Sono due i “problemi” della comunicazione condotta dai media occidentali. Il primo è la tendenza a raccontare un Paese soltanto in concomitanza di grandi eventi catastrofici. Il secondo è di farlo con il filtro della propria ottica eurocentrica ed orientalista. Il caso della Turchia è esemplificativo, da entrambi i punti di vista. Da quando, per effetto dell’attentato che il 13 novembre scorso ha scosso le strade di Istanbul, si sono intensificati i raid turchi nel nord della Siria e nel Kurdistan iracheno, anche i nostri canali di informazione hanno ricominciato a prestare attenzione a questo attore. E non più soltanto nel suo ruolo di mediatore nel più vicino, e dunque importante, conflitto russo-ucraino.

In realtà, gli attentati organizzati o messi in atto da diverse formazioni armate sono stati una costante in Turchia negli ultimi sette anni. «Il concetto del conflitto armato e del terrorismo sono molto dolenti e attuali in Turchia, rappresentano due ferite aperte» – a parlare è il giornalista Murat Cinar, autore del libro Undici storie di resistenza, undici anni della Turchia«Da più di quarant’anni il Paese è in conflitto con la formazione armata del Pkk. A cui si lega anche quella dell’Ypg, da noi occidentali battezzata come salvatrice nella lotta contro l’Isis. Sono realtà eroiche per noi, ma terroristiche per Ankara. Si tratta di situazioni complesse, ma questi sono i fatti e, che ci piaccia o no, dobbiamo imparare ad accettarli e comprenderli cambiando il nostro paradigma».

Il giornalista Murat Cinar alla Gariwo Netweek, organizzata al Milano Luiss Hub, nella settimana dal 21 al 25 novembre.

Siria e Turchia sono separate da un confine di 900 chilometri. Inflazione alle stelle e crisi economica hanno accentuato il dissenso interno verso la presenza dei rifugiati siriani, facendo calare il consenso a Erdogan. Che in vista delle elezioni del giugno 2023 si presenta in una situazione di debolezza. Da qui l’obiettivo “politico” di rimpatriarli in parti della Siria “liberata”. In Turchia vivono oggi circa 4 milioni di rifugiati siriani, in condizioni estremamente precarie. Una classe operaia di basso stipendio e grande invisibilità, che crea però una forte concorrenza per la manodopera locale e, attraverso lo stereotipo famoso anche in Europa del “ci rubano il lavoro”, sfocia spesso in linciaggi fisici e politici. Il tasso di dissenso nei loro confronti è elevatissimo e fa guadagnare punti all’opposizione. «Questo influirà anche sull’agenda politica di Erdogan in vista delle elezioni del giugno 2023: uno dei progetti del regime è infatti quello di rimpatriare i siriani nelle zone “liberate” della Siria. Penso che fino a quando questo rimpatrio capillare non sarà risolto la Turchia non si ritirerà dal territorio siriano» prosegue Cinar.

Un’altra presenza che non sembra destinata ad esaurirsi è quella degli USA, che, attraverso la Nato, rappresenta per la Turchia l’intoccabilità. La loro pedina sulla scacchiera geopolitica è strategica per l’Alleanza Atlantica, in quanto garanzia su un territorio siriano occupato anche da Russia e Iran. «Washington e Ankara condividono un grande progetto politico e militare da più di sessant’anni. Sebbene poco rilevanti dal punto di vista numerico (contano circa 1000 soldati), la loro presenza è molto pragmatica e non si concluderà».

Mosca, da parte sua, continua ad essere un attore fondamentale nella regione. «Anche con la guerra in Ucraina, mantiene uomini, infrastrutture ed intelligence sul territorio», spiega Chiara Cruciati del Manifesto. «Ha la forza di intervenire. L’operazione in corso era pianificata già da giugno di quest’anno e la Russia l’ha fermata, assieme a Stati Uniti e Iran. Se Mosca non avesse dato il via libera, non ci sarebbero stati attacchi». Secondo la giornalista, gli obiettivi del Cremlino sono i medesimi del 2015, quando ha deciso di intervenire nella guerra civile siriana: libero accesso al Mediterraneo e controllo radicato sul governo di Damasco. «Di fronte a questo fine ultimo, la Russia si muove con i soggetti che si trova davanti. La Turchia non è affidabile, ma è indubbiamente presente» continua Chiara Cruciati. E proprio da Mosca dipende la direzione che prenderà questa operazione. Il fatto che Ankara stia bombardando contemporaneamente le zone settentrionali di Iraq e Siria è, nell’opinione della giornalista, segnale di «un’operazione di più ampio respiro e di lungo periodo». «Dagli anni novanta, le montagne del nord dell’Iraq sono diventate la base militare ed ideologica del Pkk, il partito dei lavoratori curdo. Lì ci sono le operazioni di guerriglia e i vertici dell’organizzazione», sottolinea la giornalista. «Grazie al rapporto molto stretto con il governo regionale del Kurdistan iracheno, la Turchia ha potuto installarvi delle basi permanenti e radicare la sua presenza nel Paese».

È difficile stabilire se assisteremo ad un’offensiva di terra dell’esercito di Ankara. Occupazione del Rojava e fine delle esperienze democratiche della regione sono gli obiettivi di Erdogan. Ma se i bombardamenti sono insufficienti allo scopo, un’invasione vera e propria potrebbe essere difficoltosa. Per quanto riguarda l’evoluzione delle operazioni militari, è difficile stabilire se e quando assisteremo ad un’offensiva di terra dell’esercito di Ankara. Gli obiettivi di Erdogan sono l’occupazione, permanente o con una serie di basi militari, del Rojava e la fine delle esperienze di confederazioni democratiche della regione, ma per raggiungerli non basta una campagna di bombardamenti. Un’invasione vera e propria, però, potrebbe incontrare serie difficoltà. «Lo abbiamo visto l’ultima volta ad aprile di quest’anno, la guerriglia curda è riuscita a fermarlo», ricorda Chiara Cruciati. «Darà inizio all’offensiva solo quando sarà certo di poterlo fare senza correre troppi rischi». «Anche lo Ypg/Ypj si aspetta un’invasione, ma solo a determinate condizioni», conclude poi la giornalista. «Ovvero l’oggettivo via libera americano e che essa avvenga in territori già svuotati da popolazione civile e unità di autodifesa».