Un soldato israeliano spara a freddo e colpisce alla testa un palestinese di 21 anni già ferito e reso inerme. Il ragazzo muore sul colpo. L’uccisione è stata documentata da B’Tselem, gruppo israeliano impegnato nella difesa dei diritti umani che ha fornito ai palestinesi le telecamere per filmare gli abusi in Cisgiordania. Nei tre minuti di video si vede chiaramente il giovane disteso a terra, intorno a lui ci sono medici e soldati giunti sul posto dopo che un soldato israeliano era stato ferito a colpi di coltello a un checkpoint nell’area di Tel Rumeida, nella Città Vecchia di Hebron. Nessuno dei presenti presta soccorso al giovane, identificato come Abed al-Fattah Yusri al-Sharif. Nei primi secondi di filmato, si vede al-Sharif muovere la testa, mentre sullo sfondo i medici prestano soccorso agli altri feriti, alcuni fotogrammi dopo un soldato israeliano impugna il fucile e fa fuoco. Pochi istanti e il ragazzo non si muove più e un’abbondante scia di sangue scende dalla sua testa. Grazie al video diffuso da B’Tselem, il soldato è stato identificato e arrestato, durante gli interrogatori ha ammesso di aver ucciso al-Sharif, spiegando di averlo fatto per timore che potesse far esplodere una bomba.
Sui media israeliani non è stato citato il nome del soldato, ma i numerosi post e le fotografie che i suoi sostenitori hanno condiviso sui social networks hanno condotto a quello che con ogni probabilità dovrebbe essere il suo account Facebook. Sul profilo, appartenente al caporale Elor Azaria, sono state notate alcune fotografie che ritraggono un uomo molto somigliante al soldato del video e una recente onorificenza conferitagli dall’esercito per il suo lavoro. La vicenda ha suscitato un ampio clamore in Israele, ma non per i motivi che ci si potrebbe aspettare: a provocare sdegno non è stata tanto l’uccisione di un giovane palestinese già ferito, ma il fatto che l’uccisore, un soldato dell’esercito israeliano, sia stato arrestato e indagato. Secondo un sondaggio del canale televisivo israeliano Channel 2 News «più del 57% del pubblico riteneva che non c’era necessità di indagare il militare, mentre solo il 5% lo ha definito un assassino». In un recente articolo pubblicato sul New York Times Isabel Kershner, corrispondente da Israele, ha riportato la controversia, ma, come denunciato da The Intercept, ha omesso il nome del soldato. Il quotidiano ha motivato la scelta spiegando che il tribunale militare israeliano ha vietato a tutti gli organi di stampa, inclusi quelli stranieri, di rendere nota l’identità del militare. L’obbedienza del New York Times agli ordini censori di Israele aveva già suscitato polemiche. Nel 2014 il quotidiano si era dovuto giustificare per aver taciuto il nome di un soldato israeliano tenuto in ostaggio. In quel caso, però, la censura aveva una valida giustificazione: l’anonimato era finalizzato a tutelare l’ostaggio. Questa volta, chiarisce The Intercept, non c’erano ragioni per nascondere l’identità del soldato: il suo volto si distingueva chiaramente in video e il suo nome circolava già da tempo sui social networks e su alcuni organi di stampa, come spiega lo stesso Glenn Greenwald su The Intercept. «C’è un grande pericolo nella scelta di permettere a un governo o un tribunale di censurare informazioni vitali e necessarie per la piena comprensione di una storia […]Il fatto che i tribunali israeliani stiano proteggendo un soldato accusato di omicidio e immortalato in video, censurando gli organi di stampa e impedendo loro di riportare il suo nome è disturbante, per ogni sorta di ragione». Il vice editore internazionale del New York Times Jodi Rudoren ha così risposto: «Seguire o sfidare una disposizione di una giurisdizione straniera è sempre una decisione che prendiamo basandoci su particolari fatti che vengono prima di noi. In questo caso, abbiamo capito che potevamo raccontare la storia di come questo caso stia intorbidendo la società israeliana senza citare il nome del soldato».

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