Esiste un filo invisibile, eppure non fluttua nel vuoto, ma si fa largo nella terra, striscia verso ataviche memorie, percorre il nostro presente fino a sfiorare poi sentieri futuri, quelli del divenire. Il 21 marzo si celebrano i versi e la data coincide con il primo giorno di primavera e il compleanno di Alda Merini, una delle poetesse italiane più conosciute di sempre: “Sono nata il ventuno a primavera / ma non sapevo che nascere folle, / aprire le zolle / potesse scatenar tempesta”. La Giornata mondiale della poesia è stata istituita dall’ONU nel 1999. L’essere umano ha bisogno del guizzo poetico, di guance che si tingono di lacrime, di sentire il cuore ardere o di arrivare a percepire una realtà altra, una dimensione nuova, suggerita da chi può riuscire a sfiorarla – e a farla sfiorare ad altri – per davvero: i poeti.

Il giorno, forse, non è stato scelto a caso. Proprio come l’equinozio di primavera porta con sé luce e scoperta, anche la poesia può cercare di sbrogliare arcane matasse. “Che la giornata della poesia possa rigenerare una visione del mondo, che non deve essere quella del poeta, bensì la propria”, quella di ciascun individuo che è particolare ma anche universale, così che si possa creare un intimo coro. La citazione è di Mariella De Santis, una poeta, così preferisce chiamare le donne che scrivono poesie – o, come ha spiegato, “poetanti”: le piacerebbe, infatti, che la lingua italiana ricorresse a un neologismo, al participio, in quanto i participi non vengono coniugati col genere – che collabora con case editrici, riviste e centri di ricerca. Di recente ha creato una nuova rubrica: Poliscritture, Donne che scrivono poesia. Per lei questa forma d’espressione è “quella sintesi di significante che si deposita dentro di noi come un seme e continua a lavorare”. L’embrione è nascosto, tra le pieghe delle nostre carni, e solo col tempo può riuscire a bucare la nostra pelle, può farci sentire un pizzicotto o una carezza. La poeta chiarisce l’essenza e lo scopo dei versi:

Mariella De Santis, poeta: “La poesia porta con sé un’eccedenza di verità, non ciò che si vede, ma ciò che eccede la verità. È quello spazio di frizione, quello spazio di conflitto, di distanza, dentro il quale noi vediamo cose che non avevamo osservato, non ci erano giunte alla coscienza. Così aumentiamo la nostra consapevolezza, che a volte può essere dolorosa”.

“La poesia porta con sé un’eccedenza di verità, non ciò che si vede, ma ciò che eccede la verità. È quello spazio di frizione, quello spazio di conflitto, di distanza, dentro il quale noi vediamo cose che non avevamo osservato, non ci erano giunte alla coscienza. Così aumentiamo la nostra consapevolezza, che a volte può essere dolorosa”. De Santis paragona gli scienziati ai poeti: entrambi hanno i loro strumenti per interpretare e comprendere la realtà ed entrambi cercano di trasmetterla al prossimo, di renderla chiara. Si scrivono versi per parlare del proprio tempo, avendo coscienza del proprio qui e ora, ma con uno sguardo proiettato verso il passato e un altro che tende al futuro, all’ignoto. Il poeta non può scrivere per se stesso e si assume dunque il compito di assaggiare anche le ferite e le gioie altrui, oltre che le proprie: interpretare l’universale per l’universale moltitudine di anime è un atto di grande responsabilità. Ritorna l’idea del coro che, in verità, la poesia non ha mai abbandonato; d’altronde la sua origine è proprio orale: era una forma cantata e ritmata (si pensi a Omero). “La poesia è una forma di comunione con il mondo che si realizza attraverso la lingua”. Secondo De Santis, oggi giorno è di nuovo presente la coralità; c’è una certa tendenza alla “poesia detta e non letta”. Forse si ha bisogno di ricostruire una pluralità perduta.

Attualmente sono praticati tanti stili diversi, da quelli più tradizionali a quelli più sperimentali (visivi e sonori) e il pubblico è eterogeneo, afferma la poeta, è costituito da giovani e adulti, da affezionati e da lettori occasionali. Non mancano affatto donne poete; ma non si parla solo di uomini e donne che scrivono, esiste anche le “transpoetiche”, quelle forme di scrittura poetica di chi non si riconosce in un genere binario. De Santis cita con passione l’italiana Giovanna Vivinetto e l’inglese K. Tempest. Ed è vero che non mancano poetesse nel mondo dell’editoria: tuttavia nelle antologie primeggiano ancora i poeti maschi e il mercato trascura gli autori minori. La poesia è piena di artisti sconosciuti.

“I poeti minori, in realtà, costituiscono il tessuto connettivo di una civiltà”. Senza di loro sarebbe come se un tempio avesse il tetto ma non le colonne, argomenta. Mariella De Santis è una “poetante” che sta dalla parte di chi “sta a lato luminoso dell’ombra”. È quando la poesia diventa merce che, purtroppo, è disponibile per la lettura al pubblico. Anche per questo serve avere una giornata dedicata, così che anche i minori possano essere conosciuti, senza rimanere schiacciati dalle leggi del mercato e del patriarcato. Si spera che i versi si facciano sempre più tiepidi, che si rannicchino sotto la pelle degli esseri umani e che sboccino: senza nessun controllo, lasciamoci trasportare, lasciamo crescere i germogli. La poesia, poi, farà tutto il resto.