“Dalla Russia con amore”, si chiama così la campagna di propaganda russa condotta in Italia, celata sotto le sembianze di aiuti umanitari apparentemente disinteressati. Il titolo, perfetto per sponsorizzare un marchio di vodka, è lo stesso del secondo film della serie spionistica di James Bond, anche se nel 1963, anno in cui venne prodotta la pellicola, a persuadere le menti degli europei erano gli americani.

I giornalisti Tom Secker e Matthew Alford di Insurge Intelligence, un progetto di giornalismo investigativo, hanno scovato dei documenti dei servizi di intelligence americani – ottenuti nell’ambito del Freedom of Information Act – che riportano le prove di una storia molto pericolosa: quella tra Hollywood e il Pentagono.A partire dal secondo dopo guerra, sembrerebbe infatti che la Cia e Washington siano più volte intervenuti direttamente per finanziare i film e orientare le scelte delle major di Hollywood, al fine di fare propaganda anti-comunista in Europa e promuovere lo stile di vita americano.

Ebbene, questo tipo di metodologie, alla stessa stregua delle strategie di propaganda applicata oggi dai russi in Occidente, rientrano in quelle che chiamiamo Psycological Warfare (psyops), ovvero: operazioni psicologiche sui singoli o sulla massa.Queste discipline si collocano insieme a terra, mare, aria e spazio, nella dottrina militare dello spazio di battaglia a cinque dimensioni e appartengono alla categoria dell’information warfare, vale a dire guerra dell’informazione – che consiste nell’uso dell’informazione in ogni forma e a qualunque livello, con lo scopo di assicurarsi il vantaggio militare.

La guerra dell’informazione è sia difensiva che offensiva e viene attuata per impedire all’avversario di acquisire o sfruttare informazioni, ma anche per garantire l’integrità e l’interoperabilità del proprio assetto informativo. L’obiettivo di questa metodologia non è quello di cambiare le opinioni delle persone tramite la persuasione, ma di dominare l’informazione stessa.

Tuttavia,il nodo cruciale è che questi metodi non vengono adottati unicamente per conto dell’intelligence e dei dipartimenti della difesa internazionali in situazioni di conflitto, ma sono usati costantemente per manipolare l’opinione pubblica ed il consenso dei civili in condizioni di pace.

E oggi, a questo quadro di visione, si aggiungono degli elementi molto potenti: i social network e i big data, che assumono un ruolo preponderante sulla costruzione dell’influenza. Il loro utilizzo è poco trasparente in termini di modalità, fini e artefici, senza alcuna garanzia di controlli istituzionali ed una forte scarsità di normative. E noi ci siamo trovati in mezzo ad una guerra senza regole e con delle potenzialità immense, tutte da scoprire.

Marco Lombardi, sociologo: “Negli ultimi vent’anni la guerra dell’informazione ha avuto un’accelerazione, poiché è cambiata l’infrastruttura della comunicazione. La nostra quotidianità rispetto all’interfaccia tra i siti di information communication technology è completamente mutata, ed è cambiato anche il modo in cui si fa la guerra. Oggi parliamo di hybride warfare, ovvero guerra ibrida”.

Secondo Marco Lombardi, direttore del centro di ricerca ITS TIME “negli ultimi vent’anni la guerra dell’informazione ha avuto un’accelerazione, poiché è cambiata l’infrastruttura della comunicazione. La nostra quotidianità rispetto all’interfaccia tra i siti di information communication technology è completamente mutata, ed è cambiato anche il modo in cui si fa la guerra. Oggi parliamo di hybride warfare, ovvero guerra ibrida”. Si tratta di una strategia militare impiegata da una guerra politica che mescola la guerra cibernetica e la guerra irregolare con altri metodi di influenza come fake news, diplomazia e interventi elettorali in paesi stranieri.

Ora,i nuovi mezzi di comunicazione si sposano perfettamente con l’hybride warfare, perché questa guerra ha come caratteristica principale la presenza di un’area grigia in cui operazioni cibernetiche tipicamente di combattimento e operazioni di pace si sovrappongono, nella totale assenza di norme legislative. Per cui ci ritroviamo di fronte al trionfo dell’information warfare che ha trovato evidentemente il campo su cui liberarsi, ancora di più in un contesto come quello dell’emergenza Coronavirus, già di per sé estremamente confuso e grigio.

Oramai nel mondo attuale, in cui l’informazione è digitalizzata e veloce, c’è una forte intermediazione attuata dai social media, tutti i Paesi si sono attrezzati con la guerra dell’informazione, che adesso ha fatto un salto qualitativo rispetto al passato. Alcuni Paesi meglio di altri. Quali sono? Quelli che possono permettersi di coordinare il tipo di informazione che viene erogato dall’interno all’esterno in modo centralizzato: i Paesi non democratici. Secondo un rapporto interno dell’Unione Europea pubblicato dal Financial Times, la Russia sta attuando un’importante campagna di disinformazione per diffondere confusione e paura. Lo scopo sarebbe quello di destabilizzare i paesi europei in questo momento di forte crisi. A questa produzione di fake news starebbero partecipando sia i media statali russi che i media indipendenti ma molto vicini al Cremlino.

Riccardo Alcaro, Istituto Affari Internazionali (IAI): “La Russia sta cercando di dividere il fronte internazionale e adotta anche strumenti come  legittimi, come l’information warfare. Il tentativo di Putin è quello di creare uno scollamento sociale ed una divisione tra società ed istituzioni liberal-democratiche tramite l’uso di social media, bot, troll e diffusione di fake news, mirato alla costruzione di una polarizzazione delle società occidentali”.

Riccardo Alcaro, coordinatore della ricerca dell’Istituto Affari Internazionali (IAI), sostiene che “la Russia sta cercando di dividere il fronte internazionale e se da una parte usa metodi legittimi come l’approccio bilaterale, dall’altro adotta strumenti tutt’altro che legittimi, come l’information warfare.Il tentativo di Putin è quello di creare uno scollamento sociale ed una divisione tra società ed istituzioni liberal-democratiche tramite l’uso di social media, bot, troll e diffusione di fake news, mirato alla costruzione di una polarizzazione delle società occidentali”.

L’information warfare ha oggi un ambiente molto più convulsive, cioè un mezzo conduttore molto più efficace, perché con pochissimi soldi si può creare un impatto che è impossibile da quantificare ma è anche difficile da negare. Inoltre,la Russia è molto più aggressiva nell’esercizio dell’information warfare, soprattutto quando interferisce nei processi elettorali dei Paesi liberal-democratici. Usa contenuti a volte falsi, a volte veri, ma a prescindere fortemente ideologizzati, che vengono postati su Twitter e soprattutto su Facebook. “La gente tende a fare una semplificazione, cioè tende a pensare che la Russia crei consenso, ma non è così. La Russia non crea consenso o dissenso. I russi sono bravissimi ad individuare le falle di divisione sociali e politiche e ad esacerbarle, quindi a lavorare e stimolare materiali pre-esistenti, alimentando un clima di costante polarizzazione e scontro.

Abbiamo avuto l’errata percezione che l’era del Grande Fratello di George Orwell e di Gerd Wiesler del film Le Vite degli Altri fosse finita, ma la verità è che non si è mai interrotta.