Filmmaker Festival è un punto di riferimento certo per il pubblico milanese, un porto sicuro per chi vuole scoprire e sostenere nuovi linguaggi cinematografici. Nell’anno dei suoi quarant’anni, è costretto a trasferirsi online, come le misure restrittive di questo sfortunato 2020 impongono. L’incontro e la visione dal vivo rimangono esperienze irripetibili, però questa fruizione è un’opportunità per far scoprire a tutti, non soltanto ai milanesi, una delle rassegne più stimolanti e coraggiose del panorama cinematografico. Abbiamo chiesto a Luca Mosso, direttore della rassegna, che cosa aspettarci.
Che cosa si trova di fronte chi si avvicina per la prima volta a Filmmaker?
Cose che non ha mai visto. L’idea della novità è alla base di ogni festival, ma noi la interpretiamo in modo un po’ radicale.Filmmaker non ha un’etichetta istituzionale precisa. Quello che indirizza la nostra ricerca è il nuovo che non rientra nei confini che sono previsti dal mercato, ma anche dalla maggior parte degli altri festival. Quest’anno abbiamo film che vanno dalla durata di un minuto a quattro ore. Abbiamo documentari che mettono in discussione l’idea del documentario tradizionale, ibridandosi con altre forme cinematografiche, senza adeguarsi mai a modelli consolidati. Fare ricerca non significa trovare storie nuove, ma cercare dei modi di racconto del reale che abbiano una valenza teorica e una visione nuove.
Il Filmaker festival di quest’anno privilegia una selezione di lavori delle scuole di cinema. “Abbiamo individuato nella formula pedagogica una delle chiavi di interpretazione tra tutti i film a tema Covid-19″, dice Luca Mosso, direttore della rassegna
Filmmaker è legato al territorio milanese. Come vi siete adattati con l’organizzazione online? In che maniera il Covid-19 si è riflettuto sui lavori che verranno presentati?
La missione di Filmmaker è sempre stata quella di portare a Milano gli esempi più interessanti della scena internazionale, fare incontrare gli autori di questi film con un pubblico in cui la percentuale di giovani registi, tecnici del cinema e operatori culturali è sicuramente molto alta. Vogliamo far istituire delle relazioni fra autori riconosciuti a livello mondiale e i nostri cineasti.Per ovviare alle necessità a cui ci costringe la pandemia, abbiamo scelto di utilizzare la piattaforma di MyMovies cercando di strutturare un festival che abbia una scansione simile a quelli in presenza. Inoltre, abbiamo una seziona nuova che si chiama Corrispondenze, nata da messaggi e conversazioni con autori a cui siamo legati e a cui abbiamo chiesto di mandarci qualcosa che raccontasse la distanza a cui siamo costretti. Ci piace pensare che il risultato sia un laboratorio in cui i registi abbiano trovato nuove suggestioni e scambi intorno al proprio lavoro, realizzando film che sono lettere d’affetto, di vicinanza e amicizia che attestano la nostra relazione. Quest’anno ci sono poi altri film che sono stati girati durante la pandemia, mala scelta è stata di privilegiare i lavori delle scuole di cinema. Abbiamo individuato nella formula pedagogica una delle chiavi di interpretazione e di visione all’interno della marea di film che sono stati fatti sul Covid-19.
Quali sono stati invece i criteri di scelta dei film in concorso?
Nel concorso abbiamo voluto disegnare i confini del cinema del reale contemporaneo, alternando opere che ridiscutono il documentario ad altre che lo riaffermano in modo convinto. Da una parte abbiamo autori come Lech Kowalski e Diego Scarponi che girano nello stile del cinema diretto, dall’altra c’è per esempio un film come Purple Sea di Amel Alzakout e Khaled Abdulwahed, che è una sorta di messa in crisi del rapporto tra testimonianza e video-arte.La nostra non è mai stata una ricerca di temi: non faremo mai un festival soltanto sull’immigrazione oppure sul lavoro ma una ricerca di forme e modalità di racconto.
L’apertura del festival è affidata a Guerra e pace di Massimo D’Anolfi e Martina Parenti, due cineasti milanesi d’adozione a cui Filmmaker è particolarmente legato.
Nel 2007 D’Anolfi e Parenti vinsero Filmmaker con I promessi sposi, sono autori che ci sono molto cari e di cui abbiamo seguito tutto il percorso negli anni.Guerra e pace è un film che affronta il confronto bellico come se fosse un prisma: dentro ci sono quattro storie e quattro modi diversi di raccontare questo tema, segnando differenti linee di ricerca nel modo di accostarsi alla realtà.