Mario Botta, classe 1943, architetto di fama mondiale, ha dato il suo contributo in più occasioni alla città di Milano, dando anche un nuovo volto alla Scala. È un professionista infaticabile che alterna rigore svizzero e passione mediterranea, doti che si riflettono nel suo stile, che trae ispirazione da Le Corbusier, Carlo Scarpa e Louis Kahn.
Ideatore e fondatore della nuova Accademia di Architettura di Mendrisio, dove attualmente è professore ordinario, ci ha dato la sua opinione sull’evoluzione della città europea.
Milano, nel corso della sua Storia, ha conosciuto varie stagioni: salotto illuminista, avamposto asburgico verso Sud, uno dei centri nodali dell’Italia unita, culla del Fascismo della prima ora, motore della ricostruzione del dopoguerra e via via sino alla Milano da bere e al quadrilatero della moda. Qual è stata, secondo Lei, la fase più felice?
Non c’è né fase peggiore né fase migliore delle altre. La città di Milano, come tutte le città, parla attraverso il tempo della Storia, della collettività, delle speranze, delle delusioni, della guerra, della pace. La forza della città è la capacità di esprimere sempre la condizione del proprio tempo.
Va quindi letta come un tessuto che descrive la collettività.
Da questo punto di vista Milano è un esempio significativo perché ha vissuto molto trasformazioni; la città dispersa nella campagna americana, al contrario, non avrebbe nulla da dire.
Andiamo in periferia. Le diseguaglianze a Milano colpiscono particolarmente. Negli anni ‘50 i piani regolatori hanno permesso di creare quartieri popolari a misura d’uomo, come QT8 e Gallaratese. Crede che il piano regolatore attuale, attivo dall’inizio degli anni Ottanta, permetta ancora soluzioni come quelle?
I piani regolatori sono tutti vecchi, perché nascono su modelli di insediamento che appartengono al passato. Quindi sono destinati, quando entrano in funzione, a essere già superati dalla realtà del momento. I piani regolatori sono tutti vecchi, perché nascono su modelli di insediamento che appartengono al passato Le faccio un esempio: nessun piano regolatore prevedeva l’insediamento di un centro commerciale; quando negli anni Settanta sono arrivati i primi centri commerciali hanno modificato non solo l’aspetto di un’area, ma anche il traffico, i rapporti tra la residenza e i servizi.
La vita è più forte dei piani e delle idee degli architetti.
Un aspetto preponderante dell’urbanistica cittadina degli ultimi tempi è il recupero di spazi industriali dismessi allo scopo di fornire loro una seconda vita, in altra forma. Nascono così progetti culturali e siti di aggregazione, come nel caso della nuova Darsena. Qual è la sua opinione in merito?
Questo è l’avvenire della città europea. Il suo cambiamento non può arrestarsi se una fabbrica non funziona più, se un fascio ferroviario diventa obsoleto, se le grandi produzioni richiedono, complice l’evoluzione della tecnologia, altri spazi.
È una grande e avvincente scommessa per l’architetto e le amministrazioni cittadine, dal mio punto di vista, ridare vita e nuovi significati ai tessuti urbani.
In questi mesi sto lavorando a Verona sul progetto di riqualificazione della ex “Fabbrica del Ghiaccio” del 1930, che ospiterà Eataly, dal 2017. In questi magazzini generali entrava un treno che trasportava i lingotti di ghiaccio fino a Vienna. Evidentemente oggi non è possibile pensare di continuare questa produzione. Secondo il progetto l’area sarà destinata alla ristorazione e alla vendita al dettaglio: ogni settore triangolare adibito un tempo a cella frigorifera si trasformerà in un ristorante con cucina propria, mentre i settori rettangolari ospiteranno uno spazio informativo-didattico.
È la ricchezza della città europea: non va vista come un museo fossilizzato, mummificato. La città è un organismo vivo che si trasforma in base alla richiesta della collettività.
Expo 2015. A suo avviso qual è la prospettiva migliore per il domani del sito?
Su Expo preferisco non parlare. L’unico vero grande miracolo di Expo, a mio parere, è che un milione di metri quadrati che una volta erano agricoli si sono trasformati sei mesi dopo in un’area edificabile. Questo è l’unico risultato di Expo che mi sento di commentare. Per il resto “ha nutrito” qualcuno, ma non di certo il pianeta.
Nei primi anni del Duemila si è occupato dell’ampliamento della Scala. Non sono mancate le critiche. Che difficoltà ha incontrato nel lavorare su un progetto ristrutturativo così caro ai milanesi?
Mi ricordo che nei giorni del restauro venivo fermato per strada da pensionati milanesi che mi chiedevano come procedevano i lavori, anche se non erano mai entrati all’interno del teatro. Il fatto che ci siano degli affetti su un edificio è un fatto positivo, poi che la gente interpreti questo amore come un ricordo nostalgico per l’architetto non va bene perché è chiamato a trasformare una condizione esistente. Non c’è restauro possibile che conservi; esso prevede sempre una trasformazione. Si immagini quando si tratta di una ristrutturazione.Non c’è restauro possibile che conservi; esso prevede sempre una trasformazione.
Nel caso della Scala di Milano si trattava di fare una torre scenica, che prima non c’era (o meglio non c’era in quelle dimensioni). Fa parte del mestiere dell’architetto aggiornare, rispetto alle nuove sensibilità e alle nuove tecnologie, i siti esistenti.
Esistono oggi gli architetti “mediatici” che si spartiscono la parte più interessante del mercato. Secondo Lei qual è il confine tra un’opera per l’artista e un’opera per i cittadini?
“Archistar” è un nome giornalistico dato per comodità ma si tratta di una definizione infelice.
L’architettura è sempre una finalità collettiva, che sia per l’edificazione di una casetta privata o di un grande struttura cittadina. L’architettura è, per antonomasia, sociale. Quindi l’architetto lavora sempre per il collettivo.
Ha carta bianca per tre progetti all’interno del Comune di Milano. Cosa farebbe?
Una prerogativa secondo me eccezionale dell’architetto è quella di non decidere lui cosa fare ma di fare una casa, una scuola, un ospedale, una chiesa in funzione di quello che gli viene domandato.
Se l’architetto si inventasse progetti da solo sarebbero guai grossissimi.
Detto questo, se potessi scegliere farei solo chiese perchè nello spazio del sacro ho trovato le ragioni più importanti del fare architettonico: l’idea della luce come generatrice dello spazio, l’idea della soglia, l’idea del muro come elemento solo apparentemente finito.