Indagini, impeachment e arresti
È ormai più di una settimana che il parlamento e il governo della Corea del Sud sono in subbuglio. Il 10 dicembre, la polizia ha perquisito l’ufficio del presidente Yoon Suk-yeol, sotto indagine per il suo tentativo di imporre la legge marziale nel Paese. L’obbiettivo delle forze dell’ordine è di stabilire se Yoon possa essere ritenuto colpevole di insurrezione, un crimine per cui non vale l’immunità presidenziale e che può comportare la pena di morte in caso di condanna. Il voto per l’impeachment dello scorso fine settimana richiesto a gran voce dai partiti di opposizione si è risolto con un nulla di fatto: dei duecento voti necessari per sfiduciare il capo del governo – due terzi dei deputati – solo 198 hanno votato a favore. Tutti i parlamentari del Partito del potere popolare di Yoon, tranne tre, hanno infatti deciso di boicottare il voto e lasciare l’aula, rendendo matematicamente impossibile applicare l’accusa. Ad assumersi pubblicamente parte della responsabilità degli eventi è stato anche l’ex ministro della Difesa Kim Yong-hyun, che di conseguenza è stato arrestato con l’accusa di aver avuto un ruolo centrale nell’imposizione della legge marziale.
La reazione dei sudcoreani
Intanto il tentativo di sospendere le regole democratiche ha scatenato la reazione sconcertata dell’opinione pubblica. Fin da subito nei giorni scorsi si sono svolte diverse manifestazioni a favore della democrazia e contro il presidente e il suo partito. Ci sono stati presidi e proteste principalmente a Seoul, ma anche in altre città. In particolare, sabato 7 dicembre, dopo la vittoria del no al voto per l’impeachment, la partecipazione in piazza è ulteriormente aumentata, a tal punto che nella capitale le forze dell’ordine hanno deciso chiudere tre stazioni della metropolitana vicino al parlamento. Come emerge dai video pubblicati sui social network, ai bastoni luminosi, coreografie, musiche – alcune intonate dai Bts e da altre celebrità k-pop – e un clima generalmente festoso, si affiancano anche duri cori contro il governo e dichiarazioni di preoccupazione per la democrazia nel Paese. Contemporaneamente si sono svolte anche manifestazioni molto meno partecipate in sostegno di Yoon e del Partito del potere popolare.
Cosa è successo
Il tentativo di svolta autoritaria tramite legge marziale – il primo in più di quarant’anni – è accaduto martedì 3 dicembre alle 23 circa (ora locale). Subito dopo l’annuncio, un gruppo di poliziotti ha chiuso l’accesso al parlamento, impedendo ad alcune persone di entrare. Allo stesso tempo, il leader dell’opposizione Lee Jae-myung (Partito democratico) ha rivolto un appello, a cui si è poi accodato anche l’ex presidente Moon Jae-in, a tutti i sudcoreani di protestare davanti al parlamento. Le seguenti ore sono state di grande tensione, tra un numero sempre crescente di manifestanti che cercavano di entrare nella sede del parlamento forzando il blocco delle forze dell’ordine e tra mezzi blindati dell’esercito che hanno iniziato a circolare per le strade di Seoul. Nell’arco di poco più di due ore, l’Assemblea nazionale ha votato l’approvazione della legge marziale, come previsto dall’ordinamento giuridico sudcoreano: pare che in aula fossero presenti circa 190 deputati dei 300 totali, principalmente facenti parte dell’opposizione. Non è ancora chiaro come 190 parlamentari siano riusciti a entrare in aula nonostante il blocco della polizia. Dopo il voto, decine di membri delle forze dell’ordine hanno cominciato a lasciare l’edificio. Nelle ore successive la situazione si è progressivamente disinnescata: dopo il voto dell’Assemblea nazionale, anche il presidente ha annunciato la revoca della legge marziale. La revoca effettiva è avvenuta dopo il voto favorevole del gabinetto alle 4:30 circa ora locale, quindi meno di sei ore dopo la dichiarazione di Yoon.
Quali erano le vere intenzioni di Yoon?
La motivazione di Yoon dietro la legge marziale era, a detta sua, la necessità di proteggere il Paese dalle “forze comuniste della Corea del Nord” e di “eliminare gli elementi antistatali”. Molti però sostengono che il vero motivo fosse quello risolvere i problemi di instabilità politica della Corea del Sud sospendendo le leggi democratiche e accentrando il potere. Yoon Suk-yeol è stato eletto presidente nel 2022 con il margine più ristretto della storia della democrazia sudcoreana, con appena lo 0,8% dei voti in più rispetto al candidato del Partito democratico, di sinistra e progressista. Molti attribuirono la sua vittoria più alla debolezza del suo predecessore di centrosinistra che ai suoi meriti. Yoon si presentò quindi in completa discontinuità con il suo predecessore, il progressista Moon Jae-in, che aveva introdotto politiche sociali importanti in tema di diritti e integrazione e soprattutto aveva adottato una politica di avvicinamento alla Corea del Nord, arrivando persino a uno storico incontro con Kim Jong Un. Fin dall’inizio del suo mandato il parlamento è stato controllato dall’opposizione del Partito democratico. A confermare questa tendenza sono state le elezioni legislative di quest’anno, quando il Partito democratico ha ottenuto in parlamento la più ampia maggioranza dall’inizio della democrazia. Allo stesso tempo il governo di Yoon, ex procuratore con poca esperienza politica, ha attraversato diversi momenti di difficoltà che gli hanno fatto perdere popolarità nel corso del tempo. L’evento più recente è stato un grande sciopero nazionale dei medici, che in tutto il Paese hanno protestato contro stipendi e condizioni di lavoro insufficienti, concentrando il dibattito sulla crisi abitativa e sui prezzi delle case che hanno raggiunto livelli insostenibili.