendiamo con più grande interesse. L’apertura della stagione estiva dei raduni rock a Milano negli ultimi anni si individuava con un evento in particolare:il MI AMI al Magnolia di Segrate che, a causa dell’emergenza sanitaria, sarà costretto probabilmente a rinviare la sua sedicesima edizione all’anno prossimo. Previsto inizialmente per il 28-29-30 maggio, il festival è stato poi posticipato al 18-19-20 settembre.Tre giorni di musica, festa, concerti e dj set che subiranno un’ormai certa cancellazione, in seguito alla fosca prospettiva a breve termine che gravita su ogni genere di assembramento di persone: la musica dal vivo in questo funesto 2020, quasi certamente, non tornerà. Carlo Pastore, ex veejay di Mtv Italia, noto conduttore radiofonico nonché fondatore e direttore artistico del MI AMI, ha raccontato a Magzine l’origine di un festival diventato un punto di riferimento per tutta la musica italiana.

Il MI AMI al Magnolia di Segrate – attesa tre giorni di musica, festa, concerti e dj set – subirà un’ormai certa cancellazione: la musica dal vivo in questo funesto 2020, quasi certamente, non tornerà.

MI AMI è l’acronimo di Musica Importante a Milano.

Il MI AMI è nato nel 2005 ed è un festival che non può prescindere dall’assembramento. Per questo motivo, non abbiamo molte speranze sulla possibilità di realizzare il progetto di quest’anno. L’idea del nome è nata dal mio socio Stefano Bottura: volevamo unire un immaginario caldo, poetico e romantico come quello dell’amore e del bacio all’ideazione di un festival di musica indipendente. Proprio la costruzione di questo immaginario ha accompagnato l’evoluzione e l’affermazione del MI AMI nel corso del tempo. Dopo il primo anno, abbiamo deciso di sostituire la parola indipendente con importante: negli anni 90 e nei primi Duemila si considerava indipendente chi si poneva in contrasto con il sistema operativo del mainstream, talvolta anche in senso ideologico. In realtà,il nostro obiettivo è sempre stato quello di creare qualcosa di importante e penso che il MI AMI ci sia riuscito: è un festival che ha aiutato molto la crescita degli artisti, anticipando anche alcuni trend che si sono poi realizzati su larga scala. La scommessa è stata vinta, ma ogni anno si ripete la sfida di doversi confrontare con ciò che ci circonda. Ed eravamo carichi per organizzare al meglio anche l’edizione di quest’anno: avevamo già i nomi, ma l’epidemia ci ha impedito di ufficializzarli. A inizio maggio di solito siamo nel rush finale, si compone la line up definitiva.

Il MI AMI ha contribuito ad abbattere la distinzione tra artista indipendente e artista mainstream.

Dobbiamo però contestualizzare: il mondo in cui è partito il MI AMI era completamente diverso.Noi non abbiamo mai perso l’idea di promuovere un’esperienza in cui la gente si senta bene, all’interno di un parco dentro la città, in un’oasi nella realtà di tutti i giorni. Questa è sempre stata la cornice che ci ha caratterizzato.Il festival nasce come racconto della nuova musica italiana, e questo lo abbiamo sempre continuato a fare. Quando abbiamo iniziato era ancora diffusa la distinzione che arrivava addirittura dagli anni Sessanta, quella tra cultura alternativa e cultura ufficiale. Noi però non siamo stati altro che il detonatore di artisti poco conosciuti che avevano le potenzialità per arrivare a tutti. Nella musica contano gli artisti e i loro dischi, e noi abbiamo sempre fatto le scelte in base a questa logica.

Il MI AMI è legato indissolubilmente al Magnolia, un enorme spazio verde all’aperto che permette di allestire diversi palchi e offrire aree differenti. L’esperienza dei concerti dal vivo è insostituibile, però c’è chi appoggia le alternative dello streaming e persino del Drive In.

I concerti si fanno perché c’è qualcuno che va a vederli di persona e li ascolta. A tal proposito, ho deciso di fare su Google Forms un questionario per il sito RockIt, che ha ricevuto circa quindicimila risposte. Quest’indagine è stata utile a tutti.Una su quattro delle persone che ha partecipato al sondaggio vuole assoluta libertà: queste persone non hanno intenzione di andare ai concerti con mascherine, non vogliono distanziamento sociale, né la misurazione della temperatura all’ingresso. Vogliono tornare ai live come si andava prima. La maggior parte delle persone che la pensa così sono i più giovani. Per quanto riguarda il Drive In, in questo momento c’è una tale voglia di uscire di casa che l’idea che non ci possano essere concerti viene combattuta con qualsiasi cosa immaginabile. Molte persone andrebbero a vedere un concerto Drive In, nell’ipotesi che non ci sia nient’altro. La realtà è che il Drive In è un’immagine che proviene dagli anni Ottanta ma che le persone non conoscono davvero. Il Drive In non è come nei film. Il vero motivo per cui esistevano i Drive In era per limonare. Proviamo a immaginare ora un concerto chiusi in automobile, in cui non si può bere perché è proibito l’alcol, in cui non si può sentire bene la musica perché si deve utilizzare l’impianto della macchina e inoltre si deve pure mantenere il distanziamento all’interno della macchina stessa. Come organizzatore, non potrei mai pensare a niente del genere.Sarei più favorevole semmai a un progetto di Bike In, con le biciclette. Perlomeno ci sarebbe meno rumore, meno inquinamento e le biciclette occuperebbero meno spazio. Se il Bike In può permettere alle maestranze di lavorare in una situazione di emergenza, potrebbe rivelarsi utile.

Carlo, non hai timore che le nuove generazioni di adolescenti possano provare in futuro un sentimento di paura nell’approccio alla musica e ai concerti?

Credo che la più grande qualità dell’essere giovani sia quella di non avere grandi sovrastrutture e di non avere paura. Il timore di essere contagiati lo hanno tutti, a fasi alterne. Nel sondaggio che abbiamo fatto non è un caso che siano loro i più desiderosi di un ritorno alla libertà. Se fuori dalle proprie case c’è una vita, chi meglio dei giovani ha voglia di andarsela a prendere? Secondo me è un problema che non si porrà. Si può porre invece il problema che la cultura, la musica e il diritto di assembramento vengano reiteramente negati nel corso dei prossimi anni, perché alla lunga una negazione scatenerebbe reazioni di rabbia e l’inevitabile organizzazione di eventi illegali. Le persone avranno sempre voglia di stare con gli altri e di condividere, soprattutto in una fase in cui si vuole scoprire che cosa sono la vita, l’amore, la musica.