L’immagine che ritrae due donne sedute nella sala di attesa dell’aeroporto di Zaventeem dopo l’attentato terroristico del marzo scorso, scattata da Ketevan Kardav, è solo l’ultimo caso di un annoso dibattito che riguarda il fotogiornalismo, ma che coinvolge l’intero mondo dell’informazione.
Di fronte a situazioni tragiche, quale comportamento dovrebbero assumere i giornalisti? Soccorrere le vittime o registrare la realtà di cui sono testimoni? La storia del fotogiornalismo è costellata di casi in cui i reporter hanno preferito rinunciare ai loro scatti in nome di una morale personale. Ma altrettanto numerose sono le istantanee che ritraggono soggetti in situazioni critiche
Cinismo o senso del dovere? Una interpretazione univoca probabilmente non esiste. Molto, forse tutto, dipende dalla personalità e dalla sensibilità del reporter.
Come emerge da uno studio condotto dall’Institute of Communication and Journalism dell’Università di Praga, che ha coinvolto fotogiornalisti impiegati nell’Europa Centro-Orientale (Repubblica Ceca, Polonia e Slovacchia), le decisioni prese al momento dello scatto sono frutto del contesto e delle valutazioni fatte dal reporter. Gran parte degli intervistati concordano sul fatto che l’idea di notiziabilità non possa prevalere sull’obbligo morale di fornire primo soccorso alle vittime.
Opinioni poco concordi per quel quel riguarda l’alterazione digitale delle immagini. La diffusione capillare dei software rende l’editing delle fotografie una pratica usuale. Ma non tutti sono disposti ad accettarle. La maggior parte dei reporter intervistati non approva le alterazioni dell’immagine, a meno che non siano pratiche di editing comuni, come il bilanciamento del colore, il contrasto o il ritaglio. Altri, invece, non sembrano avere problemi con alcun tipo di alterazione, a patto che i lettori ne siano informati.
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