Massimo Giacon, nato a Padova ma residente da anni a Milano, è uno dei cosiddetti capostipiti del fumetto italiano. Negli anni Ottanta, giovanissimo, inizia a venire pubblicato su Linus e Frigidaire, ma anche Alterlinus e Nova Express. Sono gli anni della sperimentazione punk e della scoperta del fumetto underground, il cui stile aveva sempre più successo nel grande pubblico. Sono gli anni del Gruppo Valvoline, della scuola dello Zio Feininger, della Bologna di Andrea Pazienza e Igort, che attraverso i loro fumetti hanno saputo rappresentare quella voglia di ribellione e di rottura con il passato che si respirava in quel periodo.

Con il passare degli anni, lo stile di Massimo – designer, musicista, ma anche illustratore e grafico – è cambiato e insieme rimasto lo stesso, le sue storie hanno raccontato le ansie, le gioie e le stranezze di più generazioni.

 

Cosa ricordi degli anni Ottanta e del clima che si respirava in quel periodo d’oro per il fumetto italiano?
I due centri del fumetto, allora, erano Bologna e Milano. Eravamo tutti ragazzi e tra di noi c’era una forte rivalità positiva. Il fumetto underground stava diventando popolare e iniziava a riempire le pagine di riviste come Linus. Alcuni si lamentavano, e gridavano cose come: “Ridateci Dick Tracy, e non questa roba qui!”. Noi gli rispondevano che, in fondo, provenivamo anche da quei fumetti classici e dai maestri del passato che adoravamo e che non volevamo rinnegare in alcun modo. Bevevamo birra, ascoltavamo la stessa musica, avevamo le stesse influenze cinematografiche. Ci piacevano gruppo come i Residents e gli Yellow, più dei Cure e dei Joy Division. Adoravamo i film espressionisti tedeschi, Orson Welles, i maestri russi; Igort amava il cinema russo e giapponese, in particolare Ozu e Kurosawa. Fu un gran bel periodo.

Qual è stata la tua formazione artistica? Hai fatto delle scuole?
Sono diventato fumettista più o meno da autodidatta, ma da giovane ho frequentato una scuola di grafica pubblicitaria a Padova che aveva come grande pregio un gruppo di insegnanti del Gruppo N, negli anni Sessanta e Settanta una delle realtà di design fra le più importanti in Italia. Da loro ho imparato non solo la tecnica, ma soprattutto la giusta mentalità, che poi mi è servita tantissimo nel fumetto; l’idea è che quando si crea qualcosa non lo si fa per sfogo o per velleità personali, ma sempre per comunicare qualcosa che sia universale , che coinvolga emotivamente anche gli altri. A nessuno importa la storia della tua vita, le tue gioie e le tue paure, a meno che tu non riesca a esprimere valori e dinamiche condivise.

Zerocalcare, il fumettista più celebrato dell’ultimo periodo, ha avuto un successo incredibile con storie basate in gran parte sulla sua vita…
Parlando di sé, Michele è riuscito a raggiungere i cuori di moltissime persone, perché racconta dubbi, esperienze e dinamiche condivise dalla sua generazione; per questo merita il successo che sta avendo.

Sei quel che si dice ‘un artista a tutto tondo': fumettista, designer, illustratore e anche musicista: quando hai iniziato a suonare in una band?
Sempre da ragazzino, più o meno nello stesso periodo in cui ho incominciato a disegnare fumetti. Molti fumettisti hanno delle band, a cominciare da Igort e Davide Toffolo. In quel periodo mettere su una band era un po’ come dar vita a una fanzine. Ti riunivi con qualche amico e cercavi di creare qualcosa di bello, anche per attirare l’attenzione delle ragazze; purtroppo, almeno per quanto riguarda il fumetto, questo è un falso mito.

Agli albori del Web, tra la fine degli anni Novanta e l’inizio del nuovo Millennio, hai progettato la grafica di diversi siti e portali web. A tuo modo, sei stato un pioniere.
Sì, all’epoca Internet era visto come un gioco, un luogo di sperimentazione, e nessuno aveva la minima idea di cosa sarebbe diventato. Pensa che io progettavo la grafica a mano, facevo veri e propri progetti sulla carta, che poi mostravo al tecnico, il quale cercava di riprodurli a computer. Allora si pensava che un creativo non dovesse per forza imparare i programmi e i linguaggi informatici, perché tanto ci sarebbe sempre stato un esperto che avrebbe fatto quello che volevi. Con il tempo ho imparato a lavorare con il pc, strumento ormai essenziale per il nostro lavoro. Ora non progetto più siti internet; allora era diverso, erano capaci di pagarti migliaia di euro. Oggi è tutto molto più economico e veloce.

Il fumetto ha tratto più danni o benefici con l’avvento di Internet?
Si tratta di una questione molto complessa. Certo, con la crisi dell’editoria, in gran parte causata dal diffondersi della rete, molti autori hanno saputo pubblicizzarsi da solo a un bacino potenzialmente infinito di persone; alcuni di questi hanno avuto successo e le loro opere sono state pubblicate dalle case editrici, ma si tratta solo di una piccola parte. Come dice un mio amico, diventare famoso su Internet è come diventare milionario al Monopoli: è molto difficile che ci siano riscontri economici reali. Ultimamente si sta diffondendo il metodo crowd funding: il collega Ratzinger ha avuto fortuna, e ora lo stanno sperimentando molti altri. A lungo andare, però, se tutti utilizzeranno questi sistema, diventerà perfettamente inutile. In generale, penso che oggi il fumetto sia troppo legato al concetto di prodotto. Oggi si cercano di produrre saghe con i loro brand che possano coinvolgere più linguaggi, dalla serie tv, ai giochi, al fumetto, appunto. Trent’anni fa queste logiche non esistevano: eravamo ragazzi squattrinati in giro per i festival per presentare i nostri lavori, che leggevano in pochissime persone. Ma noi eravamo già contenti così, ci bastava esprimere ciò che avevamo da dire.

Due anni fa, alla Triennale di Milano, si è tenuto Pop Will Eat Himself, una mostra contenente alcune tue sculture realizzate in 3D. Come ti sei avvicinato a questa tecnica?
Tutto iniziò per caso: qualche anno fa iniziai a interessarmi alla stampa 3D e a trasformare piccoli disegni di animali in vere e proprie sculture. Un giorno una piccola azienda che produce opere di design in tiratura limitata, la Superego, mi chiese di disegnare alcuni soggetti per trasformarli in sculture in ceramica: io mi cimentai e iniziai una collezione che continua ancora oggi. Con il tempo iniziai a sperimentare e a creare cose nuove, che poi insieme vennero ospitate alla Triennale di Milano per la mia mostra personale, che chiamai Pop Will Eat Himself. Il nome deriva da una band musicale degli anni Novanta, Pop Will Eat Itself: ho sostituito l’ultima parola con “Himself” perchè considero il pop ormai come un’entità vera e propria che fagocita tutto quanto in una mentalità sempre più distorta. Oggi tutto deve essere pop, carino, gradevole alla vista, ma anche superficiale, senza reali valori o contenuti. E alla fine divorerà se stesso. Per questo ho creato pupazzi di animali buffi e colorati, ma decadenti, gravemente malati, vicini alla morte.

Questa degenerazione, naturalmente, coinvolge anche il fumetto..,
Senza dubbio. Oggi una buona parte dei fumetti non ha profondità, spessore. Le storie, o le strisce, vengono utilizzate rapidamente per essere lette all’istante ed essere dimenticate subito dopo. A volte è sconfortante sapere che un fumetto su cui ci hai lavorato per mesi venderà pochissime copie, mentre una strip diffusa su Internet riceverà migliaia di like. Ma, alla fine, è solo un’illusione: il vero artista vuole creare opere che rimangano nel tempo, che abbiano un pur minimo valore, che non sia semplicemente una lettura usa-e-getta. La vera creatività è completamente avulsa dalla bramosia di consenso e di profitto.

Negli ultimi anni hai collaborato con un maestro della narrazione, Tiziano Scarpa. Com’è nato questo sodalizio?
Abbiamo lavorato iniziato insieme in occasione di una mia mostra e in seguito gli ho chiesto di scrivere qualche testo di canzoni per delle performance musicali. Da lì ci siamo sempre tenuti in contatto e abbiamo instaurato un buon rapporto. Nel 2007 è uscita la nostra prima pubblicazione insieme, Amami: era un esperimento un po’ particolare, perché si trattava di un libro illustrato dove lui aveva aggiunto delle frasi a dei disegni che avevo fatto in precedenza, ‘illustrandole’ così con le parole. Da tempo parlavamo spesso di creare una graphic novel. Un bel giorno Tiziano mi inviò per mail un soggetto per una storia, chiedendomi se ero interessato a svilupparla. Io naturalmente gli risposi di sì.

E così, l’anno scorso, uscì Il mondo così com’è, una storia molto originale con un significato molto importante…
Tiziano è sempre molto attento a quello che fa, non lascia mai nulla al caso. Nella sua collaborazione con me, voleva scrivere una storia specifica per il solo mezzo del fumetto, e non qualcosa di prestato alla letteratura, come spesso accade; senza dubbio, ci è riuscito. Il libro parla di un uomo che, ad un tratto, sente parlare gli animali e le cose; non è pazzo, nel fumetto compaiono davvero i baloon sopra a una moltitudine di cose e di oggetti. Quest’uomo, meravigliato da questi esseri dialoganti, a poco a poco si disinteressa della sua vita quotidiana, della sua famiglia e del suo lavoro e inizia a soffermarsi sulle varie cose del mondo. Penso che questa storia insegni a soffermarci e a stupirci del mondo, delle cose reali; un invito a fermarsi un attimo, a smettere di essere produttivi e capire che si è una piccola parte dell’universo. Mai come in questo momento è necessario non tenere troppo al denaro, un’entità praticamente virtuale, che in realtà non esiste, ma che regola moltissimi aspetti della nostra vita.

Qual è la tua giornata tipo mentre lavori? Cerchi di darti un metodo nel tuo lavoro?
Sì, mentre lavoro sono estremamente metodico. Cerco di programmare periodi fissi di tempo in cui mi impongo di dedicarmi a qualcosa in particolare: sapersi organizzare è essenziale per un creativo. Quando sono in ritardo con le consegne, ovviamente, questa regola non vale più e lavoro giorno e notte. Il resto della giornata è puro cazzeggio: guardo film, serie tv, esco a vedere mostre e concerti. Nel nostro lavoro è essenziale lasciarsi ispirare dagli stimoli del mondo esterno per poi esprimerli attraverso quello che facciamo e quindi posso affermare che l’ozio e il cazzeggio sono attività imprescindibili…

Parliamo di serie tv, per molti il nuovo linguaggio del Terzo Millennio, capace di raccontare il presente meglio della letteratura e del cinema; sei d’accordo con questa affermazione? Cosa stai guardando adesso?
Sono un fanatico di serie tv, sin da quando vidi per la prima volta Twin Peaks di David Lynch. Ultimamente ho finito di vedere l’ultima stagione del Trono di Spade e Boardwalk Empire, prodotta da Martin Scorsese e con uno strepitoso Steve Buscemi, che – caso molto raro per le serie – ha un finale bellissimo. Ora sto guardando Orange is the New Black, che mi piace molto. Penso che le serie siano molto efficaci per raccontare il mondo attuale, ma non possono certo sostituire la letteratura, o il fumetto, come alcuni addirittura affermano. Non dobbiamo dimenticarci che le serie, per quanto possano essere belle e curate, sono pensate come prodotte, per essere fruite da un’ampia fascia di pubblico. Sono stati creati diversi capolavori negli ultimi anni, ma per me l’arte è diversa, perché slegata da logiche economiche.