Classe 1988, Marco Colombo ha iniziato a fotografare a 11 anni e la natura è stata sempre il suo soggetto preferito. Divulgatore scientifico, guida ambientale AIGAE, laureato in Scienze Naturali all’Università degli Studi di Milano, Colombo sa congelare in uno scatto la magia del mondo che ci circonda. Una selezione di lavori può essere visionata sul sito www.calosoma.it
Ricorda ancora la prima foto che ha scattato?
Nel 1999, con una fotocamera a pellicola. Mio padre mi ha insegnato le basi (tempo, diaframma, sensibilità e messa a fuoco) e io mi sono subito dedicato a ciò che già amavo da sempre, la natura. Non ricordo esattamente la primissima foto scattata ma ricordo bene la prima foto tecnicamente corretta, ovvero una vespa sul suo nido, attaccato ad un muretto. Niente di che, ma dopo qualche rullino di foto nere, mosse e sfuocate, era già qualcosa.
La natura non finisce mai di stupirla?
La natura è una fonte inenarrabile di bellezza e ispirazione. Per questo motivo non sono strettamente vincolato al mezzo fotografico e capita io mi rechi a fare osservazione senza portare la fotocamera: è in queste occasioni che spesso vedo scene o soggetti ricercati da tempo, e nonostante il primo pensiero sia “Ah, se avessi avuto con me la reflex”, poi penso subito che l’importante è essere stati lì e aver vissuto certe esperienze.“La natura è una fonte inenarrabile di bellezza e ispirazione”
Reportage come i suoi richiedono molta preparazione. Può raccontarci i giorni che precedono la realizzazione di un lavoro?
La preparazione di un lavoro prevede parecchio tempo, in particolare bisogna conoscere bene cosa si sta facendo, per due motivi fondamentali: il primo è ottimizzare al massimo le uscite, per non perdere troppo tempo in ricerche nei posti/tempi/modi sbagliati; il secondo è ridurre al minimo il disturbo ai soggetti che sono pur sempre esseri viventi e per questo soggetti a stress, in particolare certi gruppi animali (mammiferi e uccelli) o animali ripresi in certe fasi vitali, nelle quali è addirittura meglio evitare di intraprendere lavori fotografici (penso alla nidificazione, ad esempio). Poi è ovvio che si pianifica ma a volte non si trova nulla, o non tutto va come vorremmo, o viceversa si fanno incontri inaspettati. Importante è anche studiare il percorso della luce o le abitudini di certi animali per poterli ritrarre in contesti accattivanti.
I suoi scatti costituiscono anche un grido di allarme per l’ecosistema che rischiamo costantemente di compromettere?
Credo che la fotografia naturalistica non debba solo mostrare la bellezza, ma anche la fragilità del mondo naturale, e come lo stiamo perdendo di giorno in giorno. Il mio ultimo libro, I tesori del fiume(http://marcocolombolibri.wixsite.com/itesoridelfiume), tratta la biodiversità incredibile che i fiumi e laghi ancora ospitano in Italia: dai tritoni con il loro ventre fiammeggiante, alle anguille, che migrano dall’Atlantico fino al nostro Paese per oltre 7mila km; dai cinghiali che attraversano guadando i corsi d’acqua, ai granchi di fiume, grossi e colorati crostacei predatori di piccoli animali. Oltre a mostrare queste perle, però, ho voluto fortemente inserire due capitoli di conservazione, uno relativo alle specie alloctone (introdotte) e l’altro relativo a bracconaggio, inquinamento, cementificazione ed altre problematiche di erosione degli ambienti naturali.
Quanto conta per un fotografo sapere aspettare?
Dipende sempre da quel che si cerca: anche per un’orchidea bisogna, banalmente, saper aspettare mesi prima della stagione della fioritura. Ma, per rimanere nel significato più immediato del termine, l’attesa per fotografare un animale è decisamente più importante per gli uccelli e i mammiferi, che sono di solito più difficilmente rintracciabili e più sensibili alla presenza umana. Alcune specie richiedono semplicemente tempo durante gli appostamenti, cioè attese in orari particolari, possibilmente mimetizzati, nella speranza passino nei pressi (è il caso, ad esempio, del cervo, o del capriolo); altre richiedono invece un grande sforzo di ricerca sul campo, per poter individuare le zone frequentate e quindi le aree a maggior probabilità di incontro (è questo il caso dell’ orso marsicano e del lupo appenninico). Se poi si vogliono fare foto in contesti particolarmente belli o con luci particolari, piuttosto che il semplice “ritratto” di un animale, tutto si complica all’ennesima potenza.
C’è uno scatto al quale è particolarmente legato e uno che insegue da anni?
Sono molto severo con le mie foto e autocritico, per cui in realtà difficilmente sono molto contento di un’immagine. Sono però particolarmente legato ad alcune immagini subacquee, tra le poche in circolazione, scattate in natura al Proteo: si tratta di una salamandra cieca, dal corpo allungato e bianco, che può vivere fino a cento anni e digiunare sette-otto anni. Vive nei fiumi e laghi sotterranei dell’Italia nord-orientale, e per fotografare un esemplare ho dovuto calarmi in una voragine verticale fonda quaranta metri con l’aiuto di una squadra di speleologi, trasportare tutta l’attrezzatura in un cunicolo e immergermi quindi in un lago nella grotta: è stato faticoso ma ne è valsa la pena. Tra le specie che più mi piacerebbe fotografare in Italia ci sono alcuni squali, ma hanno subìto un tale tracollo a causa di pesca e persecuzione, da risultare pressoché introvabili.

© Marco Colombo “Un proteo (Proteus anguinus), anfibio mitologico che vive nei fiumi e laghi sotterranei”
Quanto è importante stabilire empatia con il soggetto ritratto e il suo habitat?
L’empatia serve per comprendere quale sia il limite oltre il quale non spingersi nell’interazione col soggetto, mentre ritengo sia utile “pensare come penserebbe l’animale” per poterlo trovare più facilmente o prevederne i comportamenti.
Le immagini sottomarine sono particolarmente spettacolari. Cosa cambia lavorando in quel mondo ovattato?
Sono istruttore di immersione subacquea ma scatto fotografie in mare anche da quando facevo semplicemente snorkeling e apnea, nonostante in questi ultimi casi sia a volte più complicato. È necessario prendere confidenza con l’attrezzatura da immersione ben prima di iniziare a scattare foto, perché ormai si tratta di uno sport sicuro e alla portata di tutti, ma non bisogna dimenticarsi alcune procedure fondamentali, magari distratti da questo o quell’animaletto sul fondo. Io spesso faccio immersioni nelle grotte sommerse del mare di Alghero, tra le più belle e grandi del Mediterraneo, ognuna con una fauna particolare e scenari di luce incredibili.
Il mondo della fotografia è sempre più competitivo. Lei si è aggiudicato, tra l’altro, per ben due volte il prestigiosissimo riconoscimento di Wildlife Photographer of the year. Nel 2016 nella categoria Rettili e anfibi. Potrebbe raccontarci la storia della foto che le ha conquistato di nuovo questo ambito premio?
Il mondo della fotografia è sempre più competitivo, vero, ma io no. Non sono competitivo e non mi piace molto chi lo è, non scatto nell’ottica di vincere questo o quel concorso, semplicemente si tratta di “vetrine” importanti per mostrare il proprio lavoro e i propri soggetti, e quindi quando arriva il periodo prendo l’archivio, lo sfoglio e seleziono gli scatti secondo me più adatti da inviare. Se vinco, bene, altrimenti sopravvivo comunque. “Il piccolo tesoro”, la foto vincitrice al WPY 2016, ritrae una testuggine palustre europea, specie localmente minacciata dalla perdita di habitat e dall’introduzione di testuggini americane. Ero in Sardegna al lavoro per il libro e una volta sulla riva del fiume, mi sono accorto che uno dei miei due flash non funzionava per cui ho deciso di concentrarmi sulla luce ambientale. E sono stato fortunato, perché il posto era bellissimo, con raggi di sole che filtravano dalla vegetazione della riva, lanciandosi nell’acqua intorbidita dal passaggio delle testuggini sul fondo. Una sorta di “covo” dorato, fatto di carapaci lucenti, artigli appuntiti, pulviscolo natante e ramaglie abbandonate.

© Marco Colombo “Il piccolo tesoro: una testuggine palustre (Emys orbicularis) si muove nel torbido tra i raggi di sole”
Lei è impegnato anche nella divulgazione della fotografia naturalistica, è così?
Tengo corsi di fotografia, workshop e seminari di approfondimento naturalistico in varie sedi e Parchi Nazionali, per far vedere e fotografare gli animali; conferenze e proiezioni per far conoscere il mio lavoro; mostre fotografiche. Fino a dicembre terrò le visite guidate presso la mostra Wildlife Photographer of the Year di Milano (http://www.radicediunopercento.it/).