Da novembre 2020, l’Etiopia è teatro di un conflitto che vede opposti il governo di Abiy Ahmed e il Tplf (Fronte popolare per la liberazione del Tigrai), con i rispettivi alleati. Nel silenzio pressoché totale dei media internazionali, vecchi rancori tra etnie, rivendicazioni territoriali o di indipendenza, interessi politici e geostrategici hanno spaccato lo Stato federale, arrestando i progetti di sviluppo del Partito della Prosperità.

«Si percepiva che il Paese fosse in difficoltà e che avesse svariati problemi» racconta Flavio Gianandrea de Angelis, autore del documentario “Il sole sorge a sud” «Ma vi erano dei progetti di sviluppo per il futuro. Tutto questo è stato interrotto bruscamente». Il regista, inoltre, sottolinea come lo scoppio del conflitto abbia colto tutti di sorpresa: «Io sono stato in un ospedale, nel Tigrai, che offre cure gratuite in collaborazione con il ministero della Sanità etiope. Gente da ogni parte del Paese veniva lì per farsi curare e io non ho percepito un aumento della tensione. Gli stessi medici italiani sono stati colti di sorpresa, e lavorano lì da vent’anni».

Lo scoppio del conflitto ha bloccato lo sviluppo di uno dei Paesi più importanti dell’Africa. Il processo di ricostruzione deve passare per trattative di pace che si prospettano lunghe e difficili.

Non è la prima volta che il Tplf si ribella contro Addis Abeba. La guerriglia del Fronte popolare, infatti, ha causato la caduta del Derg, il governo militare etiope (1974-1987), aprendo la strada al dominio tigrino sulla politica del Paese fino al 2018, anno in cui è stato eletto Abiy Ahmed. Il fatto che una singola élite, per di più espressione di una popolazione relativamente poco numerosa, avesse in mano le redini del potere, ha causato un notevole risentimento nel resto del Paese, vero e proprio mosaico di popoli diversi. Il neo-primo ministro ha origini amara e oromo, le due principali etnie del Paese e rivali dei tigrini. L’ascesa del nuovo primo ministro, dunque, ha radicalmente cambiato l’assetto politico etiope. Abiy Ahmed, inoltre, ha impresso una svolta centralistica al governo, riducendo drasticamente (o eliminando) il federalismo su base etnica. Il suo Partito della Prosperità, a cui il Tplf non ha aderito, è nato dalla fusione di diverse organizzazioni politiche regionali e di opposizione. Per due anni, i tigrini non hanno messo in discussione l’autorità di Ahmed, nonostante abbiano perso il potere sulla Nazione. Solo nel 2020, con il rinvio delle elezioni generali a causa della pandemia, il Fronte popolare si è spinto a dichiarare il primo ministro come illegittimo e ad attaccare il comando settentrionale dell’esercito federale. Addis Abeba ha risposto con l’invio delle truppe in Tigrai, per quella che Ahmed ha definito “un’operazione di polizia”. Le speranze di una rapida vittoria, però, sono svanite di fronte all’agguerrita resistenza tigrina.

La guerra, come spiega Ludovico Bianchi, vice caporedattore dalla think tank Orizzonti politici, si è articolata in tre fasi: «La prima offensiva del governo centrale contro il Tigrai ha portato alla conquista di Macallè e la dispersione delle truppe del Tplf nel territorio. È iniziata, poi, una fase di guerriglia, condotta molto intelligentemente dai tigrini, che si sono messi in contatto con l’Olf (Oromo liberation front), ottenendo così la forza di respingere i centralisti fino a duecento chilometri da Addis Abeba. Nella terza fase, il primo ministro Abiy Ahmed ha preso il controllo e si è dimostrato capace di fermare l’offensiva». Tra le due parti, ora, vige un cessate il fuoco. Le truppe del Tplf si sono ritirare nel Tigrai, abbandonando i territori conquistati, nella speranza che il governo centrale permetta agli aiuti umanitari di passare e portare sollievo alla regione devastata.

In certe aree, però, gli scontri continuano. «A nord, lungo il confine con l’Eritrea, e nella regione di Afar i combattimenti non si sono fermati» sottolinea Federico Donelli, ricercatore di relazioni internazionali dell’Università di Genova «Permane, inoltre, l’annosa questione del Tigrai occidentale, che coinvolge la componente amara. In questa situazione, è molto difficile fare una previsione sulle possibilità che il conflitto riprenda a stretto giro».

È improbabile, però, che si ritorni a combattere come negli ultimi due anni. «Non ci sono i mezzi meccanici, né umani. Ai due schieramenti non arrivano abbastanza aiuti per fare una guerra come quella che stiamo vedendo, per esempio, in Ucraina» commenta Bianchi «In qualche modo, bisogna trovare una soluzione che prescinda dal conflitto militare».

Le speranze governative di una rapida vittoria si sono infrante contro la resistenza del Tplf. Il coinvolgimento delle altre etnie etiopi e dell’Eritrea ha esacerbato un conflitto dove i crimini di guerra vengono usati come vera e propria arma.

«Le risorse sono drasticamente diminuite» aggiunge Federico Donelli, sottolineando il fatto che un conflitto di lunga durata penalizzerebbe maggiormente i tigrini, privi delle risorse del governo centrale. La coalizione di Ahmed, però, mostra alcuni segni di fratture. «La scelta di arrestare l’avanzata e dichiarare il cessate il fuoco ha scontentato i suoi due alleati principali, l’Eritrea e l’etnia amara, dove si sta assistendo ad una frattura interna: le componenti più istituzionalizzate hanno sostenuto la decisione, i gruppi paramilitari si sono opposti e hanno generato instabilità».

Lo scenario è ulteriormente complicato dall’etnia oromo, l’altra componente più importante del Paese assieme agli amara, e dalla sua frangia ribelle, l’Olf, che ha stretto un’alleanza precaria con i tigrini. Tra i due gruppi, infatti, vi è una certa sfiducia. «Entrambi hanno paura che l’altro faccia una pace separata, permettendo ai governativi di concentrare le forze sul gruppo rimanente» commenta Ludovico Bianchi «Lo schieramento di Ahmed, ovviamente, gioca molto su questo fattore, per indebolire un’alleanza già di per sé difficile». L’Olf non è un’organizzazione storicamente strutturata e pervasiva come il Tplf. Gode di meno supporto, poiché la maggior parte degli oromo, come sottolinea l’analista, sono soddisfatti della loro posizione: controllano un ampio territorio e molti centri decisionali del Paese, tra cui la capitale. Inoltre, vi è un’ostilità di lungo corso tra questa etnia e la popolazione del Tigrai. «I tigrini erano l’élite dominante ad Addis Abeba, a 600 chilometri da casa e in un territorio quasi completamente oromo» conclude Ludovico Bianchi.

Questo odio interetnico è una componente fondamentale per comprendere appieno il conflitto. Spesso ha radici molto antiche, ed è stato esacerbato dagli anni di assoluto dominio tigrino del Paese. In particolare gli amara e gli eritrei sono coloro che, secondo le informazioni pervenute in Occidente, si sono macchiati delle peggiori atrocità. I primi perché vogliono il controllo del Tigrai occidentale e, come gli oromo, sono stati pesantemente penalizzati fino al 2018. I secondi, invece, perché la guerra tra i due Paesi è stata sostanzialmente guidata e combattuta da soldati tigrini.

A pagare il prezzo più alto di questo odio pervasivo sono i civili. Dalle poche informazioni che giungono dal Paese, sembra che i crimini di guerra vengano usati, da entrambe le parti, come vere e proprie armi. In particolare, le associazioni che riescono ad operare in Tigrai hanno raccolto migliaia di testimonianze di donne, ragazze e bambine vittime di stupri, usati in maniera sistematica dai soldati governativi e dai loro alleati per terrorizzare la popolazione e, secondo alcuni analisti, per diffondere malattie sessualmente trasmissibili, in una sorta di campagna di guerra biologica. Non conosciamo l’entità numerica di questi crimini. Le vittime temono rappresaglie da parte delle milizie e la vergogna agli occhi della loro comunità. Le notizie riguardo a massacri, torture, esecuzioni sommarie e rastrellamenti nei villaggi, inoltre, hanno fatto pensare ad un vero e proprio genocidio del popolo tigrino. Pare che anche i soldati del Tplf e i loro alleati abbiano commesso atti simili, in particolare ai danni degli amara. Anche in questo caso, però, la scarsità di informazioni impedisce agli osservatori internazionali di trarre conclusioni sull’entità dei crimini commessi.

Il cessate il fuoco potrebbe essere il primo passo verso la pace. Le atrocità subite dai civili, però, rischiano di compromettere le trattative e di rendere impossibile il reintegro del Tigrai all’interno dello Stato federale.

La popolazione tigrina, inoltre, continua a vivere in uno stato d’assedio. Le forze governative, infatti, dopo essere state respinte dalla regione, hanno bloccato le vie d’accesso alla provincia e tagliato le linee di comunicazione. Poche informazioni arrivano all’esterno e agli aiuti umanitari non è concesso entrare. Solo ora, con il cessate il fuoco in atto, alcuni camion hanno portato rifornimenti necessari alla sopravvivenza dei tigrini, ma in quantità ancora insufficienti.

L’utilizzo sistematico di crimini di guerra è destinato a pesare sulle trattative di pace e sul futuro del Paese. «Da entrambe le parti si è creata una sfiducia e un rancore che rende difficile tornare ad una situazione pre-novembre 2020» commenta Federico Donelli «L’idea è ristabilire l’autorità del governo federale sul Tigrai, ma è più probabile pensare che l’Etiopia, così come l’abbiamo conosciuta dal ’91 in poi, si sta trasformando, attraverso un’implosione vera e propria o nel tentativo di inglobare il Tigrai in una serie di altri stati regionali e nell’Eritrea». Inoltre, vi è la concreta possibilità che i responsabili di questi crimini non vengano puniti, minando alla base un processo di pace che si prospetta lungo e difficile. Come ricordato da Ludovico Bianchi, «di fronte alla Corte di giustizia internazionale ci finisce chi perde. Senza una sconfitta militare vera e propria, è molto difficile che succeda».

 Tigrai, una regione abbandonata

Non si può comunicare, gli aiuti non arrivano e nessuno sa cosa stia succedendo in un conflitto che ha tutto l’aspetto di un assedio medievale. «Le ultime notizie che abbiamo ricevuto ci sono state date da un nostro operatore – afferma Claudio Gambetta, medico di Laziochirurgia Solidale e membro del board dell’Hewo (Hansenians’ ethiopian welfare organization), una delle poche strutture ospedaliere che prima della guerra era in grado di garantire prestazioni sanitarie gratuite e percorsi di reinserimento sociale – Si è esposto ai pericoli di un viaggio lungo centinaia di chilometri in un territorio estremamente instabile, è riuscito a raggiungere il confine con la regione degli Afar per recuperare il segnale internet che gli ha permesso di mettersi in contatto con noi».

Lo scoppio del conflitto nella regione del Tigrai ha determinato l’interruzione di tutti i canali di comunicazione e le autorità etiopi hanno severamente limitato il monitoraggio indipendente dell’area.

Lo scoppio del conflitto nella regione del Tigrai ha determinato l’interruzione di tutti i canali di comunicazione e le autorità etiopi hanno severamente limitato il monitoraggio indipendente dell’area. Per lungo tempo questo ha impedito ai convogli umanitari di distribuire cibo e aiuti a più di sei milioni di persone che, oltre a subire gli effetti di quella che viene descritta come una vera e propria pulizia etnica, si trovano alle prese con siccità, fame e – riporta Medici Senza Frontiere nel suo ultimo comunicato – «con la sconcertante mancanza d’accesso all’assistenza sanitaria e all’acqua potabile».

«Gli atroci racconti di coloro che sono riusciti a fuggire dal Paese per raggiungere il Sudan – osserva Elena Pasquini, giornalista impegnata in contesti di crisi e volontaria di Laziochirurgia – ci parlano di violenze inaudite e di abusi commessi ai danni della popolazione». A parlare di violazione dei diritti umani e crimini di guerra perpetrati dalle forze di sicurezza regionali dell’Amara e dalle autorità civili della Zona occidentale del Tigrai è il rapporto, pubblicato il 6 aprile scorso, con cui gli operatori di Amnesty international e Human rights watch hanno denunciato il rastrellamento indiscriminato di migliaia di civili costretti ad abbandonare le proprie case per rifugiarsi in altre aree dell’Etiopia che, stando all’ultimo report globale dell’Idmc (Internal displacement monitoring center) reso pubblico il 19 maggio, attualmente è il paese con il più alto numero di rifugiati interni.

«È un enorme campo profughi a cielo aperto – sottolinea Gambetta – ma non abbiamo reale contezza di quello che sta succedendo. Sappiamo che il nostro ospedale ha cercato di garantire la continuità, ma con il passare dei mesi i pochi messaggi che ci arrivavano hanno cominciato a diventare sempre più tragici, fino a quando, alle parole “stiamo bene” si sono sostituite le richieste di aiuto. La mancanza di cibo e di medicinali ha costretto gli ambulatori a chiudere e anche da qui ogni nostra azione è diventata inutile, perché con la liquidazione delle banche non è stato più possibile inviare denaro».

Per fare luce sulla situazione sarebbero necessarie indagini indipendenti, ma per ora sappiamo solo quello che è emerso dalla stampa internazionale e quasi sempre mancano testimonianze dirette degli eventi, tant’è che «anche le agenzie come la Reuters – prosegue Gambetta – hanno sempre parlato di notizie non confermate».  Organi di informazione e organizzazioni umanitarie indipendenti, infatti, non hanno modo di entrare nel territorio e, conferma Pasquini, «per un giornalista è praticamente impossibile ottenere un visto, non riusciamo più a contattare le nostre fonti locali e l’impressione è che questo conflitto sia destinato a precipitare nell’oscurità».

A partire dal mese di aprile centinaia di camion carichi di medicinali e aiuti alimentari sono riusciti a raggiungere la capitale dal Tigrai, Macallè, ma non sono sufficienti.

A partire dal mese di aprile centinaia di camion carichi di medicinali e aiuti alimentari sono riusciti a raggiungere la capitale dal Tigrai, Macallè, ma si tratta di numeri insufficienti che non garantiscono una risposta adeguata ad una delle tante gravi emergenze che si consuma nel silenzio della stampa internazionale. L’ultimo bollettino diramato dall’Ocha (Ufficio delle Nazioni Unite per gli affari umanitari) segnala che a necessitare di aiuto immediato sono all’incirca 9.4 milioni di persone e purtroppo, conclude Gambetta, «il materiale salvavita consegnato finora rimane solo una goccia nell’oceano».