Aprirsi ad un’autentica conoscenza l’uno dell’altro, decostruire la narrazione inesatta della differenza diffusa dai media: sono questi i primi passi da fare per sconfiggere razzismi e intolleranze. Igiaba Scego, scrittrice italiana di origini somale, ha dedicato molte delle sue opere al tema, con una scrittura lucida e chiara e uno stile brillante.
La nostra società è multiculturale, meticcia, lo è sempre stato: basta guardare alla storiaLei è cittadina italiana nata da genitori somali. Come ha vissuto il suo legame con i due Paesi?
Personalmente benissimo. Sto bene con me stessa. Quello con cui mi sono scontrata e continuo a scontrarmi è lo sguardo degli altri. Le persone sono abituate a leggere e interpretare il corpo dell’altro a seconda del colore della pelle. La pelle scura viene subito percepita come straniera, non italiana. Continuano a prevalere stereotipi e pregiudizi che impediscono di vedere la realtà per quella che è. La nostra società è multiculturale, meticcia. Lo è sempre stata. Basta guardare alla storia. L’Italia è stata attraversata da moltissime culture diverse e ognuna di esse ci ha lasciato qualcosa che ha contribuito a formare la nostra identità: arabi, normanni, francesi, austriaci. Qui c’è passato Annibale, come ho scritto anche nel mio romanzo La mia casa è dove sono. Bisogna capire il valore della differenza, rendersi conto che è una ricchezza.
C’è ancora molto razzismo, ma anche molta misoginia nel mondo dei media, quando invece si dovrebbe lavorare per insegnare alle persone a conoscersi tra loroStereotipi e pregiudizi impediscono di guardare con occhio lucido la realtà. Qual è il ruolo dei media in questo contesto?
I media hanno una grande responsabilità: televisione e cinema continuano a riproporre rappresentazioni distorte della realtà. La donna nera continua ad essere vista solo come corpo, sensuale e disponibile per l’uomo bianco. Ci sono molte mie amiche attrici che si scontrano costantemente con questo problema: vengono proposti loro soltanto i ruoli di donne belle, sensuali e lascive, mentre loro vorrebbero fare vero cinema. É un tema che ho voluto sollevare anche nel mio ultimo romanzo, Adua, in cui la protagonista è una giovane donna somala che arriva in Italia negli anni Settanta con la speranza di diventare un’attrice “come Marilyn Monroe” e invece viene catapultata con l’inganno in una spirale di umiliazioni e violenze, costretta ad interpretare solo ruoli degradanti. C’è ancora molto razzismo, ma anche molta misoginia nel mondo dei media, quando invece si dovrebbe lavorare per insegnare alle persone a conoscersi tra loro. Perché è questo il problema vero: noi non ci conosciamo. Le barriere di pregiudizi e stereotipi che abbiamo costruito e che stanno diventando delle fortezze, ci impediscono di rapportarci tra noi in modo vero. Appartenere ad una doppia cultura non vuol dire essere stranieri,è una ricchezza. Lavorare sullo sguardo degli altri è il primo passo per cambiare questa situazione e credo che in questo la letteratura possa avere un ruolo fondamentale.
Se la politica uscisse dalle solite logiche elettorali e dalla paura di perdere voti, si renderebbe conto che la società è cambiataAd ottobre è stato approvato alla Camera in prima lettura il testo sullo ius soli, ma il fronte del no è consistente e variegato e promette di affossare il provvedimento in Senato. La legge ha possibilità di vedere la luce?
Se questa legge non passasse sarebbe una vergogna per un Paese che si definisce civile. Lo ius soli deve essere approvato. Coloro che fanno opposizione non hanno a cuore il bene dell’Italia, che è un Paese che sta arretrando e invecchiando e che ha bisogno di nuova linfa. Ci vogliono nuovi cittadini che abbiano uguali diritti e doveri. Un bambino nato in Italia o arrivatoci da piccolissimo è italiano ed è giusto che questo gli venga riconosciuto. Se la politica uscisse dalle solite logiche elettorali e dalla paura di perdere voti, si renderebbe conto che la società è cambiata. Sento spesso dire che la nostra società sta cambiando. É un’ espressione che non mi piace, perché è come se rimandasse sempre al futuro l’effettiva attuazione di questo cambiamento. Preferisco dire che la società è già cambiata: è così e la politica deve riconoscerlo. Approvando lo ius soli, la legge sulle unioni civili e rivedendo la Bossi-Fini. Fare politica vuol dire pensare al bene del Paese, guardando alla realtà italiana e al suo evolversi nei prossimi dieci, vent’anni e non alle elezioni.
Abrogare il reato di clandestinità in questo contesto è fondamentale
Assolutamente. É una legge che non ha né capo né coda, crea solo problemi, imbriglia la magistratura e comporta un notevole spreco di tempo e risorse. Per affrontare temi come l’immigrazione serve una logica lucida e non emotiva.
Sta riemergendo l’antisemitismo, dilaga un’islamofobia feroce. Sono minacce che dobbiamo arginare tutti insiemeL’Europa delle frontiere aperte sembra essere in crisi e si moltiplicano le sospensioni dello spazio Schengen tra i vari Paesi. Cosa potrebbe accadere?
Lo spazio Schengen è una conquista importantissima, rappresenta il realizzarsi di un’utopia che un tempo sembrava irrealizzabile. Un sogno europeo che è stato costruito con fatica. La fine di Schengen ci esporrebbe ad un rischio che ormai non vivevamo più dal 1945: la guerra. L’Italia, poi, avrebbe davvero tutto da perderci: è il Paese europeo più esposto insieme alla Grecia. Bisogna ritrovare il senso di appartenenza alla Comunità Europea. Il problema è sempre lo stesso: non ci conosciamo. I pregiudizi che abbiamo l’un l’altro ci precedono. Si deve cooperare tutti insieme per costruire un’Europa delle culture. In questo ultimo periodo stiamo assistendo a fenomeni inquietanti: sta riemergendo l’antisemitismo, che avremmo dovuto estirpare alla radice dopo gli orrori della Seconda Guerra Mondiale, dilaga un’islamofobia feroce. Sono minacce che dobbiamo arginare tutti insieme.
In Adua solleva il tema del rapporto spesso difficile tra gli immigrati che già vivono in Italia e quelli che vi sono arrivati attraverso le carrette del mare. Da cosa nasce questo ‘razzismo’?
Più che di razzismo io parlerei di reciproca diffidenza. É difficile definire gli italiani, figurarsi i migranti con storie ed esperienze diverse. Il problema è lo stesso: poca e superficiale conoscenza l’uno dell’altro. In Italia sul tema dei migranti c’è stata molta improvvisazione e questo ha avuto numerose conseguenze, tra cui la reciproca diffidenza tra i migranti.
Un altro tema importante che torna nel libro è l’infibulazione. A che punto si è arrivati nell’arginare questa pratica?
Siamo a buon punto! Del tema si parla, molte ong si sono mosse e si stanno muovendo sul campo. Altri Paesi dell’Africa, dopo la Nigeria, la stanno vietando. La situazione è molto migliorata rispetto agli anni Settanta, in cui è ambientata una parte del romanzo, ma ho voluto inserirla perché era (ed é) un tema fondamentale nella Somalia di quegli anni.
Penso che Aylan sarebbe diventato un dottore o un professore, come tanti dei piccoli migranti annegati cercando un futuro miglioreQuesta estate c’è stato un acceso dibattito riguardo alla pubblicazione della foto di Aylan, il bambino curdo annegato e ritrovato sulla spiaggia di Bodrum. Quella foto andava pubblicata o no?
É una questione molto delicata, in cui è difficile prendere una posizione netta. Posso dire che la nostra è una società molto voyeuristica, cannibale, attaccata a questo tipo di immagini. Per cui la foto ha avuto un’eco, ha smosso le coscienze dell’opinione pubblica e quindi ha avuto una sua utilità. Quello che mi ha disgustata è stato ciò che è venuto dopo quella foto, la strumentalizzazione che ne è seguita. Non mi è piaciuta ad esempio la vignetta che Charlie Hebdo ha fatto su Aylan. So che lo scopo era quello di stigmatizzare le facili generalizzazioni sugli immigrati dopo i fatti di Colonia, ma è stato troppo. Ho molto apprezzato la risposta di Rania di Giordania che ha pubblicato un tweet con la vignetta del disegnatore giordano Osama Hajjaj, che ritrae Aylan adulto con il camice di un medico, scrivendo: «Avrebbe potuto diventare un dottore, un insegnante, un padre affettuoso». Anche io penso che Aylan sarebbe diventato un dottore o un professore, come tanti dei piccoli migranti annegati cercando un futuro migliore.
L’assuefazione è un rischio che si corre nel momento in cui dei migranti si continua a parlare solo in termini di numeriLe continue storie di tragedie del mare rischiano di produrre un’assuefazione al problema. Come si può agire?
L’assuefazione è un rischio che si corre nel momento in cui dei migranti si continua a parlare solo in termini di numeri: cento, duecento, trecento morti. Ma cosa c’è dietro? É fondamentale raccontare le storie di quelle persone: cosa li aveva portati a lasciare i loro Paesi, quali erano i loro sogni, le loro speranze. Bisogna parlare delle persone.
Come vede la Somalia oggi?
Per dirla con Vasco Rossi è «un equilibrio sopra la follia». É una situazione difficile da definire, molto complicata. Ci sono lati positivi e negativi, ma tracciarne un quadro preciso è estremamente complesso.