«Abbiamo già vinto arrivando in semifinale. Sono felicissima così. Poteva andare meglio, ma sono fiera della mia squadra e della mia nazionale. Forza Marocco sempre e per sempre. Forza Italia!». Il rammarico della sconfitta contro la Francia nella semifinale di Qatar 2022 e di una finale mancata con l’Argentina ha solo sfiorato una giovane tifosa: mentre si allontana, sventola la maglietta della squadra e sorride.
Cappellino rosso con tanto di stemma, sciarpa che si intona: nelle notti mondiali magrebine, il quartiere milanese di Porta Venezia è tutto un cremisi. Un collage di bandiere fuoriuscite dalle macchine in corsa, poggiate sui cofani o avvolte sulle spalle della gente. Di cori come: «eeeh oh, auguri a noi, questo è l’inizio e avanti ancora!», cantato a squarciagola dopo la qualificazione agli ottavi e intonato a gran voce anche quando mancava un solo passo per arrivare alla fine. I goal di Theo Hernández e Kolo Muani hanno stoppato la corsa alla Coppa del Mondo, ma non hanno interrotto la festa.
«A noi non importa vincere la Coppa: siamo arrivati ad un punto mai raggiunto da nessun Paese africano. Sono fiero di essere marocchino», dice un ragazzo mentre sventola il bandierone nel post-partita di Francia-Marocco
«A noi non importa vincere la Coppa: siamo arrivati ad un punto mai raggiunto da nessun paese africano. Sono fiero di essere marocchino», esclama un ragazzo con il bandierone tra le mani. Se fosse stato bambino, chissà se per muoverlo con energia si sarebbe fatto aiutare da un adulto, come era appena accaduto ad un bimbo su un marciapiede. Un altro piccolo, invece, aveva gli occhi lucidi. I genitori, dotati di drappo marocchino e italiano, hanno cercato di tirarlo un po’ su di morale. Commozione che, dopo la partita, nemmeno Laila è riuscita a trattenere.
Trentacinque anni, Laila è in Italia da ventidue e ha la doppia cittadinanza. Prima di entrare al “Sahara shisha bar” di via Panfilo Castaldi per vedere la partita in una delle varie tv installate, svela che il Mondiale ha risvegliato il suo sangue arabo e marocchino. Secondo lei, vincere contro i francesi sarebbe stato un gran riscatto per l’Africa intera. Ogni match disputato è stato l’occasione per far emergere la cultura del suo Paese: «Del Marocco capisci che c’è unione e rispetto verso il prossimo, a prescindere da tutto quello che si dice».
Racconta di aver perso il suo dialetto: ogni tanto, quando parla in arabo, qualcuno la paragona ad Hakimi, “uno dei giocatori che non lo sa parlare e balbetta come me”. Il calciatore che l’ha colpita è Ziyech, che ha scelto la nazionale marocchina pur essendo nato e cresciuto in Olanda. «Questo fa capire che, nonostante ci si integri nel Paese in cui si vive, quando c’è il richiamo, c’è il richiamo. Il sangue è sangue». La quarta generazione della sua famiglia vive a Parigi. Laila racconta che, pur essendo nati e cresciuti lì, questi suoi parenti si sentono marocchini. Un francese questo non lo accetta. «C’è dell’astio e lo percepisco con grande dispiacere». Le tensioni avvenute nelle città transalpine ne sono la testimonianza.
«Abbiamo vinto tante partite e questo per noi è già tantissimo. Di sicuro siamo amareggiati, ma sarà uno sprone per i prossimi anni», commenta a caldo Loubna al fischio finale, quando il bar è ormai semivuoto.
«Abbiamo vinto tante partite e questo per noi è già tantissimo. Di sicuro siamo amareggiati, ma sarà uno sprone per i prossimi anni». Loubna era arrivata prima di Laila e aveva fatto la coda fuori dal locale per riservare i posti. Da piccola, anche lei aveva assaggiato il campo da gioco: quando abitava a Torino, giocava a calcio, ma a 12/13 anni ha dovuto smettere. Mentre attende che il bar sollevi tutta la saracinesca, sottolinea un aspetto importante dell’incontro che avrebbe seguito, memore della colonizzazione subita: «Per noi non è importante vincere. Se dovessimo vincere, sarebbe solo un piccolo pareggio con loro. Quando sono venuti, i francesi hanno costruito scuole, ospedali e ci hanno insegnato tanto, quindi non possiamo guardare alla colonizzazione come una cosa solo brutta»
Il fumo del narghilè ha offuscato il locale per gran parte dell’evento, quasi a trasformare in illusione quanto stava avvenendo nel rettangolo di gioco. Fino al raddoppio dei Bleus però, nessuno dei presenti ha creduto che il sogno potesse sfumare. La doccia fredda provocata da Theo Hernández era arrivata dopo cinque minuti.
«La partita è appena iniziata, non ho paura». Il goal di Theo Hernández non ha scalfito il giovane Jawad, intento a fissare lo schermo e ad osservare i movimenti dei suoi beniamini.
«La partita è appena iniziata, non ho paura» Il goal di Theo Hernández non ha scalfito il giovane Jawad, intento a fissare lo schermo e ad osservare i movimenti dei suoi beniamini. Il suo approccio rispecchiava quello di tutti i presenti: ad ogni contropiede, era tutto un incitare la squadra. Sperare che la traiettoria della palla, prima o poi, avrebbe bucato i guanti di Lloris; osannare giocatori come Hakimi e Ziyech e premiare qualche intervento provvidenziale, come quello di Amrabat al cinquantunesimo. A fine partita scattano gli applausi e si sente un «grazie ragazzi». E via a festeggiare, consapevoli di aver scritto una pagina di storia. L’ultimo atto dei Leoni dell’Atlante si è consumato contro la nazione che fu padrona nei quarant’anni di protettorato, che divenne rivale di gioco e che rimarrà degna avversaria.
Ma sono stati proprio loro, i calciatori, i protagonisti che hanno fatto sognare tutti i tifosi marocchini: l’identificazione è stata forte, non solo per le stesse origini, ma anche per i sentimenti e la storia condivisa con i giocatori. “Arrivare in semifinale per una squadra araba e africana e anche berbera, perché molti dei giocatori sono autoctoni, è un grandissimo traguardo”. Mohamed Amine Bour è un giovane poeta di ventisei anni. Sui social si descrive così: “Nasco ibrido, tra le valli dell’Atlas e le dune del Sahel”. È marocchino, ma si è trasferito in Italia quando aveva undici anni. “A molti è sembrato strano che nelle precedenti partite i giocatori abbiano festeggiato in campo assieme alle loro madri” dice Mohamed, conosciuto su Instagram come “Asteerio”. Ha scritto una poesia intitolata Madre: “M’hai lasciato la tristezza negli occhi / E la malinconia nel sorriso / E un cuore diviso tra l’ardere e l’ardire / Adirato per cose più grandi da bambino / Ho promesso di renderti la vita migliore / E un figlio promette sempre / Di render migliore la vita alla madre”.
“Ebbene, sono state proprie queste mamme che hanno dovuto distruggersi di lavoro e di fatica, affinché i propri figli realizzassero i loro sogni. È bello sognare e noi lo abbiamo fatto insieme a loro. Anche mia mamma ha faticato molto e adesso sto realizzando i miei sogni grazie a lei”. Simbolicamente, i marocchini tutti sono allora arrivati in semifinale e hanno sfiorato l’ultimo scontro mondiale: un sogno che si è avverato e continuerà a pulsare vivo nei cuori di tutte le madri e di tutti i figli del Nord-Africa.