È rimasto un cartello: “pubblico macello, mercato carni”. È appoggiato per terra vicino a una sedia. Abbandonato come gli spazi a cui fa riferimento: 800 mila metri quadri di spazio pubblico inutilizzato nel cuore di Milano, zona Est. Oltre che all’ex macello, l’area è formata dal terreno in cui sarebbe dovuta sorgere la biblioteca Europea Informazione e Cultura e alcuni spazi dismessi dell’Ortomercato. Solo una piccolissima parte di questa città nella città è stata assegnata temporaneamente a diverse associazioni per le loro attività; il resto è vuoto.

Quest’area è una delle tante potenzialità non sfruttate di Milano; per molti Expo avrebbe potuto essere l’occasione per valorizzarle senza consumare altro terreno. E, infatti, nel 2011 era nato un progetto per riqualificare l’area dell’ex macello e farla diventare un nuovo polo culturale. “Quella non era solo una proposta urbanistica, era anche un manifesto per un’Expo diffuso e sostenibile, ma è rimasto tutto sulla carta”, spiega Jacopo Muzio, architetto milanese referente del progetto. Il futuro dell’area appare incerto e non sembra esserci una strategia per valorizzarla. Anche se Muzio ha un sospetto: “Non vorrei che il terreno sia stato lasciato andare alla deriva volontariamente per farlo abbassare di valore; e poi venderlo al primo operatore privato che presenta un’offerta vantaggiosa”.

Intanto, a pochi chilometri dall’area dell’ex macello, continua la corsa contro il tempo per ultimare il sito dell’Expo che sorgerà su un’area grande un milione di metri quadri tra Milano e Rho. Invece di riqualificare un’area già urbanizzata e pubblica si è preferito comprare da un privato un’area agricola. Sul portale ufficiale della manifestazione c’è una sezione interamente dedicata alla sostenibilità in cui si legge: “Realizzare un grande evento ponendo al centro il rispetto per l’ambiente, i territori e le comunità coinvolte”. Tuttavia Andrea Arcidiacono, urbanista del Politecnico di Milano, è convinto che si sia presa un’altra direzione. “Expo mette in gioco un’enorme area agricola che era un suolo permeabile; è stata aggredita e coperta in modo definitivo in un processo di urbanizzazione gigantesco”.

L’asfalto invade i territori

Aldilà di questa scelta specifica, negli ultimi anni in tutta Milano si è continuato a sfruttare il territorio. Secondo Ispra (Istituto Superiore per la protezione e la ricerca ambientale), Milano è la seconda città italiana con il più alto consumo di suolo dopo Napoli: 61,7 % dell’intera superficie comunale. Allo stesso tempo è aumentata l’impermeabilizzazione; con questo termine s’intende la copertura permanente di parte del terreno con cemento o asfalto. “Se il suolo viene sigillato, la sua permeabilità è annullata in modo irreversibile. Questo ha degli effetti disastrosi sul territorio ­– spiega Arcidiacono – e il 50% di questo processo è dovuto alla realizzazione di arterie stradali”.Milano è la seconda città italiana con il più alto consumo di suolo dopo Napoli: 61,7 % dell’intera superficie comunale.

Un caso emblematico è stata la costruzione di alcuni tratti di collegamento della tangenziale Est esterna. Per realizzarli sono stati consumati circa 360 ettari di territorio della provincia. Di questi 357 sono stati sottratti a terreno naturali, agricoli e aree verdi e solo tre al riutilizzo di spazi già urbanizzati.

Inoltre, si è registrato un aumento del consumo di suolo all’interno di aree protette; al Parco sud di Milano si sono consumati 1042 ettari in 12 anni (97-2009). È il dato più alto tra tutti i parchi lombardi. E a questi si aggiungono altri 2000 ettari consumati nelle aree circostanti.

© Lorenzoclick / CC BY-NC 2.0

© Lorenzoclick / CC BY-NC 2.0

Allagamenti e carbonio nell’atmosfera

Gli effetti di queste trasformazioni sull’ambiente sono diversi. In primo luogo secondo il rapporto 2014 del Crcs (Centro di ricerca sui consumi di suolo) per ogni ettaro urbanizzato si dovranno gestire 3500 litri in più d’acqua. Già adesso in determinate situazioni Milano non ha saputo gestire l’acqua in eccesso. Solo pochi mesi fa, a novembre, le immagini della stazione della metropolitana Garibaldi allagata fecero il giro del web. La maggior parte di questi problemi sono causati dall’innalzamento del livello di falda acquifera degli ultimi 40 anni. Tuttavia, secondo Andrea Zelioli, geologo del Comune di Milano, c’è un collegamento tra i frequenti allagamenti e l’aumento della cementificazione: “Fino a pochi anni nella zona Gioia-Garibaldi c’erano spazi e terrapieni drenanti che assorbivano le precipitazioni di forte intensità”.

Oltre alla gestione dell’acqua in eccesso, un eccessivo sfruttamento del territorio può causare anche un aumento dell’inquinamento: i suoli naturali sono, infatti, degli ottimi assorbitori di carbonio; ma se vengono sigillati, enormi quantità di CO2 rimangono nell’atmosfera che quindi peggiora di qualità. “Negli ultimi 10 anni il consumo di suolo ha impedito uno stoccaggio di carbonio pari all’aumento di qualche milione del parco macchine nazionale”, afferma Arcidiacono.

Il futuro dell’area Expo

Nonostante ciò, nell’immediato futuro non è prevista un’inversione di tendenza: se nel decennio 99-2009 in Lombardia sono stati urbanizzati 43mila ettari, nel 2014 nei pgt (Piano di Governo del Territorio) di tutti i comuni della regione è stato previsto l’utilizzo di 55mila ettari, con una scadenza di cinque anni, ma più probabilmente realizzato in dieci. Questo accadrà anche perché è più conveniente costruire sui suoli liberi piuttosto che riqualificare quelli già utilizzati e abbandonati. La nuova legge regionale sul consumo di suolo ha aumentato gli oneri di urbanizzazione dal 5% al 30% per l’edificazione sugli spazi liberi. Per Damiano di Simine, presidente di Legambiente Lombardia, il costo di questi oneri rimane un disincentivo troppo basso sul totale delle operazioni immobiliari. All’estero esistono politiche molto più stringenti: in Inghilterra una legge nazionale impedisce di fare previsioni di urbanizzazione su suoli liberi se non si è utilizzato il 60% delle aree dismesse.Il problema? È più conveniente costruire sui suoli liberi piuttosto che riqualificare quelli già utilizzati e abbandonati.

In Lombardia, come nel resto d’Italia, non esiste una legge simile. Cristina Arduini, tecnico ambientale e consigliere Ato (Ufficio d’ambito della provincia di Milano), ha una sua spiegazione: “Si continua a costruire e cementificare perché non c’è lungimiranza. I politici hanno una visione solo nel raggio della durata del proprio incarico. L’ambiente, però, ha tempi lunghissimi”. Sui tempi brevi, invece, molti milanesi si chiedono cosa sarà del sito di Expo dal primo gennaio 2016 in poi. Potrebbe andare verso l’abbandono come tante altre aree milanesi? Secondo Muzio, il rischio c’è: “In quel terreno rimarranno tanti capannoni. E a oggi nessuno sa che fine faranno”.

 * Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Magzine.it in data 11 marzo 2015.