Barili di petrolio, tangenti, corruzione. Fairfax Media e Huffington Post Investigation hanno scoperchiato il vaso dentro al quale potrebbe nascondersi un grande scandalo che vedrebbe coinvolte le più importanti multinazionali del settore petrolifero. Al centro dell’inchiesta c’è Unaoil, la compagnia con sede a Montecarlo che fornisce consulenza e servizi industriali nel campo dell’energia in Medio Oriente e in Africa. In sostanza, i manager della compagnia coinvolti nell’inchiesta facevano pressione sui funzionari dell’amministrazione irachena per favorire le multinazionali a loro affiliate: tra le società coinvolte ci sarebbero la statunitense Weatherfort, la britannica Rolls Royce e le italiane Saipem ed Eni. I soggetti coinvolti erano soliti utilizzare nomi in codice nelle loro conversazioni, la messaggistica di Skype e le e-mail per gestire i loro traffici. Partendo proprio da questo flusso di dati, il team investigativo guidato da Nick McKenzie ha ricostruito la rete di uno scandalo partito dall’Iraq e che si è esteso poi in Yemen, Emirati Arabi Uniti, Iran, Siria e Libia. «Per comprendere la portata dello scandalo – spiega McKenzie – qualcuno avrebbe dovuto decifrare i codici».

Nick McKenzie, com’è nata l’inchiesta? Da quale indizio siete partiti?

«Abbiamo iniziato a lavorare sulle fonti nel luglio dello scorso anno. Attraverso questa operazione di incrocio dei dati siamo riusciti ad entrare in contatto con una fonte anonima di un giornale francese. Così abbiamo deciso di inviare un nostro corrispondente in Francia. Era importante conquistare la fiducia di questa fonte, con la quale comunicavamo utilizzando una parola in codice. Il nostro informatore ci ha consentito così di accedere a migliaia di dati provenienti dagli indirizzi e-mail del Ceo di Unaoil, Cyrus Ahsani, e di molti dirigenti della compagnia. Siamo entrati in possesso di documenti che ci hanno aiutato a comprendere la portata dello scandalo».

Per lo sviluppo dell’inchiesta hai lavorato con altri reporter. Come avete organizzato il lavoro?

«Il team di Fairfax Media è composto da quattro giornalisti a cui si sono aggiunti altri reporter dell’Huffington Post di Washington e di New York. Durante la prima fase dell’inchiesta passavamo molto tempo ad analizzare i dati provenienti dalle e-mail e a decifrare le parole chiave attraverso strumenti informatici come Kenzo, un programma per decriptare nomi in codice e password. Non abbiamo fatto solo ricerca nel web: grazie a rivelazioni di persone occupate nelle grandi industrie petrolifere del mondo abbiamo ottenuto ulteriori informazioni».

Come avete ottenuto le e-mail dei quadri di Unaoil?

«Le fonti avevano accesso alle informazioni finanziarie di Unaoil e le hanno condivise con noi. «Per mesi abbiamo analizzato più di 10mila e-mail. La chiave dello scandalo erano quei codici»Abbiamo impiegato mesi per ottenere e analizzare più di diecimila e-mail. Così siamo risaliti ai protagonisti principali di questo grande giro di tangenti: su tutti Basil Al Jarah, manager di Unaoil in Iraq e fulcro dell’organizzazione, che corrompeva i funzionari governativi per affidare concessioni milionarie alle multinazionali clienti di Unaoil. Tra le altre Rolls Royce, Saipem e Petrofac. In una e-mail al CEO di Unaoil, Cyrus Ahsani, ad esempio, Al Jarah scrive di aver promesso decine di migliaia di dollari in tangenti per “i nostri nuovi amici al ministero del petrolio”».

Citate spesso conversazioni avvenute su Skype. Come avete fatto ad intercettarle se neanche gli apparati di sicurezza possono accedervi?

«Skype non è soltanto chiamate, ma anche messaggi di testo. I soggetti coinvolti nello scandalo, che lavoravano con o per Unaoil, hanno commesso l’errore di copiare nelle e-mail le informazioni che si scambiavano su questa piattaforma, rendendole così fruibili».

I personaggi chiave utilizzavano nomi in codice per le loro comunicazioni. Come avete scoperto la loro identità?

«Chi usa un nome in codice in maniera costante e in ambiti diversi, spesso può dimenticarne l’utilizzo o aggiungere ad esso elementi che permettono di ricondurre alla vera identità. Analizzando i dati siamo riusciti a decriptare i nomi in codice e a risalire alle persone coinvolte. Come nel caso di Light House, alias Dhia Jaffar al-Mousawi, da poco direttore generale della South Oil Company. Nelle e-mail c’erano gli indizi necessari per risalire a lui».

Qualcuno vi ha aiutato a decifrare i messaggi criptati?

«A volte le fonti hanno avuto un ruolo chiave, ma gran parte del lavoro lo abbiamo svolto da soli. In molti casi i dirigenti Unaoil hanno commesso degli errori: da questi siamo riusciti a capire chi si nascondeva dietro lo schermo».

Si è trattato soltanto di data journalism o è stato portato avanti anche del lavoro sul campo?

«No, abbiamo fatto anche molto lavoro sul campo: abbiamo incontrato fonti vicine a Unaoil che ci hanno permesso di comprendere meglio lo scandalo».

Sembra che Eni sia una delle società implicate nello scandalo. Qual è, secondo lei, il grado di coinvolgimento dell’azienda italiana? I dirigenti Eni erano a conoscenza delle tangenti?

«Incrociando i dati ci siamo accorti che molti manager Eni erano corrotti e che ricevevano tangenti da Unaoil. In cambio sfruttavano la propria posizione di influenza per avvantaggiare le multinazionali clienti di Unaoil, che ottenevano così commesse milionarie. Ciò è accaduto in diversi giacimenti petroliferi in Kazakistan e in Iraq (nello specifico quello di Zubair, a ovest di Bassora, gestito da un consorzio controllato per il 32,81% delle quote da Eni). L’azienda italiana ha molte domande a cui dare una risposta».

©Fairfax Media and Huffington Post

Estratto di una e-mail di Cyrus Ahsani, Ceo di Unaoil

Dopo la pubblicazione dell’inchiesta vi aspettate di ricevere querele o minacce?

«Al momento non abbiamo ricevuto minacce. Quel che possiamo dire è che ci aspettiamo l’intervento delle più importanti agenzie di polizia al mondo: dall’Fbi al Dipartimento di Giustizia americano, dalla polizia federale australiana all’agenzia del crimine britannica. In più penso che anche la polizia italiana interverrà al più presto per far luce sulla posizione di Eni».

Lo scandalo è destinato ad allargarsi ed a coinvolgere altri settori produttivi e altre multinazionali?

«Saranno gli organi giudiziari a stabilirlo. Dobbiamo attendere le decisioni della polizia: quando il Dipartimento di Giustizia americano avvia un’indagine, può contare su un ampio raggio d’azione essendo una delle migliori agenzie internazionali. Nello scandalo sono coinvolte compagnie e uomini di ogni parte del mondo. Non sappiamo ancora quale sarà la portata finale dello scandalo, ma siamo certi che le personalità invischiate dovranno affrontare serie conseguenze penali».

⇒ Leggi l’inchiesta “The bribe factory”