Alberonero, al secolo Luca Boffi, nato a Lodi venticinque anni fa, è uno più promettenti tra i giovani artisti urbani italiani. Precoce e poliedrico, ha già alle spalle dieci anni di esperienza nelle strade, prima con gli amici nella sua città e poi in tutta Italia, tra festival, murales e altri progetti.

Da dove deriva il tuo pseudonimo?
Dagli alberi neri e secchi che vivono sopra i 2mila metri delle nostre montagne. È un nome che mi è sempre piaciuto.

Quando hai scoperto la tua passione per la pittura e, in particolare, per il muralismo?
Molto presto. Mi é sempre piaciuto disegnare e sporcarmi le mani con i colori. All’età di quindici anni pasticciavo già con stencil, realizzavo scritte e poesie per le vie di Lodi, la mia città.

Qual è stato il tuo percorso formativo e chi sono i tuoi principali maestri, se ce ne sono stati?
Il mio maestro è Roberto Alfano detto King. Non ho mai studiato in Accademia, ma ho fatto il liceo e poi il Politecnico di Milano a studiare interni. La mia formazione artistica è vicina a quella di autodidatta, mischiando una lettura architettonica alla sensibilità di strada.

Sei nato a Lodi, ma hai studiato e vivi a Milano. Qual è il tuo rapporto personale con la città? Credi che possa ancora essere considerata il centro artistico e creativo italiano?
Con Milano rapporto di amore-odio, più odio che amore. Ad ogni modo credo che soprattutto in questo momento la città sia viva e piena di energia, data la rilevanza internazionale che ha raggiunto negli ultimi anni e negli ultimi mesi. Mi piace la Milano grigia e calma, di palazzi e giardini nascosti, cerco di stare il più lontano possibile dallo stress e dai ritmi nevrotici e nervosi delle persone.

Il tuo stile è molto particolare, unico nel suo genere nell’ambito del wall-painting, a partire dall’assenza dell’elemento figurativo. Semplici sezioni geometriche, tabelle, quadrati colorati di colori caldi e accesi: la matematica unita alla luce, all’emozione, che suggerisce riferimenti precisi nell’arte contemporanea. Quale è stato il processo con il quale hai individuato il tuo stile e cosa vuoi esprimere, comunicare quando dipingi un muro?
Tutto è nato dalla volontà di non rappresentare nulla o meglio, nulla di veramente riconoscibile. Azzerando la forma ed utilizzando il quadrato come mezzo di espressione pura della singola cromia, il colore si pone come elemento centrale del lavoro. Qui si formano quelle energie che permettono alle superfici di scaturire emozioni a seconda dell’ordine e dei calcoli matematici interni alla composizione. Ogni colore è capace di creare una sensazione nuova e differente rispetto al contesto ed in base alla loro disposizione, geometria e interazione si generano diverse possibilità di trasmissione sensoriale nello spazio urbano e non. Da tre anni non produco forme ma solo colori, li studio in ogni momento.

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Hai realizzato molte opere sulle pareti di edifici popolari, a volte degradati, fabbriche ma anche sul muri di pietre o mattoni usurate di vecchie case di campagna. L’effetto è spesso straniante, tra il grigio e la materia del muro e le tinte fiabesche dei tuoi murales, accentuato dal fatto che tu spesso non dipingi mai tutta la superficie, ma lasci scoperte alcune parti del ‘substrato’ originario. É qualcosa di voluto?
Il substrato originario risulta parte fondamentale del mio lavoro. Le texture delle varie superfici interagiscono in maniera attiva con la creazione delle griglie bidimensionali, il contesto ha la parte del co-protagonista nei miei lavori andando ad affiancare e alcune volte a dirigere la creazione stessa del colore.

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Quanto credi sia importante, specialmente per chi ci vive, l’abbellimento e la riqualificazione delle aree urbane con il colore e i murales?
Facciamo una vera e propria distinzione: meglio parlare di abbellimento, non di riqualificazione. Sono un progettista in primis e negli ultimi anni ho sentito spesso l’abuso della parola riqualificazione, utilizzata in qualsiasi contesto per mirare a scopi ben diversi. Credo che una delle parti più belle del mio lavoro sia proprio andare a scontrarsi in positivo e in negativo con le persone che vivono il posto, il palazzo o il quartiere. Le caselle di colore sono “accessibili” a tutti e proprio per questo molto spesso il dibattito che si crea risulta molto divertente ed acceso. Le persone possono partecipare direttamente alla creazione del lavoro, le coinvolgo per realizzare i loro desideri: “il giallo al centro o il rosso in cima”, “il verde in basso, sotto l’arancione”, eccetera. Queste sono senza dubbio le letture più vere e spontanee che posso ricevere durante la creazione del mio lavoro.

Hai 25 anni, fai parte della nuova generazione di giovani creativi di arte pubblica. Hai avuto modo di confrontarti e mantenerti in contatti con i ‘pionieri’ del gruppo milanese? Quanto pensi sia cambiata la street art, sia come forme, ma anche come valori e significati, ora che il movimento non è più di nicchia ma ha un successo quasi popolare?
Sì, sono molto giovane ma da sempre amico dei più grandi grazie alle varie attività che ho portato avanti negli ultimi dieci anni: per esempio l’organizzazione del Creature Festival, da dove son passati tantissimi writers e muralisti. Non ho mai avuto grandi contatti nell’ambiente milanese, mi ritengo parte del movimento della “bassa”, tra Milano e Piacenza per intenderci. Da noi cascine e fabbriche abbandonate sparse nella pianura in mezzo alla campagna sono i luoghi preferiti, per anni frequentati con gli amici più appassionati, con cui passavo intere giornate a immaginare e a sviluppare una propria sensibilità. Non so ben definire il cambiamento in generale, credo che tutto si sia sviluppato ed espanso grazie alla rete e alla moltitudini di persone che hanno incominciato nuove strade. Il valore credo si stia impoverendo sempre più; e per valore intendo non quello economico ma quello “primo”, quello che ti smuove le cose dentro e ti porta tutta la notte a fare i disegni in giro con gli amici. Il significato non lo trovo spesso nelle cose che vedo in giro. A dire il vero, non saprei neanche dove cercarlo.

In base alla tua esperienza, in Italia quanto pensi che sia riconosciuta oggi la street art e l’arte dei murales? Pensi che la situazione stia migliorando?
In Italia la situazione si sta evolvendo molto, ma non saprei dirti verso che direzione. La gente interessata é aumentata, il network si é espanso e diciamo che attualmente fa tendenza dipingere muri giganti. Con street art poi racchiudiamo in un pentolone bollente tutta una serie di elementi, personaggi e merda, che alla gente comune sfuggono – ma per comodità ogni giorno si continua a ripeterlo e a leggerlo perché va di moda. I murales son sempre esistiti ed esisteranno sempre perché derivano da una necessita umana.

Parlaci della tua produzione in studio e dell’installazione che hai realizzato per la mostra Dicotomia inaugurata pochi giorni fa ad Arzignano, in provincia di Vicenza.
Dicotomia é stata una bellissima esperienza creata con l’amica Martina Merlini presso Atipografia. Abbiamo lavorato interagendo con lo spazio sul concetto di moto, attraverso lo studio del paradosso di Zenone ed applicandolo poi in loco con due linguaggi molto differenti ma per questo quasi complementari. Il mio lavoro riporta la luce nello spazio: i metalli riflettenti e le pitture lucide amplificano il contrasto con gli interni del luogo, mentre una scultura minimale a terra riporta la formazione di un quadrato di luce. L’installazione principale taglia il corridoio centrale accompagnando l’ingresso della luce: si va così a creare una soglia superiore a tre metri e spessa due millimetri, totalmente bidimensionale. La mia produzione vive tra la pittura ed il costruito e legare il disegno bidimensionale ad una futura tridimensionalità é una cosa che faccio spesso. Ultimamente mi soffermo molto sullo studio di paesaggi e dei colori nel paesaggio sviluppando elementi che possano offrire una differente percezione di essi, sculture, installazioni.

Puoi raccontarci un’opera recente che hai realizzato e che hai particolarmente a cuore?
Caseddu Vacante, uno studio sul paesaggio abbandonato salentino. Un’opera fatta per il Viavai Project di quest’anno. Vuota superficie nuova-vecchia architettura piena; ventuno riflessioni diventano immagine attraverso l’annullamento dell’edificio. Dal processo di intersezione nasce il vuoto e la mimesi con il territorio e lo scomparire del costruito è accompagnato dall’apparizione del contesto e dalla sensazione di vuoto. Quel che rimane dell’edificio si trasforma di continuo, diretto dal mutare del paesaggio circostante.

A cosa stai lavorando attualmente e quali sono i tuoi progetti futuri?
Ho diversi progetti che mi girano per la testa. La prossima settimana partirò per le montagne del Trentino a girare un documentario con altri due artisti amici.

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Qual è stato l’ultimo libro che hai letto, l’ultimo film visto, l’ultima canzone che hai ascoltato?
L’ultimo libro che sto leggendo é Super Superstudio, pieno di riferimenti e stimoli architettonici. Film: Grizzly Man. Canzone a caso: See birds di Balam Acab.

Di Michele Alinovi