Basta salire su un qualunque mezzo pubblico, passeggiare per strada, per notare quanto le cuffiette wireless siano diventate una compagnia fedele e quasi imprescindibile delle nostre giornate. Tra queste, poi, aumenta sempre più la diffusione degli auricolari che consentono la cosiddetta “cancellazione del rumore” o, più propriamente, il “controllo attivo” (Active Noise Control, ANC). Questi dispositivi rilevano le onde sonore indesiderate dell’ambiente circostante e, con microfoni e algoritmi avanzati, li neutralizzano, in modo da isolare e quindi rendere udibile soltanto il suono desiderato, senza interferenze esterne. Più semplicemente, al rumore sovrappongono un secondo suono specificamente progettato, in modo da silenziarlo.
Ma, di pari passo, alcuni esperti iniziano a sollevare qualche perplessità sulle conseguenze che queste tecnologie possono avere sul nostro udito, considerata l’apparente crescita del disturbo dell’elaborazione uditiva (APD) tra gli adulti. Si tratta di una complicanza connessa non alle orecchie, bensì al cervello, che si verifica nel caso in cui un soggetto non riesca a individuare la provenienza di un suono o fatichi a seguire delle conversazioni in luoghi affollati e dove i rumori di sottofondo si accavallano, come in treno o in un bar. Finora questo disturbo era sempre stato riscontrato per lo più nei bambini, in particolare in quelli nati con un basso peso alla nascita o che avevano subito infezioni croniche all’“orecchio medio”, mentre tra i più anziani si verificava per lo più come conseguenza di ictus o traumi cranici.
Renee Almeida, responsabile clinica del reparto di audiologia per adulti dell’Imperial College Healthcare NHS Trust, ha quindi iniziato a ipotizzare che sulla propagazione del fenomeno tra gli adulti, che spesso le si rivolgono lamentando problemi di udito ma che poi scoprono di avere un apparato perfettamente funzionante, potrebbe incidere proprio l’utilizzo di dispositivi con cancellazione del rumore. «Il cervello è abituato a gestire migliaia di suoni diversi contemporaneamente ed è sempre stato in grado di capire cosa vale la pena ascoltare e cosa no: se un cane abbaia, in una frazione di secondo riconosciamo di cosa si tratta e non ci prestiamo più attenzione – spiega -. Ma con la cancellazione del rumore, il cervello si abitua a ricevere una sola fonte di suono, che sia un podcast o la musica, e quindi non deve preoccuparsi di nient’altro». Il controllo attivo del rumore potrebbe dunque incidere sulla capacità di estrarre un colloquio dal frastuono circostante: da un lato, nei bambini, compromettendo l’adeguato processo di sviluppo con cui imparano a prestare attenzione ai suoni; dall’altro, negli adulti, rendendo pigro il loro cervello.
Tuttavia, come riconosciuto dalla stessa dottoressa Almeida, mancano degli studi che cerchino di verificare le effettive conseguenze di un utilizzo prolungato di questi dispositivi. Al contempo, è difficile stabilire se l’effettivo aumento di diagnosi di apd non sia da ricondursi piuttosto a una maggiore consapevolezza dei pazienti.
Se infatti è certo che l’esperienza di ascolto incide sulla capacità intellettiva di isolare un discorso dai rumori di fondo, tanto che infezioni contratte in età evolutive possono compromettere la successiva capacità di identificare la provenienza di un suono, ciò non significa che l’utilizzo di cuffiette con cancellazione del rumore può effettivamente avere delle conseguenze negative. Mancando degli specifici studi in merito, non si può escludere che l’insorgenza di problemi sia dettata dagli alti volumi di ascolto e non dall’isolamento del suono: lo sostiene Harvey Dillon, professore di scienze uditive all’Università di Manchester. In tal caso, le cuffie con cancellazione del rumore sarebbero addirittura preferibili, dato che consentono livelli di ascolto inferiori.
C’è poi chi si colloca in una posizione intermedia, come la professoressa Dani Tomlin, direttrice del dipartimento di audiologia e patologia vocale dell’Università di Melbourne: se è vero che l’utilizzo prolungato di questi dispositivi può rendere più difficoltoso l’ascolto nel momento in cui non li si utilizza, comunque i loro vantaggi restano innegabili, perché consentono di gestire gli input sensoriali nelle persone neurodiverse e di svolgere esperienze di ascolto ottimali, anche in luoghi estremamente rumorosi.
In tutto questo marasma di dubbi, c’è solo un minimo comune denominatore che connota tutti pareri degli esperti: la necessità di svolgere studi approfonditi, che indichino la migliore tipologia di cuffie da scegliere come incessante compagnia delle proprie giornate.
Per approfondire: The Guardian